Contro la crisi si acquista a chilometro zero

Storia di una filosofia che sta cambiando il nostro modo di consumare: da spesa alternativa a volano di rilancio del territorio e del suo sistema produttivo. La filosofia del consumo a km zero nasce e si sviluppa pensando in particolare al sistema agroalimentare; in questo contesto nasce l'idea di impronta ecologica

La crisi si batte sul territorio. Questo, che è da sempre il credo della nostra Banca, è anche il convincimento che oggi dà slancio alla filosofia del chilometro zero, un modo di orientare i propri acquisti che, negli ultimi anni, dai prodotti agricoli si è allargato a una grande varietà di beni e servizi. KmØ è la sigla che, in soli tre caratteri, oggi sembra riassumere tutte le virtù associabili a prodotti etici, ecosostenibili e anche convenienti. Un vero e proprio bollino di qualità per contraddistinguere scelte di consumo consapevoli che per chi acquista si traducono in genuinità e risparmio, e per chi produce in sostegno economico e occupazione. Dietro questa formula che oggi è sempre più familiare per i consumatori –e che, diciamoci la verità, qualcuno segue anche perché è diventata un po’ una moda–, in realtà si nasconde un concetto vecchio come il mondo, e cioè comprare localmente ciò che è prodotto sul territorio, accorciando le distanze fra produttore e consumatore. Per molte ragioni. Prima di tutto per minimizzare l’impatto del trasporto, che costa e inquina. Poi, per essere più sicuri di ciò che si sceglie: perché trasparenza, tracciabilità e controllabilità dei prodotti tendono a scemare quanto più da lontano questi provengono. E infine –questo è forse l’aspetto più importante, in tempi di crisi– per sostenere e incentivare i produttori locali, per riscoprire e tenere vivo il proprio legame con il territorio, per mantenere lavoro e ricchezza nella comunità. La filosofia del consumo a chilometro zero, che oggi tocca ambiti diversissimi fra loro, nasce e si sviluppa pensando in particolare al sistema agroalimentare. Da decenni ormai è aperto il dibattito sui lati negativi dell’alimentazione tipica dei paesi sviluppati, in cui si è perso il 06legame con la terra e con il ritmo delle stagioni e il cibo è diventato qualcosa di standardizzato, disponibile in quantità illimitate e in ogni periodo dell’anno. Fin dalla fine degli anni Sessanta anche in Italia, con le riflessioni del Club di Roma, si è sviluppato un dibattito che si interroga sui cambiamenti globali, sull’esaurimento delle risorse naturali del nostro pianeta e sul modello di sviluppo che dovremmo seguire per far fronte alla crescita della popolazione e dei consumi. È in questo contesto che nasce l’idea di “impronta ecologica”, cioè della quantità di risorse (energia, acqua, suolo) consumate da ciascuno di noi con le proprie scelte quotidiane in fatto di alimentazione, spostamenti, risparmio energetico, eccetera. All’inizio degli anni Novanta un professore inglese, Tim Lang, elabora il concetto di “food miles”, che letteralmente esprime la distanza che il cibo percorre per arrivare dal luogo di produzione fino al nostro piatto, evidenziando l’impatto ambientale che il trasporto degli alimenti comporta in termini di consumo di risorse e di emissioni di anidride carbonica. Da questa espressione discende direttamente quella che in italiano è diventata l’espressione “chilometro zero”, l’impatto minimo al quale si cerca di tendere per far sì che il gesto più naturale e necessario del mondo, quello di mangiare, comporti il minore inquinamento e il minor spreco di risorse possibili. Se le preoccupazioni a carattere ambientale costituiscono il nucleo originale delle idee che hanno portato alla nascita del chilometro zero, con gli anni si è compreso che questa filosofia si prestava a rispondere anche ad altre istanze importanti. Per esempio, la crescente attenzione alla salute ha portato i consumatori a interrogarsi sulla composizione e sulla provenienza di ciò che mangiano. La genuinità è diventata un concetto da ricercare attraverso il minuzioso esame delle etichette dei prodotti, cercando di andare al di là