Più patrimonio per micro e piccole: così le imprese supereranno la crisi

Crugnola: «avere la propria liquidità a disposizione in una congiuntura difficile non ha prezzo ed è un vantaggio competitivo per le aziende». Scazzosi: «solo efficaci misure per riequilibrare la struttura finanziaria delle imprese ridurranno i rischi che si intravedono all'orizzonte»

Era quasi un secolo, per l’esattezza dalla grande depressione del 1929 che il mondo non si trovava ad affrontare un così grande crisi economica come quella sviluppatasi a causa dell’emergenza sanitaria del Covid-19. Una crisi che ha colpito duramente il nostro Paese e il nostro territorio, soprattutto tra le micro, piccole e medie imprese, che rappresentano la parte fondamentale del tessuto economico e imprenditoriale dell’Alto Milanese e della provincia di Varese ma che, purtroppo, come lo stress causato dalla pandemia ha messo in evidenza, partivano da una situazione di liquidità e di patrimonializzazione non adeguata ad affrontare i marosi della crisi. E così, a maggio dello scorso anno, superata quella che è stata definita la “fase 1” della pandemia, le necessità finanziarie delle micro, piccole e medie imprese si sono acuite, perché, in Italia, circa il 60% di loro ha subito un rallentamento delle attività e il 30% ha denunciato la sospensione totale delle attività durante il periodo di lockdown. Un dato che sul nostro territorio è stato addirittura più marcato, con oltre il 36% delle imprese che si sono trovate costrette a sospendere le attività e il 57% di loro che ha subito pesanti rallentamenti. Tutto questo, ovviamente, ha comportato un peggioramento del cosiddetto capitale circolante delle aziende e ha acuito le necessità di sostegno della parte finanziaria. Perciò non è certo un caso se, in vista della ripartenza, nove aziende su dieci hanno riconosciuto la necessità di rafforzarsi dal punto di vista finanziario, come svelato dall’indagine di Monitor Deloitte, voluta dalla sezione “Piccola industria” di Confindustria, «prevalentemente ri-bilanciando la propria esposizione verso terzi -si legge nel rapporto-, con consolidamento dei debiti e implementazione di strategie di patrimonializzazione, anche attraverso operazioni straordinarie, per raggiungere la scala sufficiente per essere resilienti e competitive nel medio-lungo termine».
«Ed è assolutamente corretto che le imprese guardino con maggiore attenzione ai propri fondamentali finanziari, specie sapendo che la nuova legge fallimentare, cioè il codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, che è stato sospeso per via della pandemia ma che la cui entrata in vigore è prevista per il primo settembre 2021, non tollera situazioni di patrimonio in negativo e pone al centro di tutto la costante valutazione della situazione economico-finanziaria, così da individuare tempestivamente un eventuale “stato di insolvenza futuro” e mettere in atto in tempi rapidi interventi risolutivi -commenta Carlo Crugnola, direttore generale della nostra Bcc-. Ma c’è di più: la storia recente ci ha insegnato che le aziende che non hanno problemi di patrimonio riescono a fare utili anche in tempi come questi. Perché avere la propria liquidità a disposizione in una congiuntura difficile non ha prezzo ed è un vantaggio competitivo per i margini che si riescono a fare nelle operazioni di mercato dell’economia reale, recuperando competitività e opportunità anche nello sconto con cui si riesce ad acquistare, liquidando subito il prezzo contrattato. Insomma, non è un segreto per nessuno che in tempi di crisi avere il “cash” sia una delle maggiori leve per il mercato».
Certo, va detto che anche in piena pandemia quasi un’azienda su quattro «è riuscita a cogliere nuove opportunità derivanti dalla riconversione degli impianti per la produzione di prodotti “essenziali”, come i dispositivi di protezione individuali, o dall’adozione di nuove iniziative di business. O, ancora, a beneficiare del fatto di operare in settori su cui il Covid-19 non ha prodotto impatti significativi», si legge nell’indagine di Monitor Deloitte. Ma, in questo caso, la parte del leone l’hanno fatta le imprese più grandi e la percentuale delle micro, piccole e medie imprese che ha fatto segnare valori positivi in questi tempi di pandemia si riduce dal 25% a poco più del 14%.
Le conferme di una situazione davvero difficile per i piccoli sono arrivate da più parti. Marco Granelli, presidente di Confartigianato, ha detto che «usciremo da questa crisi con un terzo delle aziende in grandi difficoltà, quindi a rischio chiusura» e Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio, ha rivelato che «l’effetto combinato del Covid e del crollo dei consumi ha spinto alla chiusura oltre 390.000 imprese del commercio non alimentare e dei servizi di mercato nel 2020. E, di queste, 240.000 sono sparite esclusivamente a causa della pandemia. Alla perdita di imprese va poi aggiunta anche quella relativa ai lavoratori autonomi, ovvero quei soggetti titolari di partita Iva operanti senza alcun tipo di organizzazione societaria, di cui stimiamo la chiusura per circa 200mila professionisti tra ordinistici e non ordinistici». La grande iniezione di liquidità garantita dallo Stato, soprattutto attraverso le banche e con il sistema delle moratorie e dei prestiti garantiti dall’ente pubblico, ha sicuramente aiutato. Ma certo non è stata la soluzione. «La strada di far indebitare le imprese non è quella giusta, perché i debiti vanno restituiti», ha detto il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi. Ma la realtà, stando ai dati di Banca d’Italia, è che a fine 2020 le piccole e medie imprese hanno presentato circa 1 milione e 300 mila domande di adesione alla moratoria sui prestiti introdotta col decreto Cura Italia e che di queste ne è stata approvata la quasi totalità (98 per cento), per un valore complessivo lordo delle esposizioni per le quali è stato richiesto l’intervento pari a 156 miliardi di euro, ovvero 9,5% del prodotto interno lordo italiano, che nel 2020 è stato di 1.647 miliardi di euro.
