Azzi: «Da oltre un secolo siamo la vera istituzione di democrazia economica»

Il presidente di Federcasse nel suo intervento in assemblea ha sottolineato il ruolo svolto dal Credito Cooperativo contro la finanza di pura speculazione e a favore della comunità: «Siamo stati sempre coerenti, anche in un anno complesso come il 2011»

Buongiorno a tutti, io sono particolarmente lieto di essere qui alla vostra assemblea; e essendo la vostra assemblea impegnerò la vostra attenzione solo per pochi minuti per lasciare spazio agli interventi che ci saranno, al dibattito e alle votazioni. Ma, sono stato particolarmente lieto di riscontrare positivamente l’invito del presidente Scazzosi e del consiglio di amministrazione presso il quale annovero amici anche di lunga data come Ignazio Parrinello, perché mi lega un lungo rapporto di amicizia con la vostra banca, della quale ho seguito durante gli anni della mia presidenza della federazione momenti facili e momenti meno facili. Per il vero questa mattina ci sarebbe stata un’altra occasione di presenza perché in questi minuti, in queste ore, in questa mattinata, in piazza S. Pietro il pontefice beatificherà Giuseppe Toniolo. E Giuseppe Toniolo è stato uno dei fondatori delle casse rurali e della finanza cattolica. Toniolo cento anni fa diceva cose che invitavano, profeticamente, a vedere i rischi di un’economia speculativa e anticipava il senso dell’economia sociale. Nello stesso tempo, spronava, i cristiani e i cattolici ad impegnarsi nella convinzione che, solo dandosi da fare, in una logica di solidarietà, si sarebbe riusciti a dare riscontri che altrimenti non sarebbero arrivati. E quindi, già da allora, fine ‘800, inizi del ‘900, lanciava un ‘allarme sui rischi della prevalenza dell’economia finanziaria e speculativa su quella reale. E sarebbe interessante davvero leggere le sue parole, la nostra casa editrice Ecra ha pubblicato un volume dei suoi scritti scelti, perché sono parole di grande attualità. E, leggendole, c’è da considerare come solo pochi, purtroppo, le abbiano tenute in considerazione e cent’anni dopo certi pericoli si siano ancora più gravemente e massicciamente rappresentati e concretizzati.

