Quel 9 novembre che cambiò la storia. L’abbattimento del muro 30 anni dopo

Andiamo a Berlino e ripercorriamo le tappe che hanno portato a superare i confini tra la Germania dell'Est e quella dell'Ovest, tra il blocco sovietico e quello statunitense

9 novembre 1989, in una fredda mattina dominata dai colori spenti di Berlino Est si tiene una riunione del nuovo governo della DDR (Deutsche Demokratische Republik) che è alle prese con le tantissime proteste di piazza che hanno portato alle dimissioni del leader Erich Honecker, che era a capo della DDR dal 1971, e, soprattutto, con le migrazioni di massa dei tedeschi dell’Est che si spostano nella Germania Ovest attraverso l’Ungheria e la Cecoslovacchia. Il Politburo (questo era il nome del gruppo dirigente della DDR), quella mattina ha chiaro che per mantenere in vita il regime deve concedere qualcosa ai manifestanti, così stabilisce che nei giorni successivi i tedeschi dell’Est avrebbero potuto varcare le frontiere senza passaporti.
Come sempre, due ore più tardi, il portavoce del regime Günter Schabowski, che non ha partecipato alla riunione del Politburo ma a cui hanno passato una serie di appunti, tiene una conferenza stampa con i corrispondenti occidentali. In una sala sovraffollata, tra spenti muri marroni e un fondale verde slavato alle spalle del portavoce, il rosso delle poltrone spicca in un ambiente caldo, umido e opprimente, dove solo le telecamere sembrano non assopirsi al suono lento e monocorde della voce di Schabowski, che sciorina l’elenco di provvedimenti decisi dal governo, tra cui la revoca delle norme per i viaggi all’estero. Su questo punto, il corrispondente italiano dell’Ansa, Riccardo Ehrman, chiede se il governo stesse ammettendo di aver fatto un errore nell’imporre tali restrizioni. Schabowski si irrita. «Noi non sbagliamo mai», borbotta. Poi fruga tra gli appunti e aggiunge: «Ah … oggi abbiamo deciso su un nuovo regolamento che rende possibile per ogni cittadino della Repubblica Democratica Tedesca di … uscire attraverso i posti di confine … della … Repubblica Democratica Tedesca».
La sala si sveglia di colpo, le domande si accavallano, Schabowski è sempre più frastornato e sotto pressione. Così, quando gli chiedono se le norme valgono anche per Berlino, ci pensa un attimo, non trova nulla negli appunti, scuote la testa e dice «Ja (sì)». Ora in tanti urlano la stessa domanda: da quando entra in vigore la decisione? Schabowski sposta lo sguardo più volte dalle telecamere che lo stanno mandano in diretta in tutto il mondo e le carte con i suoi appunti. E alla fine: «Che io sappia … dovrebbero … dovrebbero avere effetto immediatamente. Ab sofort! (Da adesso!)», sentenzia.
Lì tutto accelera. I giornalisti corrono ai telefoni, la notizia si diffonde come un fiume in piena e in un crescendo di gioia e di incredulità si rincorrono le dichiarazioni dei leader dei vari Paesi, mentre la gente di Berlino scende in piazza. I singoli diventano gruppi, l’entusiasmo divampa. Appare un piccone, poi un martello; ne seguono altri. E nello spazio di un respiro, un esercito di persone inizia ad abbattere il muro che dal 1961 divide la città e l’Europa dell’Est da quella dell’Ovest. Le guardie della DDR, che da quasi trent’anni sparano a vista su chiunque tenti di varcare senza permesso un punto qualsiasi degli oltre 100 chilometri del muro, sono incredule. Ma in conseguenza dell’incauta dichiarazione di Schabowski hanno ricevuto l’ordine di non sparare. Di più: di non fare nulla.
