Il risparmio produce ancora reddito se si ragiona sul medio e lungo termine

Tramontati i tempi degli alti tassi di interesse garantiti dai titoli di stato, la migliore soluzione per la gestione del proprio portafoglio è la diversificazione, assistiti dalla consulenza personalizzata che la Bcc è in grado di offrire. E per i giovani: i fondi pensione

Portatore di profondi valori cristiani, da sempre il Santo Natale si sposa anche con il gesto del dono che, ben più che sovente, dai nonni ai nipoti o dai genitori ai figli prende la forma di una somma di denaro -e, soprattutto in passato, quella dell’indimenticato libretto di risparmio-, per cominciare a mettere via un “gruzzoletto”, o per incrementarlo, ai fini, appunto, del risparmio. Del resto, che gli italiani siano un popolo di risparmiatori è cosa arcinota. Ma risparmio, purtroppo, non si declina automaticamente con investimento, una scelta rispetto alla quale la propensione degli italiani è davvero bassa, sia perché mancano gli strumenti e le competenze adatte, tanto che recenti sondaggi parlano di «cronico problema di carenza di educazione finanziaria», sia perché tra scandali e crisi finanziaria di questi anni non è certo cresciuta la fiducia degli italiani nei confronti della maggior parte del sistema bancario e dei consulenti finanziari.
Ma, a ben vedere, c’è un terzo aspetto da prendere in considerazione, ovvero il persistente ricordo dei “bei tempi andati” in cui i titoli di stato per anni hanno garantito interessi a doppia cifra e, sul finire del millennio scorso, ancora superiori al 6 per cento. A quei tempi era facile investire: si comprava un bot (buono ordinario del tesoro) o un btp (buono del tesoro poliennale) e ogni anno 10 milioni di lire garantivano quasi una quattordicesima. Come a dire che, oggi, investendo 10mila euro si riuscisse a incamerare una cedola annuale tra i 600 e i 1.300 euro. Cosa che, diciamolo subito per chiarezza, così non è più. Oggi, un bot al più consente di mantenere inalterato il proprio capitale nel tempo, o di arrivare a uno scarso un per cento all’anno (nemmeno 100 euro ogni 10mila euro), tra l’altro a patto di acquistare un titolo di medio-lungo periodo, perché il titolo italiano a un anno, quando non ha rendimento negativo, non rende nulla. Quegli anni, in cui il debito dello Stato garantiva alti tassi di interessi (fatto che, a guardarlo dalla parte della cosa pubblica, non era ovviamente una bella situazione), oltre ad aver instillato una falsa sicurezza nei più anziani sulla facilità di ottenere interessi, hanno anche sicuramente segnato ben più di una generazione, a cui non è stata insegnata l’educazione finanziaria. Infatti, sempre stando ai sondaggi che sono stati rilanciati lo scorso mese di ottobre, che ormai dal 2018 coincide con il “mese dell’educazione finanziaria“, il 50% degli italiani tra i 25 e i 45 anni ammettono di non essere mai stato messo al corrente delle scelte finanziarie che venivano prese in famiglia.

