L’Europa a rischio credit crunch

S ulla ripresa economica prossima ventura pesa una zavorra che rischia di mandare in fumo gli sforzi messi in campo dalle imprese per resistere alla crisi. Abbiamo imparato a scriverlo credit crunch, si legge “stretta creditizia”. Per chi cerca di fare impresa in questo periodo, purtroppo, è realtà di tutti i giorni: il credit crunch, in poche parole, è la sempre più limitata disponibilità delle banche a concedere finanziamenti, di fatto concedendo meno prestiti o ponendo condizioni più rigide, alzando i tassi di interesse oppure chiedendo maggiori garanzie. Risale al 18 aprile scorso l’avvertimento del Fondo Monetario Internazionale: l’Europa potrebbe essere presto alle prese con un enorme credit crunch. L’ultimo Global Financial Stability Report prevede, per i prossimi 18 mesi, una diminuzione dell’1,7% della liquidità da immettere nell’economia reale dei paesi della zona Euro. In Italia, sempre secondo il FMI, le banche sono solide e il numero di famiglie indebitate è sotto la media europea; ma i tassi di interesse sul debito sono elevati, e quella contrazione dell’1,7% nell’offerta di credito per noi potrebbe crescere di un punto percentuale, arrivando al 2,7%. Che in tempi di recessione il problema più drammatico, e generatore di pericolosi circoli viziosi, sia proprio l’accesso al credito per le piccole e medie imprese lo conferma anche l’ultimo rapporto sul finanziamento delle Pmi pubblicato dalla Banca Centrale Europea, che fa riferimento al periodo ottobre 2011 – marzo 2012. Il 20% delle aziende considerate dall’analisi BCE ha segnalato difficoltà di accesso al credito, dato che risulta in peggioramento esponenziale (era il 9% nel secondo semestre 2010 e il 14% nel primo semestre 2011). Un’emergenza che ha indotto Antonio Tajani, vicepresidente della Commissione Europea, a dire che le banche «non possono più tenersi i soldi in cassaforte».

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Ma quali sono le conseguenze della stretta creditizia sull’economia reale? Quali sono i settori più colpiti? Raoul Minetti, docente di economia alla Michigan State University, ha analizzato le ultime ondate di credit crunch, che si è manifestato nel 2008 negli USA (che però hanno un sistema finanziario molto diverso da quello italiano) e prima ancora in Giappone e in Scandinavia, nel corso degli anni ’90. Nell’ultimo caso, ricorda Minetti nella sua analisi che è pubblicata sul sito di Italia Futura, gli effetti del credit crunch furono impressionanti: ad esempio in Finlandia, fra il 1990 e il 1993, la contrazione del volume di investimento delle imprese fu del 10-15%. Ciò che ci insegnano le esperienze passate è che il credit crunch non è solo una questione complessiva scarsità del credito, ma anche e soprattutto di qualità dello stesso. Minetti evidenzia che il maggiore pericolo legato alla stretta creditizia è che questa possa letteralmente strangolare il bambino mentre è nella culla, andando a colpire le imprese più dinamiche: le start-up, quelle che cercano nuovi mercati, quelle che vorrebbero innovare – precisamente quegli scatti che si richiedono di questi tempi alle aziende alle prese con la crisi. Numerosi studi fanno emergere infatti che le banche, durante un credit crunch, tendono a opporre il muro del rifiuto alle imprese più giovani, perché le conoscono meno e non possono valutarne la storia creditizia. Vincoli di credito più stringenti sono un problema maggiore per le aziende che cercano di migliorare la loro efficienza investendo in tecnologia e dotandosi di nuovi impianti, macchinari, strutture. Minetti ricorda che in Giappone, sempre negli anni ’90, durante il credit crunch paradossalmente le banche indirizzarono i loro finanziamenti verso imprese “zombi”, improduttive, penalizzando invece aziende più dinamiche, ma a loro meno note. La conseguenza fu che in alcuni settori, come i servizi e l’edilizia, le imprese più produttive soffrirono una caduta del tasso di investimento dell’11% e un calo dell’occupazione fra il 4% e il 5%. Fra i più colpiti in caso di credit crunch, poi, ci sono gli imprenditori che vogliono espandersi nei mercati esteri. Gli investimenti per l’export e l’internazionalizzazione richiedono alti costi fissi e lunghi periodi di gestazione, e durante un credit crunch 13risultano fortemente penalizzati dagli istituti di credito. Minetti ha condotto uno studio per la sua università sulle conseguenze del razionamento del credito per le imprese italiane ha rilevato che quelle razionate hanno una probabilità di esportare inferiore del 40% rispetto a quelle non razionate, mentre le imprese già esportatrici soffrono una contrazione del volume di export superiore al 38%. Le imprese, inoltre, tenderanno ad abbandonare i mercati più lontani, riducendo così le proprie potenzialità, e questi effetti sono amplificati per il settore high-tech, dove l’Italia da parte sua già arranca. Infine, gli effetti del credit crunch innescano un circolo vizioso anche sui mutui. Banche meno disposte a concedere credito naturalmente erogano anche meno mutui, deprimendo così la domanda di case; da ciò può derivare una riduzione dei prezzi degli immobili, e il credit crunch ne risulta esacerbato. Questa l’analisi di un illustre economista. Ora guardiamoci intorno e chiediamoci quali sono i motori della nostra economia, non solo a livello nazionale ma anche nel nostro territorio, quello dell’Altomilanese e del Varesotto. Si tratta di piccole e medie imprese che sanno stare sul mercato e resistere alla crisi proprio perché coraggiosamente cercano di innovare, di mantenere alta la loro dinamicità, di crearsi nuovi mercati soprattutto all’estero. Sono gli imprenditori che stiamo imparando a conoscere anche attraverso le pagine della Voce, che a loro ha dedicato e dedica ampio spazio. Proprio loro rischiano di essere le prime vittime del credit crunch. Ancora più attuale, quindi, il monito che il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha rivolto pochi mesi fa alle banche: «Devono svolgere bene la loro funzione di allocazione del credito, con acuita capacità selettiva». Capacità richiesta in particolar modo a banche come la nostra Bcc, che da sempre si pone come missione quella di essere vicina ai bisogni concreti dell’economia locale.

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