E così inizia la fine della frattura dell’Europa e di Berlino. Quella decisa al termine della seconda guerra mondiale, quando il vecchio continente era stato diviso in due blocchi: quello sotto l’influenza sovietica e comunista ad Est, e quello sotto l’influenza degli Stati Uniti ad Ovest. La Germania sconfitta, in particolare, era stata divisa in quattro zone di occupazione, controllate da Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Unione Sovietica. La città di Berlino si trovava nel pieno della zona sovietica, ma era l’ex capitale della Germania e così era stata divisa a sua volta in due zone di influenza, con Berlino ovest che diventava un piccolo avamposto occidentale in piena zona sovietica. Da quel lembo di occidente, tra il 1949 e il 1961 oltre due milioni e mezzo di tedeschi dell’Est erano emigrati nella Germania dell’Ovest e le luci sfavillanti della zona occidentale mettevano ancora più in risalto la difficile situazione economica e le restrizioni imposte a Est dal regime comunista. I sovietici e il Politburo non potevano sopportare più a lungo la situazione e nel 1961 l’esercito costruì il muro: oltre 100 chilometri di un muro in blocchi di cemento, ricoperto di filo spinato, difeso da fossati, mine e guardie armate, che non si limitava a passare per il centro della città, ma circondava tutta Berlino ovest, tagliandola letteralmente fuori dalla Germania dell’Est.
«Per me che ho vissuto lunghi periodi all’Est, perché ho fatto la tesina in Romania prima della caduta del muro, quello che stava succedendo significava che stava cambiando il mondo. Capivo chiaramente che cambiava, anche se ancora non riuscivo a vedere dove saremmo andati. La mia generazione aveva speranze e aspettative altissime, di fatto superiori a ciò che effettivamente è accaduto. Ma tante cose sono sicuramente cambiate in meglio», ricorda il presidente del nostro Collegio Sindacale, Gianfranco Sommaruga, che a quei tempi aveva 39 anni. Ne aveva invece solo 16 il vice direttore generale della nostra Bcc, Roberto Solbiati, ma le sensazioni sono le stesse: «Nella mia testa da ragazzo quel fatto era la dimostrazione che il mondo libero per tutti poteva esistere per davvero, che poteva succedere di tutto perché l’emblema della divisione e della contrapposizione veniva finalmente abbattuto. Frequentavo la prima liceo classico, era a cena con la mia famiglia e dalla televisione vedevo le immagini del muro che cadeva e della gente che saltava dall’altra parte. Due scene mi sono rimaste nella memoria: un buco nel muro, in cui un tedesco dell’Est infila il braccio per stringere la mano di un berlinese dell’Ovest, simbolo di fratellanza e amicizia, e la fila delle Trabant colorate che attraversavano il confine, alla ricerca di un futuro migliore»
Insomma, anche per generazioni diverse la data del 9 novembre 1989 ha cambiato la storia. E, infatti, stando al recente sondaggio dell’istituto di ricerca Swg, per il 63% degli italiani la caduta del muro di Berlino è stato un evento «di portata storica mondiale», per il 19% di «di portata storica europea» e per l’11% «di grande importanza». «Con la caduta del muro di Berlino è stata cancellata per sempre una delle eredità più devastanti della seconda guerra mondiale e hanno ripreso fiato le speranze di arrivare finalmente ad un’Europa unita, intesa come soggetto politico ma, soprattutto, economico -commenta Carlo Crugnola, direttore generale della nostra Bcc-. La storia di questi ultimi trent’anni ci dice che il percorso non è mai davvero giunto a conclusione, ma è un dato di fatto che dal 1989 il nostro continente ha vissuto una nuova fase di maggiori libertà che, inizialmente con grandi entusiasmi, da allora tutta l’Europa vive».
«Ho vissuto da studente universitario i giorni del crollo di un muro eretto dall’odio, dall’invidia, dalla rabbia e dalla frustrazione e ricordo di aver pensato proprio le cose dette dalla cancelliera Merkel nel giorno del Trentennale: “Nessun muro che emargini e limiti la libertà è così alto o largo da non poter essere abbattuto” -dice Roberto Scazzosi, presidente della nostra Bcc-. Che sono poi le cose che devono aver pensato i Padri fondatori della nostra Bcc, sorta proprio per abbattere un altro muro. In quel caso non fisico, ma altrettanto forte e limitante: il giogo dell’usura e delle disparità sociali. Il tutto in nome di quei valori di cooperazione e solidarietà che sono ancora oggi alla base del nostro agire».