«Già da qualche anno vediamo che le famiglie a cui scadono titoli acquistati otto o più anni fa non sanno bene cosa fare, perché non trovano bot o btp in grado di dare loro i tassi di interesse a cui erano abituati -nota Carlo Crugnola, direttore generale della nostra Bcc-. E, così, molti anziani si trovano in difficoltà, perché non sono più in grado di costruirsi con il capitale risparmiato un’integrazione al loro reddito da pensione. Del resto, ormai, sperare di ottenere dal proprio capitale un rendimento del 2 per cento l’anno è già un obiettivo sfidante (cioè 200 euro ogni 10mila investiti, ndr), che tra l’altro richiede di accettare due condizioni. La prima è di allungare il proprio orizzonte di investimento, quindi non più titoli che scadono dopo un anno ma ragionare su un periodo di almeno 7/8 anni; la seconda di costruire un mix di prodotti al cui interno ce ne sia anche qualcuno più rischioso, così da riuscire a raggiungere quel 2 per cento complessivo e darsi contestualmente la ragionevole certezza della protezione del proprio capitale. Tutti, ma soprattutto gli anziani, devono assolutamente diversificare il proprio portafoglio di investimenti, perché è decisamente troppo rischioso investire in un’obbligazione singola. E in molti casi anche non adeguato, e quindi poco remunerativo, rispetto al rischio a cui si espone il proprio capitale. L’unico modo di preservare i risparmi e farli fruttare al meglio è di investire in strumenti molto diversificati, come i fondi sicav, in grado di fare grande selezione sui titoli che inseriscono nel proprio portafoglio».
E già, perché a garantire i tassi di interesse più alti sono i titoli più rischiosi. “Ovvio”, penserà la maggioranza dei nostri lettori (almeno lo speriamo!), ma in realtà che questa conoscenza sia così scontata per la maggior parte degli italiani non è assolutamente una certezza, sempre per via di quel «cronico problema di carenza di educazione finanziaria» di cui abbiamo detto prima. «E anche della “droga” dell’alto interesse del debito pubblico che in Italia abbiamo sempre avuto, che ha assuefatto tutti alla possibilità di avere alti ritorni in un arco temporale molto breve, con la certezza di avere prestato i propri soldi a chi sicuramente sarà in grado di rifondere l’intero capitale alla scadenza -riprende Crugnola-. Anche se, va detto, gli interessi pagati in passato dal debito pubblico hanno avuto una funzione calmierante, permettendo a tante famiglie di avere un’integrazione allo stipendio con cui far fronte al costo della vita. Infatti, ora che non c’è più questa opportunità, ecco che lo Stato deve intervenire in altri modi, ad esempio calmierando il prezzo del gas e dell’energia».
Tornando agli investimenti e alle possibilità di rendimento, gli italiani sono piuttosto statici: il 75% di loro, infatti, blocca in conti bancari o di deposito il proprio patrimonio (ben sopra la media europea del 66%). Con la conseguenza che dei circa 2.000 miliardi di euro del risparmio degli italiani, più di 1.400 sono fermi nei conti. Un vero e proprio oceano di soldi, che non solo non rendono nulla (perché i tassi dei conti correnti o dei conti deposito stanno pressoché a zero) ma che neppure vanno a sostenere il sistema produttivo. A frenare gli investimenti, tutti i sondaggi e gli osservatori sono concordi, è soprattutto la paura di perdere il proprio capitale.

