Una scelta convinta o solamente una moda? Il biologico piace sempre più ma non decolla

È un mondo in costante crescita che però non riesce a fidelizzare fino in fondo: dal marchio sul prodotto alla testimonianza del Gruppo di acquisto solidale B.Ar.Gas

Piace sempre più, ma non decolla. Il settore del biologico continua la sua crescita -sono in costante aumento le aziende che vi si dedicano e i terreni coltivati secondo le specifiche “naturali”-, ma il mercato fatica a rispondere. La crescente sensibilità ecologica e la voglia di attingere ad alimenti sani e coltivati facendo il meno possibile ricorso alla chimica non convincono del tutto i consumatori. Colpa dei prezzi? Colpa di una normativa troppo spesso facile da aggirare? Colpa di una comunicazione che non evidenzia a sufficienza i benefici del biologico?
Il recente sondaggio che SWG ha condotto a metà dello scorso gennaio descrive un quadro di scetticismo diffuso: più di cinque intervistati su dieci ritengono che il marchio “bio” non possa offrire garanzie così significative da giustificarne la scelta a discapito dei prodotti non biologici. Meno del 40%, invece, si dice convinto delle differenze; resta comunque un 8% che non si esprime, segno forse di una conoscenza che non riesce a raggiungere tutti o di una sostanziale indifferenza di fondo. La scelta biologica è però una scommessa che spinge sempre più operatori a investire: i dati dell’ultimo biennio (contenuti nel Bioreport 2017-18) confermano infatti la rilevanza del comparto sul fronte sia della produzione sia del mercato: l’Italia è in sesta posizione nella graduatoria mondiale dei Paesi che producono biologico per superficie investita -si sfiorano i 2 milioni di ettari, con un incremento del 76% rispetto al 2010- e per valore del mercato. La struttura produttiva si è rafforzata: sono cresciuti i produttori (+66% rispetto al 2010) e soprattutto i trasformatori, a testimonianza di un settore che è diventato più maturo. La Superficie Agricola Utilizzata (SAU) bio rappresenta il 15,5% della SAU totale, raddoppiando la sua incidenza rispetto a dieci anni prima. Nel complesso, oggi l’agroalimentare “green” che passa dalla grande distribuzione e dai negozi tradizionali rappresenta circa il 3% dell’intero comparto e vale circa 2,5 miliardi di euro. Piacciono soprattutto frutta e ortaggi, che rappresentano più del 40% degli acquisti bio, meno la carne, anche se il pollo ha registrato un aumento delle vendite di quasi il 20% nell’ultimo anno. Siamo però ben lontani dai numeri di qualche anno fa: se nel 2015 i volumi del biologico sono cresciuti del 20%, oggi il fatturato specifico aumenta solo di pochi punti percentuali. In un mercato sempre più ampio e, quindi, sempre più concorrenziale, il fattore prezzo diventa scriminante e finisce, come rilevato dall’indagine condotta da Ismea (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare), a penalizzare i produttori, in particolar modo quelli piccoli.

 