«Una parte delle perdite subìte dalle imprese in dodici mesi di drastico calo di fatturato non sarà recuperabile e non tutti i debiti assistiti da garanzie pubbliche che sono stati accesi per far fronte alla crisi saranno velocemente ripagati al termine dell’emergenza pandemica -nota il presidente della nostra Bcc, Roberto Scazzosi-. E questo sia perché la caduta dei ricavi ha determinato una prolungata carenza di liquidità, soprattutto alle micro e piccole aziende, un terzo delle quali stima di continuare ad avere seri problemi di liquidità fino alla prossima estate, sia perché il maggiore credito non sembra proprio che nella maggior parte dei casi stia sostenendo l’accumulazione di capitale o una politica di investimenti, dal momento che viene utilizzato per la gestione della liquidità conseguente alla diminuzione dei ricavi, portando quindi ad un aumento degli oneri finanziari per le imprese, che avranno conseguenze negative sulla creazione di valore aggiunto. Con la progressiva rimozione delle misure di sostegno statale, ci troveremo presto a fare i conti con i rischi connessi all’aumento dell’indebitamento delle imprese, per questo è assolutamente indispensabile, come peraltro rilevato anche da Banca d’Italia, evitare un’uscita anticipata dagli interventi di supporto: decisione che potrebbe riflettersi anche su imprese ancora in grado di superare la crisi. In prospettiva -conclude Roberto Scazzosi- solo efficaci misure pensate per favorire la patrimonializzazione delle imprese e per riequilibrarne la struttura finanziaria saranno in grado di attenuare i rischi che si intravedono all’orizzonte, ovviamente unite alla volontà di ripartire delle imprese, che devono mettere in campo progetti concreti e credibili, dimostrando la capacità di innovare, di diversificare e, laddove è possibile, anche di internazionalizzare. Chi lo farà, troverà nella nostra Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate e nel nostro Gruppo bancario cooperativo Iccrea un partner non solo per i servizi della sfera finanziaria ma anche per temi di natura più operativa, come stiamo dimostrando supportando imprese e famiglie a sfruttare al meglio le opportunità offerte dal superbonus 110%. Perché da questa crisi certo non si esce piangendosi addosso, ma reinventandosi con coraggio e preparandosi al meglio, anche dal punto di vista della digitalizzazione e dei processi interni, a gestire la “nuova normalità” che stiamo vivendo».
I temi sul tavolo, quindi, sono tanti. E sul futuro si interrogano in molti, mettendo al centro il tema del patrimonio delle imprese che, come abbiamo titolato, è sicuramente una delle vie maestre per uscire dalla crisi, come è stato recentemente ribadito all’università dell’Insubria, nel corso del webinar del 22 gennaio su “Qualità del credito e azioni di sostegno alle Pmi: quali prospettive nel post Covid?”. «La crisi economica innescata dall’emergenza Covid -spiega Rossella Locatelli, professore ordinario di Economia degli intermediari finanziari all’Insubria- genera preoccupazioni sull’impatto che si determinerà al momento del venir meno delle misure di supporto (moratorie in primo luogo, ma anche garanzie statali) sulla solvibilità delle Pmi e, di conseguenza, sulla qualità del credito delle banche. E in questo momento è particolarmente importante guardare al futuro individuando soluzioni volte ad accompagnare le Pmi a mantenere o recuperare una struttura finanziaria equilibrata e ad affrontare in modo efficace il superamento delle difficoltà attuali». Durante l’incontro, Giorgio Gobbi, capo del servizio Stabilità finanziaria di Banca d’Italia, ha spiegato come le politiche economiche messe in atto hanno «evitato la rapida trasmissione del forte calo dell’attività produttiva e dei redditi agli stati patrimoniali delle imprese e delle famiglie» e come «le stesse banche e il sistema finanziario sono stati a loro volta schermati dagli effetti dello shock macroeconomico», evitando, quindi, l’innescarsi del classico meccanismo di amplificazione, che dalla crisi porta alle insolvenze, quindi alla restrizione finanziaria, che a sua volta alimenta ulteriormente la crisi e la recessione. «Ma l’eredità della pandemia è pesante -ha detto Gobbi-, perché si è fermata la tendenza che stava portando al decrescere del debito delle imprese e perché l’uscita dalle politiche emergenziali comporterà necessariamente un ritorno alla crescita degli Npl», cioè i mutui e i finanziamenti bancari che i debitori non riescono più a ripagare. Da qui, ha concluso Giorgio Gobbi, la necessità «di spostare le misure di sostegno al credito alle strategie per favorire la ricapitalizzazione delle imprese e di portare i tempi e l’efficienza delle procedure del recupero dei crediti ai livelli dei principali paesi europei».