«Ma tenere fermi i propri soldi sul conto corrente è sicuramente la scelta peggiore possibile, perché non producendo interessi, alla lunga si finisce per erodere, più o meno sensibilmente, il proprio patrimonio. Vuoi per far fronte a delle spese impreviste, vuoi per integrare il proprio reddito mensile -riprende Carlo Crugnola-. Di contro, viste le difficoltà di capire e anticipare le fluttuazioni dei mercati e di leggere al meglio lo scenario nazionale, comunitario e globale, è sempre più difficile pensare al risparmio come a un’operazione che si possa guidare senza il supporto di un consulente. Fortunatamente noi, qui in Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate, ci siamo attrezzati da tantissimi anni nel servizio di supporto e consulenza ai nostri soci e clienti. Con ottimi risultati, come dimostra anche il recente riconoscimento che abbiamo ottenuto da Bcc Risparmio & Previdenza (di cui parliamo in un articolo successivo, ndr). I prodotti che commercializziamo sono prodotti semplici e, in più, guidati da una struttura che aiuta nella costruzione del miglior portafoglio per gli obiettivi e i profili di rischio di persone, famiglie e imprese».
«Quella a cui stiamo assistendo, ormai da tempo, è un allungamento dell’orizzonte temporale degli investimenti: come minimo ci si deve spostare sui 7/8 anni -spiega il nostro direttore generale-. Le rendite in termini di interessi, infatti, sono sempre più risicate e quindi è determinante riuscire a far ragionare il risparmiatore su quello che viene chiamato il medio/lungo termine. Del resto, un po’ per cultura che sta pian piano prendendo piede, un po’ per forza -dal momento che non ci sono più i rendimenti di una volta sui titoli di debito del nostro Paese-, tutti coloro che approcciano il tema degli investimenti dei propri risparmi stanno comprendendo che deve essere allargato l’orizzonte temporale entro il quale aspettarsi la remunerazione attesa. E questo fatto è estremamente positivo per l’economia reale, ovvero per le aziende che ricevono i soldi dei risparmiatori, perché potendo ragionare su prestiti che devono essere restituiti in 7/8 anni hanno maggiori possibilità per pianificare al meglio i propri interventi. In più, essendo la parte dei prestiti obbligazionari ormai priva di una remunerazione giudicata interessante dal risparmiatore, i nostri clienti si stanno a poco a poco spostando sugli investimenti in azioni o, ancor meglio, sui fondi azionari. Così si ottiene anche la giusta allocazione dei risparmi: perché i risparmi davvero produttivi sono quelli che entrano nel capitale e non nel debito delle aziende».
«Insomma, una vera e propria rivoluzione della mentalità, che noi in Bcc stiamo accompagnando da più di un decennio, avendo formato dei consulenti attenti e preparati, in grado di accompagnare soci e clienti nelle scelte per la costruzione del loro portafoglio -dice Crugnola-. Ma, forse, la sfida più grande deve ancora arrivare, ed è quella di consolidare nella clientela la consapevolezza che non basta decidere di aderire all’idea dell’investimento a medio e lungo termine: serve anche la costanza di dimostrarlo con i fatti. Mi spiego meglio: all’inizio della pandemia, lo scorso anno, i mercati hanno subito una flessione e molti fondi hanno perso di valore. Così, sono stati davvero tanti i clienti che non sono riusciti a mantenere i nervi saldi e hanno cominciato ad accarezzare la scelta di liquidare i propri investimenti, ovviamente accettando delle perdite, pur di vedere i propri soldi sui loro conti correnti. Ma la maggior parte dei risparmiatori della nostra Bcc ha seguito i consigli dei nostri consulenti: non hanno venduto e questa scelta ha già pagato. E continuerà a farlo nel tempo, specie per chi, comprendendo ancora meglio le dinamiche del mercato, avendone la possibilità ha incrementato, magari anche di poco, il proprio portafoglio titoli proprio nel momento in cui molti “avevano paura”. È quindi fondamentale avere un consulente che ti guida nella giusta reazione da tenere in occasione degli scossoni dei mercati e ti evita una reazione d’istinto che, praticamente sempre, è quella sbagliata perché è guidata solo dal panico. Tra l’altro, e questo fatto è un’ulteriore garanzia per i risparmi dei nostri soci e clienti, in questi anni abbiamo fatto un grande sforzo per pesare il rischio massimo sostenibile dai nostri clienti e abbiamo sempre evitato di offrire prodotti troppo rischiosi con riferimento alla singola propensione all’investimento. In generale, uno strumento che funziona davvero bene è quello dei piani di accumulo, perché tendono ad appiattire i movimenti di mercati. Infatti, acquistando in automatico e con continuità in maniera periodica si abbatte la volatilità, perché se i mercati scendono, compri quando non lo faresti mai, mettendo così a segno un investimento corretto».
Si parla tanto di finanza a impatto (si veda l’approfondimento sotto), che significa allocare risorse tenendo conto non solo dei fondamentali societari o di settore, ma anche degli impatti sull’ambiente e sulla società. La nostra banca come si pone? «Da anni proponiamo i fondi etici, che sono l’asset in cui la nostra banca ha investito di più e di cui abbiamo avuto un’elevata richiesta già a partire da sei, sette anni fa -risponde il direttore generale-. Quindi la nostra clientela è attenta alla sostenibilità e dimostra una coscienza civica anche in tema di investimenti. Tra l’altro, con il PNRR (a cui abbiamo dedicato un focus qui, ndr) aumenteranno le possibilità di investire in tutto ciò che è ecosostenibile e sono sicuro che in molti sceglieranno questo tipo di prodotti». Dovessi dare un consiglio ai più giovani in tema di risparmio? «Mettere via i soldi in un fondo pensione: una scelta che fanno davvero in pochi. E anche chi la fa, alla prima spesa, tipo il mutuo per acquistare la casa, o anche solo il finanziamento per una nuova automobile, prende in considerazione l’ipotesi di sospendere i versamenti nel fondo pensione -conclude il direttore generale della nostra Bcc, Carlo Crugnola-. Invece non bisogna sospendere, ma pensare al futuro. Che sarà molto diverso da quello dei loro nonni o dei loro genitori, che oggi riescono a vivere con la pensione pagata dallo Stato, perché le pensioni pubbliche sono destinate a ridursi. Con il regime contributivo, infatti, un giovane che oggi inizia a lavorare con uno stipendio di poco superiore ai mille euro al mese, pur tenendo in considerazione gli aumenti e la carriera, fra quarant’anni non può attendersi di ricevere una pensione superiore ai 6/700 euro al mese. Quindi sarà determinante avere un reddito integrativo. E i fondi pensione, che sono protetti e tutelati dalla legge e sono veramente gestiti nel lunghissimo periodo, sono sicuramente i più produttivi».