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Perché effettivamente il destino ci ha destinato ad operare in una crisi senza precedenti a memoria d’uomo, una crisi  che è partita come finanziaria diventata poi, economica, potrebbe diventare una crisi sociale. E per usare una parafrasi sanitaria, si potrebbe dire che la finanza speculativa ha portato, come un eccesso di colesterolo, al rischio di arresto della circolazione sanguigna e c’è stato bisogno dell’intervento di un defibrillatore. Il defibrillatore è stato l’intervento degli stati che sono stati riscoperti nell’occasione della crisi, ma, purtroppo, si è inceppato anche il defibrillatore perché gli stati, soprattutto alcuni di questi stati, certamente il nostro, non sono stati in grado di reggere allo sforzo. E allora noi viviamo in una situazione in cui il paese è oppresso dal debito pubblico, l’economia è in recessione, manca la fiducia, probabilmente viviamo al di sopra delle nostre possibilità. Occorre riemergere dalla fase acuta della crisi per vivere a lungo e per tornare alla parafrasi la vita sana sarebbe una finanza al servizio dell’economia reale e delle persone, non una finanza ripiegata su se stessa e orientata soltanto alla speculazione. Sappiamo che gli stati occidentali hanno sostenuto le proprie istituzioni finanziarie oppresse da crisi di sfiducia da parte degli investitori e reciprocamente differenti, diffidenti con iniezioni di miliardi. Circa 2400 miliardi di Euro, o di dollari, sono stati investiti dagli stati, a sostegno delle proprie banche. In Italia nulla di questo è avvenuto, in Italia lo stato aveva messo a disposizione circa 4 miliardi in tutto; dalle proprie banche questa somma è stata essenzialmente tutta restituita. E, tuttavia, momenti difficili anche per il mondo bancario italiano non sono venuti meno. Non si può sostenere che le banche italiane, pur fondamentalmente sane, non siano al di sopra dei problemi, e sono problemi di liquidità anzitutto per la concorrenza di uno stato e per la sfiducia degli investitori istituzionali. Sono problemi di capitale; se non si guadagna non si riesce ad essere appetibili per gli investimenti degli azionisti e le banche italiane certamente non guadagnano.  Sappiamo, abbiamo letto che le prime quattro banche italiane nel 2011 hanno sommato perdite per 30 miliardi di euro. Io sono un bresciano, ieri, si è tenuta l’assemblea di Ubi, una banca che nasce dalla fusione di banche bresciane e bergamasche, banche sane, e si è chiusa, questa assemblea, con delle perdite di un miliardo e 800 milioni di euro. Ci sono delle regole europee che sono calate sulle banche individuando un totem che è quello del capitale, senza fare distinguo tra banche che sono impegnate nel sostegno alle economie locali, nel sostegno alle persone in una logica di servizio e banche che, invece, hanno sviluppato una finanza speculativa e ancora presidiano fronti di questo genere. Ci sono problemi di reputazione collettiva, ci sono addirittura interrogativi sul modello di sviluppo del futuro. Aveva un senso, detto 3/4 anni dopo, che le banche italiane ampliassero la rete con sportelli a dismisura quando oggi ci sono problemi di mantenimento di posti di lavoro, di costi insopportabili e di una situazione delle quale non si riesce a reggere di fronte a costi fissi cosi pesanti? In tutto questo contesto si pone il credito cooperativo italiano e anche per le BCC il 2011 è stato una anno di luci e di ombre; non abbiamo avuto vita facile nell’anno decorso, ma sappiamo di aver operato con coerenza nei confronti delle comunità locali.