Ma, oltre alla memoria, ai ricordi e alla grande lezione a tutto il mondo, cosa fisicamente resta oggi a Berlino degli oltre 100 chilometri del famigerato muro? Non tantissimo in verità, perché solo dalla fine del secolo scorso ci si è resi conto della necessità di costruire una «erinnerungskultur», cioè una cultura della memoria. Così si è cominciato a recuperare porzioni e pezzi del muro e nella “striscia” che accompagna il nostro servizio se ne vedono le immagini. La East side gallery (foto sotto 01), che viene visitata da circa 3 milioni di persone ogni anno, è il più lungo pezzo di muro (1.314 metri) sopravvissuto all’aperto. Anche se artisti di tutto il mondo lo hanno trasformato in un’immensa tela per murales, la sua lunghezza restituisce un’idea dell’imponente presenza fisica che aveva il muro nella città. Nel quartiere Prenzlauer Berg si trova Mauerpark (02), letteralmente “parco del muro”, un nome dovuto al fatto che ai tempi questa zona verde era attraversata dal muro e che oggi è un popolare spazio verde che accoglie famiglie e podisti, un mercato delle pulci, eventi culturali e concerti. Col suo riflettore di ricerca posizionato sul tetto, tra i quartieri di Kreuzberg e di Treptow si erge la torre di guardia dell’ex postazione di comando Schlesischer Busch (03), che per anni è stata una parte importante del sistema di confine tra le due parti di Berlino. Vicino alla stazione ferroviaria di Potsdamer platz, invece, restano da ammirare sei sezioni del muro (04), ricostruite all’indomani dell’abbattimento delle ultime parti originali che è avvenuto nel 2008: per qualche motivo i turisti hanno cominciato ad attaccare le loro gomme da masticare colorate sul muro, spesso stampandoci un segno con le loro bottiglie di birra. Nel cimitero di Sankt Hedwig si trova una sezione di 15 metri dell’ultima “versione” del muro (05), quella eretta nel 1975 e nota come il “muro di confine 75”, che corre lungo il ponte Liesenbrücken, che attraversava il confine tra Berlino Est e Berlino Ovest. File di ciliegi giapponesi costeggiano invece il mauerweg, cioè il cammino del muro che contiene una porzione del muro, in Bösebrücke–Bornholmer Strasse (06), la strada che la notte del 9 novembre 1989 è stata al centro dell’attenzione di tutto il mondo, perché ha costituito il primo punto di passaggio aperto tra Est e Ovest; il luogo è stato reso immortale dai versi della canzone «Where are we now?» di David Bowie, che nel 2013 ha scritto: «Ventimila persone hanno attraversato Bösebrücke, incrociamo le dita, non si sa mai». A trasmettere una sensazione angosciosa del muro e degli anni della divisione è il Memoriale del muro di Berlino di Bernauerstrasse (07), una via che è stata per trent’anni divisa in due dal muro, e che ora è sede di un museo all’aperto in cui è possibile farsi un’idea delle opprimenti dimensioni del muro perché sopravvivono sia una torre di guardia sia una piattaforma d’osservazione. Nell’area che si chiama “Topografia del terrore” (08), e che si trova a due passi da Potsdamer Platz, c’è una porzione di muro lunga circa 200 metri, lasciata a fare da contrappunto visivo alle follie del nazismo: proprio in quella zona, infatti, sorgevano il comando delle Ss, la sede e la prigione della Gestapo e la cancelleria del Reich. In pratica il luogo in cui veniva ordinata la persecuzione e l’annientamento dei nemici politici del nazionalsocialismo e dove venne organizzato il genocidio degli Ebrei europei, dei Sinti e dei Rom. Infine, nell’esatto punto in cui nell’ottobre del 1961 si fronteggiarono i carri armati americani di Kennedy e quelli sovietici di Krusciov, una volta costruito il muro fu posto il Checkpoint Charlie (09), il più famoso dei punti di attraversamento a Berlino, controllato dalle truppe statunitensi, in cui campeggiava il cartello scritto in inglese, russo, francese e tedesco, al tempo stesso monito per chi doveva passare e simbolo della divisione: «You are now leaving the American sector» (State lasciando il settore Americano).