L’ITALIA CREDE NELLA CRESCITA DELLA FINANZA AD IMPATTO

Quando si parla di finanza d’impatto, o impact investing, ci si riferisce agli investimenti proposti da imprese, organizzazioni o fondi che hanno il proposito di creare impatti sociali e ambientali positivi misurabili. Oltre, naturalmente, a un ritorno economico. Gli elementi caratterizzanti la finanza d’impatto sono essenzialmente tre: un ritorno economico quantificabile, definito fin dall’inizio del progetto con la garanzia della salvaguardia del capitale investito, il cui tasso di rendimento varia da progetto a progetto; la presenza di strumenti di investimento diversificati, che possono ad esempio essere prestiti o interventi in equity (cioè l’acquisizione temporanea di quote di partecipazione al capitale di una società); un impatto sociale, ambientale o di governance misurabile. Infatti, molti investitori che si occupano di finanza d’impatto erogano il finanziamento solo se l’impatto atteso è raggiunto. E questo spiega perché la misurazione dell’impatto è determinante.
Promossa durante la presidenza britannica del G8 nel 2013, la task force comunitaria per la finanza a impatto ha il compito di portare in primo piano, nelle agende dei Paesi membri, gli investimenti a impatto sociale: così, nel gennaio 2016, per rafforzare il nostro ecosistema è nata la “Social impact agenda per l’Italia” e i volumi della finanza d’impatto disponibili in Italia sono gradualmente aumentati, passando dai 46 milioni di euro del 2017 ai 109 milioni di euro stimati alla fine dello scorso anno. Oggi in Europa ci sono oltre 3mila fondi che operano nel settore dei fondi sostenibili, cioè che nelle loro politiche di investimento tengono conto anche di fattori quali la sostenibilità ambientale, l’inclusione sociale e le politiche di gestione aziendale. Così si crea un circolo virtuoso, attraverso il quale le imprese e gli altri soggetti che operano nel settore sociale, energetico e ambientale possono raccogliere risorse per incrementare la propria dotazione patrimoniale complessiva e sostenere iniziative di investimento. Con il risultato che tutti -investitori e operatori- collaborano per costruire un’economia più inclusiva e sostenibile, dando supporto alle imprese che con le loro attività e i loro prodotti o servizi producono benefici per le comunità.
Del tema se ne parla ogni giorno di più, specie da quando in Italia il governo ha lanciato il PNRR (piano nazionale di ripresa e resilienza, di cui parliamo più in dettaglio qui). «Siamo in una condizione irripetibile per spingere l’agenda Impact anche in Italia -spiegao Giovanna Melandri, presidente della Social impact agenda per l’Italia-. Se alziamo lo sguardo ci troviamo di fronte a politiche fiscali e monetarie espansive anche nell’eurozona, ad esempio con il green new deal e le politiche di recovery post-pandemia. Tutto il contrario del 2014, quando ragionavamo sul quadro di riferimento dell’economia e della finanza di impatto mentre l’Europa era ancora quella dell’austerity».
«Si può dare un impulso alla finanza ad impatto abbreviando i tempi per l’introduzione del social supporting factor, uno “sconto patrimoniale” pensato dal parlamento Europeo per le banche che erogano credito alle imprese sociali -commenta Sergio Gatti, direttore generale di Federcasse-. Basti pensare come, nel 2016, l’analogo strumento introdotto per le piccole e medie imprese ha consentito di ottenere risparmi di capitale pari a 250 milioni di euro, erogando così nuovo credito per un miliardo di euro. Ma per poter introdurre meccanismi premiali, per le banche che sostengono le imprese sociali è determinante la raccolta dei dati e la misurazione dell’impatto sociale e ambientale degli investimenti. Per farlo, occorre anche coinvolgere le banche centrali: se noi introducessimo, nelle segnalazioni che generalmente si inviano, anche il dettaglio sulla rischiosità delle imprese sociali, saremmo già a metà dell’opera».

