Banche: regole uguali per tutti

Per le banche italiane e dei Paesi deboli dell’euro il funding estero è, nei fatti, impossibile, dati i costi così elevati da rendere poco competitivi gli impieghi. Le banche italiane non solo non hanno ricevuto soldi pubblici, ma si sono viste abbassare il rating

Italia terra di conquista per le banche straniere. Del resto a quale banca non farebbe gola il Paese che, dal Dopoguerra in poi, si è costruito sul risparmio, quale straniero non sarebbe tentato di operare in un Paese dove parte avvantaggiato sui concorrenti locali? Si pensi alle banche inglesi, che, ricapitalizzate dal governo britannico e da altri investitori rassicurati dalla presenza pubblica, godono di un rating più elevato, quindi raccolgono fondi a costi inferiori rispetto a chi opera nell’area euro. Le inglesi si approvvigionano dove è più conveniente, e per questo l’Italia rappresenta ancora un discreto territorio di caccia; e sempre dove rende meglio ed è più sicuro si va ad impiegare il denaro, e qui l’Italia, con la sua rischiosità, è fuori gioco. Gioco impari, perché per le banche italiane e dei Paesi deboli dell’euro il funding estero è, nei fatti, impossibile, dati i costi così elevati da rendere poco competitivi gli impieghi. Le banche italiane, quindi, non solo non hanno ricevuto soldi pubblici, ma si sono viste abbassare il rating, che segue quello statale. Poi ci sono le regole del gioco, più uguali per qualcuno rispetto ad altri, leggi la vicenda Libor, l’equivalente britannico dell’Euribor. Nei mesi scorsi le indagini partite dalla Barclays, per la manipolazione dei tassi di interesse con una levata di scudi che ha portato alle dimissioni del Chief executive Robert Diamond, hanno dato il la ad altre indagini per l’Euribor che toccano quattro grandi del credito europeo, le francesi Crédit Agricole e Società Generale, la Deutsche Bank e la britannica HSBC. E siccome l’Euribor per le banche è l’equivalente dell’ossigeno per gli esseri viventi, il discorso è presto fatto: se pochi giocatori decidono le regole per tutti difficilmente lo faranno per mettere tutti nelle stesse condizioni. Ma non è finita qui, perché tra gli attori più potenti della grande finanza internazionale, ai quali basta una dichiarazione per squassare i mercati e far impazzire lo spread, ci sono le agenzie di rating. Banale dirlo: chi giudica dovrebbe essere al di sopra delle parti, ma questo non accade. Chi sta dietro queste agenzie? Primo azionista di Standard & Poor’s e secondo di Moody’s è la Capital World Investment, una delle maggiori società di gestione del risparmio americane. In nome di uno dei sacri principi del capitalismo Standard & Poor’s e Moody’s sono sulla 02carta concorrenti; ma nei fatti come possono esserlo se partecipate dagli stessi attori del credito? Perché a puntare su due società concorrenti, per non sbagliarsi, non ha pensato soltanto la Capital World Investment, ma anche i concorrenti Vanguard Group, State Street, Blacrock e via dicendo. Siamo sicuri che quando l’Italia è declassata non ci siano interessi a farlo? Altro esempio: Lch Clearnet è la seconda clearing house del mondo, ossia la controparte delle operazioni in Borsa sui futures. Nel suo board figurano tutti i maggiori istituti internazionali, SocGen, Crédit Agricole, Bnp Paribas tra le francesi; Rbs, Hsbc e Barclays per il Regno Unito; Jp Morgan, Morgan Stanley Citigroup e Goldman Sachs in rappresentanza dell’altra sponda dell’Atlantico. Lo scorso novembre fu proprio Lch Clearnet a decidere di aumentare i margini di garanzia richiesti a chi opera in titoli di Stato italiani. Pare chiaro che giudice e responsabile delle sorti dell’Italia non sia il fantomatico mercato, piuttosto un club ristretto di società che rappresentano la finanza globale e che, ufficialmente, sono in concorrenza fra loro. Questi sono i meccanismi con cui funzionano i soggetti che decidono per gli altri, questi i soggetti che fanno ricadere nel microcosmo locale le loro imposizioni. Se l’Italia paga il declassamento lo pagano i titoli di stato e il mondo del credito, quindi ecco aprirsi praterie per le banche straniere che da noi vogliono fare business. Negli anni scorsi si sono sprecati gli annunci di aperture e investimenti per creare una rete di sportelli in Italia ed essere vicini al cliente: a oggi Santander ha sei filiali in Italia, Barclays ha aperto da pochi anni circa 200 sportelli e ha mostrato l’intenzione mesi fa di venderli per uscire dal mercato retail italiano. Il processo si è bloccato la scorsa primavera quando il dossier sulla dismissione è arrivato sui tavoli delle concorrenti Deutsche Bank e Bnp Paribas-Bnl, interessate da un portafoglio mutui residenziali e prestiti da 22,8 miliardi di euro, e in presenza una congiuntura poco favorevole alla vendita, data la forte offerta di sportelli. Dopotutto i soldi, grazie a una raccolta a condizioni inaccessibili per le banche italiane, li ha presi e in poco tempo, ma per l’arrivederci e grazie, per adesso, non c’è ancora la data.

 

PER APPROFONDIRE:

Il cliente è servito

I l buy back è una cosa da grandi. Lo ha lanciato a luglio Intesa Sanpaolo: è stato il riacquisto dalla clientela di bond (tra subordinati e senior) per 1,5 miliardi. Nella nota dell’istituto si specificava che l’operazione era finalizzata a ottimizzare il patrimonio di vigilanza. Il tier 1 capital della banca migliora grazie alla plusvalenza che risulta dall’acquisto di titoli a un prezzo inferiore al valore nominale; per i titoli subordinati si è venduto a 100 e si è riacquistato tra 80 e 90. Non è una novità, perché anche BPM in un recente passato e Santander avevano riacquistato le proprie emissioni a un prezzo inferiore facendo andare su tutte le furie i propri clienti. Gli spagnoli, in particolare, avevano venduto convertendo nel 2007 per un totale di 7 miliardi di euro per l’acquisto dell’olandese Abn Amro. Nella conversione da obbligazioni ad azioni il valore complessivo è calato a 4 miliardi. Dicono i tecnici che si sceglie di fare buy back per un eccesso di liquidità, quella accumulata dopo aver ricevuto gli aiuti della Bce, perché è più redditizio investirla nelle proprie azioni che adoperarla in impieghi bancari. Minus per chi aveva sottoscritto e risorse tolte al credito: il cliente è servito.

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