 

HANNO DETTO

 

Mauro Colombo
Vice Presidente vicario
Bcc Busto Garolfo e Buguggiate

Quando il muro è caduto avevo costituito da poco più di un anno la mia azienda ed ero concentrato sul farla decollare in una situazione di mercato complicata. L’evento di Berlino mi ha toccato nel profondo e, forse un po’ egoisticamente, ricordo di avere detto a chi lavorava con me «se l’hanno tirato giù loro, riusciremo anche a noi ad abbattere i muri eretti da chi non vuole farci entrare nel mercato». È chiaro che la drammatica vicenda del muro di Berlino ha risvolti ben più profondi e dolorosi delle questioni economiche. Ma chi erige i muri, oltre a dividere, ha l’obiettivo di frenare le speranze di qualcun altro, di bloccare le ambizioni di crescita, di mortificare la voglia di intraprendere. E questo non è mai accettabile in una società libera e democratica, che cresce anche grazie alla competizione e alla presenza di soggetti, come la nostra Bcc, che i muri cercano sempre di abbatterli.

 

Diego Trogher
Vice Presidente
Bcc Busto Garolfo e Buguggiate

Avevo 19 anni in quel novembre 1989, il mese in cui la mia ragazza, oggi mia moglie, aveva appena compiuto gli anni. Entrambi appena maggiorenni, non avevamo una reale consapevolezza di cosa significasse nel quotidiano la divisione tra Germania Est e Ovest. Era più una percezione di una situazione nefasta, ingiusta, sicuramente fonte di dolore e causa visiva di una lacerazione che doveva essere superata. Così, quando ho assistito alla caduta del muro e all’abbraccio tra le due anime di Berlino, ho provato una profonda sensazione di libertà, di democrazia, di speranza. Un muro, ogni muro non porta a niente. È solo mancanza di rispetto e rifiuto a priori di ogni possibilità collaborazione. Con i muri si complicano tutte le relazioni e si azzerano le possibilità di progredire, di imparare, di crescere. Si possono avere e, perché no?, mantenere visioni differenti anche senza dover erigere un muro, perché non dobbiamo mai rinunciare alla possibilità di confrontarci.

 

Giuseppe Barni
Presidente Comitato esecutivo
Bcc Busto Garolfo e Buguggiate

Me la ricordo bene quella giornata: mi trovavo a Honk Kong per comprare della merce per la mia azienda e ho assistito con grande emozione alle immagini che venivano diffuse dalla televisione. Ero in hotel e sono rimasto incollato allo schermo per lungo tempo, provando un misto di gioia e di speranza. Del resto, come tutti quelli della mia generazione, vedevo in quel muro un’assurdità anacronistica di una violenza inspiegabile. Un controsenso storico che teneva un popolo diviso a metà, che creava una frattura nel mondo, quando mi era chiaro che la crescita dell’economia richiedeva la cooperazione tra stati e che un futuro per l’umanità poteva esistere solo nella comune ricerca di soluzioni ai problemi del pianeta. Non che questo sia avvenuto appieno e gli sconvolgimenti climatici a cui oggi assistiamo ne sono una dimostrazione. Ma le cose sono migliorate e la lezione che ci lascia in eredità il fatto di 30 anni fa è che se si fanno le cose assieme, si riesce a progredire.