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E molti hanno riconosciuto il nostro ruolo prezioso, ancor più negli anni della crisi, e noi sappiamo che le ragioni dell’affermazione sono anzitutto la consapevolezza identitaria; non ci siamo voluti omologare, non abbiamo voluto rincorrere l’emulazione, l’esempio delle altre banche e abbiamo voluto continuare a svolgere il nostro ruolo di presidio a sostegno dell’economia locale. Quindi una banca cooperativa, che pratica la democrazia economica, una banca mutualistica che deve dare vantaggi ai propri soci, una banca territoriale, quindi di proprietà del territorio ma allo stesso tempo non chiusa in una logica campanilistica che rifiuta il rapporto con l’esterno. E la crisi ha evidenziato la caducità e la falsità di tanti falsi miti: quello della grande dimensione, quello dell’idolatria del breve termine, l’omologazione, la capacità di autoregolamentazione del mercato, il senso della finanza speculativa. Tutto questo crea un coacervo di falsi miti che la crisi ha dimostrato, appunto, che non potevano reggere e anzi sono stati la causa della crisi. Ma, anche per noi, il 2011 è stato un anno di complessità; la coerenza paga in reputazione e in consapevolezza, ma si paga; perché la dimensione limitata, inevitabilmente, comporta gravi dispersione di costi. Il sostegno all’economia locale, inevitabilmente, comporta un deterioramento accentuato del portafoglio crediti, e anche il vostro bilancio, come quello di altre banche di credito cooperativo ne è dimostrazione. Anche noi abbiamo difficoltà di capitalizzazione, tensioni di liquidità, siamo ancor più degli altri ingabbiati da norme create lontano secondo altre logiche da persone che non pensano e non capiscono e non amano il ruolo prezioso del credito cooperativo, ma che creano norme che poi cadono come una cappa di piombo su tutti. E allora, tutto questo ci deve indurre nella consapevolezza della preziosità e dell’indispensabilità del nostro ruolo e del guardare al futuro. E conviene considerare, proprio nel giorno della beatificazione di Toniolo che il percorso della casse rurali italiane è sempre stato accompagnato da profezie di sventura. E le profezie di sventura, in fondo, ci hanno portato bene. Quando nascevano le prime cassa rurali alla fine dell’800 c’era chi diceva che erano un assurdo economico e che l’egoismo e l’opportunismo le avrebbe presto soffocate e fatte scomparire. C’era chi diceva che era impossibile già allora riuscire a gestire il danaro e la finanza secondo valori, perché il danaro e la finanza rispondevano solamente alle spinte degli interessi. Non è così per tutti; e la nostra storia ultracentenaria ha dimostrato che non è così. Ma, per fare un salto lungo quasi cento anni, penso che nel 1993 quando entrò in vigore il testo unico bancario, la legge che regolamenta oggi le banche italiane e che cambiava la denominazione alle casse rurali facendoci diventare banche di credito cooperativo, nel 1993 e c’eravamo tutti, c’era chi individuava il 2000 come un anno di straordinaria rivoluzione e innovazione, una sfida per tutti. E si diceva certo che nel 2000 in Italia sarebbero rimaste, sì e no, una cinquantina di banche e le casse rurali anche se cambiavano denominazione sarebbero presto scomparse. Non è stato così. Nel 2000, è vero, sono scomparsi tanti marchi blasonati e noi, in Lombardia, ben lo sappiamo, ma al 2000 il credito cooperativo è arrivato e dal 2000 si è sviluppato un percorso di crescita che ha portato le banche di credito cooperativo a diventare protagoniste della realtà economica e finanziaria. E mi sembra giusto ricordare che questa nostra storia ultrasecolare parte dalla sollecitazione di un’enciclica che è stata la rerum novarum di Leone XIII che, come diceva Toniolo, spronava i cattolici a impegnarsi e trova poi un riscontro tre anni fa in un’altra enciclica di questo Papa, la caritas in veritate, che individua nelle banche di credito cooperativo una testimonianza di amore intelligente. E allora tutto questo ci deve dare forza, coraggio e fiducia. Noi sappiamo che la storia e l’attualità inducono a essere certi che la presenza del credito cooperativo continuerà a svilupparsi nel tempo. Noi possiamo dimostrare in Italia, agli italiani, che sono gravati da una cappa di pessimismo e di scetticismo nei confronti di tutto ciò che sa di istituzione, che invece è possibile avere delle istituzioni, delle banche, anche quelle piccole sono viste come un’istituzione positive nelle quali ci si impegna per il bene comune, nelle quali le persone che si dedicano lo fanno nella convinzione onesta e trasparente di dare un riscontro e una risposta alle esigenze della comunità e della nostra economia e delle nostre piccole imprese, istituzioni nelle quali, davvero, al centro c’è la persona e l’attività imprenditoriale della persona. E allora, il nostro buon esempio, l’esempio degli amministratori, ma anche l’esempio di voi soci che partecipate alla vostra assemblea, votate sul bilancio, votate sugli amministratori e sui vostri rappresentanti è un buon esempio perché dà dimostrazione che c’è una possibilità di gestione onesta delle risorse del territorio finalizzata al sostegno del territorio. E non solo perché cosi prevede lo statuto della banca di credito cooperativo o prevede la legge, ma perché questo è il senso, il dna, la missione della banca di credito cooperativo. E finchè valori e pratiche di questo genere saranno presenti e affermati, ci sarà un barlume di speranza e una crescita positiva di un’attività in questo senso, di un’attività che induca alla fiducia. E allora le mie conclusioni sono la consapevolezza che la storia del credito cooperativo, parte da lontano ma è portata avanti da persone che sanno di avere la responsabilità particolare verso le nuove generazioni. Sappiamo di avere una capacità di contribuire ad alimentare la speranza che vince la paura. Sappiamo di avere il dovere di consegnare alle generazioni che verranno un patrimonio di finanza, certamente, ma soprattutto di valori maggiore di quello da noi ricevuto, e allora possiamo vivere questo momento così impegnativo con orgogliosa consapevolezza e con l’umiltà dei coraggiosi. Grazie, buon lavoro.

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