del packaging ammiccante e delle formule stampate sulle confezioni della grande distribuzione. Su un altro fronte ancora, la delocalizzazione della produzione di molti beni di consumo ha prodotto duri contraccolpi sull’economia di diverse zone del nostro Paese e la reazione di un numero sempre crescente di persone è quella di cercare prodotti locali in modo da sostenere, per quanto si può, il sistema produttivo e occupazionale del territorio. Col tempo sono stati gli stessi produttori locali ad attrezzarsi per rispondere a queste esigenze, sempre più sentite anche dal consumatore medio, ed ecco che sono spuntati, soprattutto negli ultimi anni, i farmer’s market, i punti vendita gestiti dalle stesse aziende agricole, i servizi pensati per venire incontro ai Gruppi d’Acquisto Solidale –nati, dal lato dei consumatori, proprio per organizzarsi nell’acquisto di prodotti a filiera corta, a basso impatto ambientale e, naturalmente, a chilometro zero. Alla fine, anche le istituzioni si sono mosse per delineare in termini legislativi un rapporto fra produttore e consumatore più adeguato a rispondere alle istanze contemporanee. Risale al 2001 il decreto legislativo n.228 del 18 maggio, conosciuto come “legge di orientamento e modernizzazione del settore agricolo”. Fra le novità contenute in questa legge c’è stato un deciso impulso alla “filiera corta”, cioè la diminuzione dei passaggi intermedi fra produttore e consumatore: per la prima volta si riconosce la multifunzionalità dell’azienda agricola e fra le sue attività peculiari viene riconosciuta anche la fornitura di servizi volti alla valorizzazione del territorio e del patrimonio rurale. Inoltre questa legge ha semplificato gli adempimenti richiesti per la vendita diretta al 07dettaglio di prodotti agricoli e zootecnici provenienti prevalentemente dall’azienda agricola stessa, aprendo di fatto la strada ai punti di vendita diretta gestiti nelle fattorie e ai vari farmer’s market che oggi ci sono così familiari. In seguito sono state le regioni a prendere in mano le redini della valorizzazione del proprio patrimonio rurale. Grazie soprattutto all’impegno di Coldiretti e della Fondazione Campagna Amica, che di Coldiretti è figlia, è stata la regione Veneto la prima a portare avanti la campagna chilometro zero. Nel 2008 il Veneto si è dotato di una legge regionale unica nel suo genere, la n. 7 del 25 luglio, volta a incentivare l’utilizzo di prodotti del territorio nelle attività ristorative affidate agli enti pubblici (soprattutto le mense delle scuole, degli ospedali e dei centri per anziani). Si tratta di un passo importante per portare la filosofia del chilometro zero dal consumo privato alle scelte degli enti pubblici e delle istituzioni, segno di un’attenzione crescente alle peculiarità locali e allo sviluppo del territorio. Altre regioni, da allora, hanno seguito l’esempio del veneto: oggi Calabria, Lazio, Molise, Marche, Puglia, Sardegna e Trentino Alto Adige oggi hanno delle leggi regionali che favoriscono la vendita diretta e il consumo di prodotti locali. Quale sarà il prossimo passo sulla via del chilometro zero? La nuova frontiera da esplorare oggi sembra essere quella della grande distribuzione. Se per anni la GDO è stata vista come la perfetta antitesi del chilometro zero e del consumo consapevole, adesso le due opposte “sponde” del consumo si studiano reciprocamente, superano le proprie diffidenze e cercano di mettere in campo alcuni progetti condivisi. Oggi molte catene hanno deciso di fare spazio sugli scaffali dei centri commerciali a una selezione di prodotti locali, riservando un trattamento equo ai piccoli produttori del territorio, che normalmente finirebbero strozzati dalle logiche della GDO, e offrendo un prezzo finale conveniente e giusto per tutti. Sono piccoli esperimenti di collaborazione che potrebbero ampliare la dimensione e l’impatto delle politiche di chilometro zero e, nello stesso tempo, offrire alle “masse” un’alternativa in più fra cui scegliere e una possibilità per combattere la crisi che in questo momento così tanto pesa sui consumi degli italiani.

