L’azienda deve proteggere il proprio rating

Se il 2020 è stato un anno decisamente complesso per le nostre micro, piccole e medie imprese (in realtà non solo per loro), il 2021 porta con sé una serie di incognite legate soprattutto alla conclusione della stagione delle moratorie e delle proroghe e, ovviamente, all’impellente necessità di ripartire. Stando alle ultime analisi, emerge che le imprese con rating a rischio stanno in una forbice compresa tra il 32% e il 46%. Non stupisce, dunque, che un po’ tutte le associazioni di categoria stiano richiamando l’attenzione dei propri associati sul problema del proprio rating aziendale che, come è noto, è l’indice assegnato ad ogni impresa, sulla base dell’analisi dei bilanci e dell’evoluzione storica, e che esprime la capacità di solvibilità della società, cioè la possibilità dell’impresa di ripagare i debiti contratti generando risorse dalla propria attività. Lo scorso 18 febbraio, ad esempio, Confindustria Altomilanese ha organizzato l’incontro «Il rating bancario per il 2021: come attrezzarsi», perché, ha spiegato «dobbiamo e vogliamo incominciare a prepararci per quando si tornerà alle condizioni normali, per non essere sopraffatti da situazioni insostenibili, ponderando il ruolo della banca come interlocutore strategico ma, allo stesso tempo, individuando come gestire tale rapporto con professionalità e trasparenza».
Un incontro a cui, oltre ad un rappresentante dei Confidi, erano presenti come relatori ben due esponenti della nostra Bcc: Gianmario Marnati, presidente del nostro collegio sindacale, invitato per la sua qualifica di commercialista e di consigliere del locale Ordine di riferimento, e Roberto Gentilomo (nella foto), responsabile area mercato della Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate. «Nel 2020, che ha di fatto congelato tutta una serie di problematiche, molte aziende si sono ulteriormente indebitate ricorrendo alle misure agevolative proposte dai vari DPCM susseguitisi nell’anno, con l’utilizzo del Fondo Centrale di Garanzia che ha consentito loro di avere finanziamenti con tassi e durate certamente eccezionali: in alcuni casi ciò è avvenuto in via prudenziale, in altri per questioni di sopravvivenza. È lecito pertanto attendersi bilanci in cui ci saranno squilibri ancor più accentuati tra debiti e mezzi propri -spiega Gentilomo-. Per contro, soprattutto nelle aziende più virtuose, troveremo degli incrementi degli attivi aziendali, con importanti risorse pronte, si spera, ad essere utilizzate per nuovi investimenti. In un caso o nell’altro, e sia che si venga in banca per chiedere del nuovo credito o per prorogare ulteriormente le moratorie, per le aziende che vogliono prendersi cura del proprio rating la strada è la medesima: aiutarci a capire se e come hanno cambiato il loro modello di business, se ci sono oggettivamente le possibilità di una ripresa, cosa hanno intenzione di fare riguardo ai propri costi e al proprio personale, quali sono i piani di rilancio e le prospettive, ovviamente supportate da un business plan credibile».
Secondo Gentilomo, quindi, serve trasparenza e chiarezza. «Quando un imprenditore viene a raccontarci serenamente come stanno le cose, trova in noi sia una buona capacità di ascolto sia la propensione ad individuare assieme delle soluzioni -dice ancora il nostro responsabile area mercato-. E il problema non è solamente quanto fatturato si è perso nella pandemia, ma se la variabilità dei costi aziendali, in parte congelati come detto, ha permesso e permetterà di tenere saldo il conto economico dell’impresa o, viceversa, se alle difficoltà l’imprenditore ha e sta reagendo modificando il proprio modello, diversificando e puntando su nuovi progetti o su nuove aree. Per questo serve la trasparenza nell’andare a parlare con la propria banca, fotografando quanto è successo nel recente passato, illustrando gli sviluppi possibili e spiegando, numeri alla mano, perché il proprio modello di business è sostenibile».
Insomma, se si vuole raccogliere il massimo dal proprio rapporto con la banca, comunque stiano le cose nessun imprenditore deve giocare a nascondino. «E questo è anche il momento, specie laddove in passato magari si sono fatti dei prelevamenti, di ripatrimonializzare le imprese -riprende Gentilomo-. La speranza è che ci siano anche stimoli e sostegni pubblici per andare in questa direzione, perché inserire liquidità in azienda aiuta a mitigare i rischi e a migliorare il proprio rating». E a chi si chiede quale sia la giusta e corretta consistenza del patrimonio aziendale? «Dipende dal settore in cui si opera, dalla tipologia di azienda, commerciale o produttiva, dalla capacità della stessa di autofinanziarsi», conclude Gentilomo. E qui forse giova ricordare che, mediamente, soprattutto le micro e piccole imprese italiane hanno un patrimonio netto che si ferma ad una quota di circa il 10% del proprio attivo aziendale, una grandezza certamente insufficiente per affrontare le insidie di questo complesso periodo.