Ecco le nuove regole Ue sul default: occhio alle scadenze dei propri debiti

La nuova definizione di default stabilisce criteri e modalità più restrittive per definire inadempienti privati e aziende e, come per il calendar provisioning dei crediti deteriorati, obbliga la banca a accantonare fondi prudenziali, distogliendo risorse dall'economia reale

Nuova definizione di deafult e calendario degli accantonamenti per i crediti deteriorati, il cosiddetto calendar provisioning, queste le due nuove regole europee che entrano in vigore da quest’anno per tutte le banche e di cui si è fatto un gran parlare: la prima è già partita con il primo gennaio, la seconda lo sarà alla fine dello stato di emergenza.
Sembrerebbero dei fatti tecnici che riguardano solo la vita della banca (più avanti cercheremo di spiegarli nel dettaglio, soprattutto il default), in realtà hanno a che fare col malcostume un po’ troppo diffuso, sia tra i privati sia tra le aziende, di non onorare i propri debiti con le banche, magari sconfinando dai conti correnti («cioè effettuando operazioni anche se non si ha disposizione la propria liquidità o, nel caso si abbia un fido, avendo già esaurito la liquidità aggiuntiva concessa dalla banca. Un malcostume molto latino, che proprio non ha senso, dal momento che basterebbe venire in filiale a chiedere per tempo del credito quando se ne ha bisogno. In tal modo, tra l’altro, i clienti pagherebbero interessi decisamente più bassi rispetto a quelli che scattano in caso di sconfinamento», spiega il direttore generale della nostra Bcc, Carlo Crugnola) o non pagando le rate dei finanziamenti. Oppure, peggio ancora, inscenando artatamente fallimenti da furbetti del credito.
«E quando i clienti sconfinano o non pagano, la banca è costretta dalla normativa a fare accantonamenti, ovvero a mettere dei propri soldi in un fondo di garanzia a copertura delle eventuali perdite che si possono verificare se il cliente non dovesse più coprire il proprio debito», continua il nostro direttore generale. Esattamente come succede con i cosiddetti Npl (non performig loans), ovvero quei crediti delle banche, solitamente mutui e finanziamenti, che i debitori non riescono più a ripagare con la consueta regolarità oppure del tutto. Crediti, quindi, la cui riscossione per le banche diventa incerta e potrebbe anche non avvenire mai. «Va da sé che se la banca deve accantonare i propri soldi in un fondo, oltre ad appesantirsi lo stato patrimoniale, assottiglia la disponibilità dei soldi che ha a disposizione per erogare mutui e finanziamenti a famiglie e imprese», nota Carlo Crugnola.
E le due nuove regole europee impongono tempi più rapidi alle banche sia per dichiarare insolvente il cliente che sconfina sia per svalutare l’intero ammontare degli Npl: in entrambi i casi con la conseguenza che aumenta di molto sia la quantità sia la velocità con cui il denaro deve essere accantonata nel fondo.
Ecco perché Federcasse, insieme alla capogruppo del nostro Gruppo bancario cooperativo Iccrea, ha recentemente espresso «preoccupazione per gli impatti economici e sociali che si determineranno con le nuove regole bancarie europee. In uno scenario pesantemente condizionato dagli effetti della pandemia -si legge nella dichiarazione- tali normative risultano sproporzionate, inadeguate ed inopportune, perché mettono a rischio l’accesso al credito di imprese e famiglie e compromettono le prospettive di recupero dell’economia italiana ed europea. Registriamo, infatti, segnali di sofferenza sempre più acuta da parte di ampie fasce di popolazione e di settori produttivi che invece sono tradizionalmente resilienti in periodi di crisi di minore impatto globale e che per effetto delle modifiche normative ora intervenute a livello europeo, in un contesto generale già gravemente condizionato dalla emergenza pandemica, rischiano di diventare ‘cattivi pagatori’, contro la loro volontà e per effetto di eventi straordinari e imprevedibili. Gli impatti sociali dati dall’applicazione “automatica” di tali norme, difatti, possono risultare irreversibili quanto irrimediabili, aggravando la durata e la profondità della crisi. Per questo è necessario e indispensabile -si legge ancora nella dichiarazione- procedere immediatamente a specifiche modifiche ed adattamenti di tali norme, che consentano all’industria bancaria di offrire il massimo supporto all’economia reale in questa fase di grave emergenza sanitaria ed alle banche di comunità di sostenere i territori di riferimento in piena coerenza con i loro valori fondanti».
Insomma, uno scenario non certo promettente, tanto che da più parti la normativa europea, in particolare quella del calendar provisionig, è stata bollata come una vera e propria “bomba atomica” per i bilanci delle banche nel post-Covid. Ma, ora, vediamo nel dettaglio le due norme.