HANNO DETTO:

Mauro Colombo
Vice Presidente vicario
Bcc Busto Garolfo e Buguggiate

Il tema del risparmio, come spiegato dal nostro direttore generale in questo lungo servizio, ha molto a che vedere con l’economia reale, dal momento che proprio gli investimenti nelle imprese e nei loro progetti di sviluppo offrono oggi i rendimenti più interessanti per il risparmiatore. Di contro, il tessuto economico produttivo necessita di capitali, soprattutto in questa fase, per sostenere i propri progetti di sviluppo e gli investimenti di medio e lungo periodo. È quindi davvero necessario e prioritario mettere in connessione una parte dei risparmi delle famiglie con le imprese sane del nostro Paese. Per farlo, servono agevolazioni e incentivi come quelli previsti per gli investimenti nelle start up e nelle Pmi innovative, cioè riconoscendo un credito fiscale a chi investe e fa circolare capitali tra le nostre imprese, garantendo un sostegno attivo ai progetti imprenditoriali e dando fiato alla crescita di un’economia davvero solidale.

 

Diego Trogher
Vice Presidente
Bcc Busto Garolfo e Buguggiate

Tra tutte le forme per investire il risparmio delle famiglie di cui parliamo in queste pagine, una di sicuro interesse -che non a caso è un asset privilegiato della nostra Bcc- è quella “ad impatto sociale”. In questa definizione rientrano tutti quegli investimenti basati sulla convinzione che i capitali privati possano consapevolmente scegliere di contribuire a creare impatti sociali positivi e, al contempo, generare rendimenti economici. E questa è una visione che dovrebbe proprio accomunarci tutti, noi che abbiamo scelto di essere soci e di sostenere un’impresa bancaria della cooperazione del credito. L’investimento ad impatto sociale, oltre a generare rendimenti interessanti, infatti, è un altro modo di declinare i nostri valori di cooperazione, solidarietà e mutuo soccorso, in quanto, oltre a rafforzare l’imprenditorialità sociale in Italia, crea un ecosistema che favorisce le realtà e le organizzazioni impegnate nell’innovazione e nello sviluppo delle nostre comunità.

 

Giuseppe Barni
Presidente Comitato esecutivo
Bcc Busto Garolfo e Buguggiate

Il tema del risparmio, e quello collegato della scelta dei giusti investimenti per farlo rendere nel migliore dei modi, interessa tutte le generazioni. Ma come sottolineato in queste pagine, un occhio di riguardo al tema dovrebbero averlo soprattutto i giovani. Perché, dal momento che l’epoca in cui pensava a tutto lo Stato è decisamente tramontata, è necessario agire in prima persona pensando al futuro. Quindi è decisamente un bene pensare a una forma di accumulo di capitale il più presto possibile, comunque non oltre il momento dell’ingresso nel mondo del lavoro”. Versando regolarmente e per un periodo prolungato, sempre con quell’ottica di ampia diversificazione ben spiegata dal nostro direttore generale, è infatti possibile ottenere buoni rendimenti. Meglio ancora se lo si fa nell’ottica di costruirsi una previdenza integrativa per la vecchiaia, dal momento che muovendosi in giovane età è possibile ottenere molto, anche sfruttando i vantaggi fiscali dei fondi pensione.