 

 

PER APPROFONDIRE:

«Il profondo legame col territorio è il nostro cuore»

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Enzo Papa

Non una moda, ma una necessità. «Parlare di una banca a km zero oggi è indispensabile. Come indispensabile è affermare in modo sempre più forte la propria identità». Per Enzo Papa, che per 12 anni è stato consigliere di amministrazione della nostra banca, ruolo che ha lasciato solamente pochi mesi fa, non ci sono vie di mezzo. «Essere banca locale con un profondo legame con il territorio è il cuore della nostra Bcc; una vocazione che si è sempre più affermata attraverso il sostegno diretto alle iniziative che il territorio propone, attraverso un’azione fatta di raccolta e di credito che vede sempre il territorio al centro; ma anche attraverso delle persone che, per il loro ruolo all’interno del Cda, vengono dal territorio e al territorio si rapportano mettendoci impegno, tempo, competenze, ma, soprattutto, la faccia». Nella sua esperienza Papa ha vissuto direttamente queste fasi. «Ricordo l’orgoglio delle associazioni che affermavano di avere il sostegno della Bcc e di poter avere tra loro un rappresentante del Cda. Il legame con il territorio è nel DNA della nostra banca ed è l’elemento che rende differente il nostro essere banca». Il km zero si traduce in azioni concrete. «È essenzialmente l’apertura di un rapporto biunivoco con il territorio: non è solamente la banca che raccoglie i risparmi, ma li reinveste sul territorio. Il territorio non è spettatore, ma, attraverso i soci, viene chiamato a partecipare alle scelte della banca. Scegliere una Bcc è prendere una posizione ben precisa: investire su quel “noi” che ci permette di crescere». Il concetto di autoaiuto, ribadito anche in occasione dell’anno internazionale delle Cooperative, diventa un valore in più in un momento di crisi. «È per questo che occorre insistere sempre di più sui nostri valori: sui valori abbiamo costruito questa banca e sui valori possiamo continuare a farla crescere». E, rivolgendosi alle nuove generazioni dei soci, Enzo Papa invita «a proseguire sul cammino intrapreso e a darsi da fare. La Bcc ha necessità di persone giovani e con la voglia di rimboccarsi le maniche. Essere soci di una banca come la nostra è condividere determinati valori e partecipare. Altrimenti, dove sarebbe la differenza?».

 

«Il concetto di lealtà significa dare per ricevere»

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Diego Trogher

Partecipazione, rappresentanza e condivisione. Una banca a km zero è caratterizzata da questi tre elementi che vanno ad intersecarsi profondamente con cooperazione, mutualità e localismo, le tre molecole fortemente interrelate nel Credito Cooperativo. «Il km zero si basa sul concetto di lealtà», dice Diego Trogher, tra i consiglieri più giovani della nostra banca e l’ultimo in ordine di tempo ad essere entrato a far parte del consiglio di amministrazione della nostra Bcc. «È il sistema di valori messo in campo e condiviso che fa del km zero un elemento di qualità. Essere banca del territorio, che vive e opera in stretto legame con il proprio territorio e mira ad innescare un circolo virtuoso, è una caratteristica delle Bcc. In questa relazione biunivoca il concetto di lealtà esprime la necessità di dare per poter avere, basata su una condivisione di valori». Etimologicamente, la parola lealtà trova le radici nel latino legalitas. «Parliamo di una precisa scelta fatta in coerenza con particolari valori di correttezza e di sincerità, anche in situazioni difficili», continua Trogher. «Mai come in questo periodo di difficoltà economica occorre tenere fede ad una scala di valori che non è quella del profitto a tutti i costi, ma è quella dell’auto-aiuto. La condivisione dei valori serve a questo: costruire una base comune dalla quale poter guardare in avanti. E dove ciascuno è chiamato a fare la propria parte. Come Bcc abbiamo mantenuto fede ai nostri valori: non abbiamo rinunciato al ruolo di sostegno delle realtà sociali del territorio, perché è anche questo un modo concreto per far crescere il nostro territorio». Per Trogher la vicinanza della Bcc al proprio territorio viene espressa attraverso «un gruppo di amministratori che viene dal territorio, lo conosce ed è disponibile a dialogare». Ma anche «da una volontà di partecipazione». Spiega: «Il territorio è chiamato a partecipare e a contribuire alle scelte attraverso i soci, che rappresentano il valore e il cuore pulsante della banca». Il credito alle imprese, argomento dibattuto, si attua «non solamente guardando alla virtuosità di un’azienda ma anche alla sua storia». Oggi come oggi, conclude Trogher, «non serve continuamente chiedere, ma occorre dare per avere. In questa ottica, gli effetti positivi dell’essere una banca a km zero possono farsi sentire in modo concreto».

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