Default: si tratta della nuova regola europea in materia di classificazione dei debitori in default (cioè debitori deteriorati), che è in vigore dal 1° gennaio e stabilisce criteri e modalità più stringenti rispetto a quelle finora adottate. Quindi, per famiglie e imprese diventa ancor più importante mantenere monitorate tutte le proprie posizioni bancarie, per evitare che uno sconfinamento sul conto corrente o arretrati di pagamento, anche di piccolo importo, comportino una classificazione a default, con i conseguenti effetti negativi che ne derivano (come la capacità di poter “coprire” i pagamenti ricorrenti, è il caso dei rid delle bollette appoggiate sul proprio conto corrente, e il giudizio che peserà sulle future richieste di finanziamento). E se il debitore entra in stato di default, tutti i suoi finanziamenti sono in default e la banca può avviare azioni di tutela dei propri crediti, come l’escussione delle garanzie prestate. Nel dettaglio, un cliente viene classificato a default se supera per oltre 90 giorni consecutivi entrambe le cosiddette “soglie di rilevanza”. Ovvero: in termini assoluti, avere uno sconfinamento o un importo in arretrato superiore a 100 euro, in caso di persone fisiche e piccole e medie imprese (cioè titolari di ditte, liberi professionisti, ditte individuali e imprese con fatturato inferiore a 5 milioni di Euro ed esposizione verso la banca inferiore a 1 milione di Euro), o, nel caso di tutte le altre tipologie di imprese, superiore a 500 euro, in caso di imprese; in termini relativi, l’importo in arretrato o in sconfinamento è superiore all’1% dell’importo complessivo di tutte le esposizioni (cioè dei debiti) del cliente verso la nostra Bcc. Da notare, che la normativa europea impone alla banca di classificare il cliente a default anche in presenza di disponibilità su altre linee di credito non utilizzate e che lo stato di default permane per almeno 90 giorni dal momento in cui il cliente regolarizza verso la banca l’arretrato di pagamento oppure rientra dallo sconfinamento di conto corrente. Con riferimento alle cointestazioni, la norma prevede che se la cointestazione è in default, il default si applica anche alle esposizioni dei singoli cointestatari, e che se tutti i cointestatari sono in default, il default si applica automaticamente alle esposizioni in cointestazione. «Va però detto che la nuova definizione di default non introduce un divieto per la banca di consentire sconfinamenti oltre la disponibilità presente sul conto o oltre il limite di fido già concesso -spiega il nostro direttore generale, Carlo Crugnola-. Quindi, al fine di evitare problemi andando “in rosso”, è opportuno contattare per tempo la filiale così da attivare le opportune linee di finanziamento, specie se si ha il timore, visto il periodo di crisi, di poter saltare qualche rata del prestito o del mutuo».
Calendar provisioning: quando si parla di calendar provisioning, si fa riferimento a un insieme di regole europee che sono state introdotte per migliorare la qualità degli attivi delle banche, riducendo le esposizioni dei cosiddetti Npl attraverso un piano graduale di accantonamento prudenziale. Il meccanismo con cui vanno calcolati gli Npl è molto tecnico. Ciò che qui interessa al lettore è sapere che se fino allo scorso anno erano ammesse coperture variabili tra il 40% e il 70% degli Npl (a seconda del tipo di esposizione, della sua durata e della presenza o meno di garanzie reali), da quando entrerà in vigore la norma (cioè dalla fine dello stato di emergenza e sempre nell’ipotesi che non venga variata) viene imposta alle banche la progressiva svalutazione dei crediti deteriorati, fino alla copertura del 100%. E la totale copertura deve essere raggiunta in 3 anni, eliminando ogni forma di discrezionalità sulla tipologia dei crediti deteriorati, quindi trattando le sofferenze (cioè le posizioni di clienti segnalati alla centrale rischi in quanto i crediti concessi sono diventati inesigibili, soggetti a protesto, precetto o ingiunzione) al pari dei cosiddetti Utp, cioè le inadempienze probabili, ovvero quei crediti per i quali la banca giudica improbabile che il debitore possa pagare integralmente i suoi debiti senza il ricorso ad azioni quali l’escussione delle garanzie. «Ma spesso le inadempienze probabili sono i debiti di aziende o famiglie finite in difficoltà, che possono ancora essere riportate “in bonis” grazie a interventi mirati -spiega Carlo Crugnola-, per questo la nuova norma europea non dovrebbe prevedere un automatismo così rigido, ma dovrebbe permettere alle banche di fare singole valutazioni, caso per caso».