Chi ha rimesso la barra dritta, facendo dei piccoli produttori il proprio punto di forza sono i Gas (Gruppi di acquisto solidale), un fenomeno che fa leva sul consumo critico e sull’economia solidale. «Alla base abbiamo tre principi: qualità del prodotto, dignità del lavoro e rispetto dell’ambiente», spiega Alessandro Antonino presidente del B.Ar. Gas, il gruppo attivo da quasi quattro anni sul territorio di Busto Arsizio. La ricerca di un’alimentazione sana che al contempo potesse essere sostenibile ha riunito una quarantina di famiglie. «Da loro raccogliamo gli ordini per ortofrutta, latticini, carne, pasta e altro, andiamo ad acquistare i prodotti da realtà piccole e selezionate. Il sabato mattina all’oratorio di San Filippo facciamo la distribuzione», sintetizza. Rispetto a quanto può offrire un supermercato, la differenza è nelle “realtà selezionate”. «Sappiamo da dove vengono i prodotti e come vengono fatti», aggiunge. Ad esempio, «per l’ortofrutta ci affidiamo alla cooperativa Aequos di Uboldo, una realtà composta da oltre 50 Gas (più di 3.000 famiglie) e che acquista solo prodotti biologici e biodinamici certificati». Il vantaggio non è solamente nella qualità bio proposta; il prezzo e la relazione sociale hanno un peso determinante. «Fatto 100 il prezzo di un prodotto che troviamo sullo scaffale di un supermercato, circa 15 viene riconosciuto al produttore; 85 è invece disperso. Nel nostro modello di economia solidale la piramide è ribaltata: 85 va al contadino e 15 a coprire i costi di logistica. Con il vantaggio che possiamo offrire prodotti bio e freschi, sono sempre di stagione, ad un costo decisamente inferiore rispetto al convenzionale». Questo anche perché alla base c’è una rete di volontari che, a turno, si impegnano nella distribuzione dei prodotti. «Il Gas diventa momento di relazione: ci si conosce, si condividono esperienze. Da non dimenticare che un Gruppo di acquisto solidale non fa pubblicità si basa sul passaparola, sulla relazione», sottolinea. Un metodo che ha permesso ai “gasisti” di crescere velocemente. «Fino a qualche anno fa la crescita era a doppia cifra. Adesso il biologico è molto diffuso: lo si trova al supermercato o nei negozi specializzati. L’euforia iniziale per i Gas si è un po’ ridimensionata, probabilmente vi è una maggiore consapevolezza e chi fa la scelta di rivolgersi a piccoli produttori attraverso una rete solidale lo fa con maturità». Di fatto, se nel 2014 gli italiani che hanno fatto regolarmente la spesa tramite i Gas erano quasi 2,7 milioni (dati Coldiretti/Censis), nel 2018 i cittadini che hanno acquistato prodotti in questo modo sono saliti a circa 5 milioni, pari al 10,6% della popolazione maggiorenne (fonte, sondaggio Swg). Negli anni anche il profilo del consumatore responsabile si è livellato: se fino a una decina di anni fa facevano la differenza livello di istruzione elevato e reddito medio-alto, oggi non è più così: nell’indagine sul Consumo responsabile condotta da Swg nel 2018, la percentuale maggiore di consumatori responsabili viene rilevata nella fascia di popolazione compresa tra i 55 e i 64 anni d’età (71,3%). Sono diminuite le differenze tra persone con livello di studio differente e per tipo di occupazione. Spicca il dato sugli studenti (82,9%). Non ultimo, il consumo responsabile contemporaneo è “uscito” dalla città; sembra essere del tutto scomparsa la differenza tra grandi e piccoli centri.

Quando si parla di biologico però spesso la scriminante è sancita dalla certificazione: il “bollino” fa la differenza, ma non in tutti gli ambiti. «Nel settore enologico, il tema del biologico è estremamente difficile», osserva Paola Longo, contitolare dell’enoteca Longo di Legnano, storica realtà dedicata ai prodotti di qualità. «Una cosa è il bio-certificato che una cantina ottiene dopo un lungo iter e con processi che richiedono molto tempo; diverso è guardare a un produttore che segue processi sostenibili, anche se non certificati. Escludendo alcuni imbottigliatori, il produttore medio di vino ha il concetto di biologico nel DNA. Un esempio: ho visitato non molto tempo fa una cantina della zona di Piacenza che a breve otterrà la certificazione biologica. Ma questo non aggiunge nulla al suo prodotto: da sempre è attenta ad una coltivazione naturale della vite riducendo al minimo il ricorso alla chimica». Sul lato consumatore invece, quando si parla di vino biologico può sorgere qualche problema. «L’indicazione sui solfiti, obbligatoria per legge, ha generato un po’ di confusione. Se un’azienda lavora bene in vigna, non ha bisogno di correggere il proprio vino. In bottiglia i solfiti ci sono e sono naturali». Quindi, come spesso accade, un marchio non è esclusività di processi naturali, rispettosi dell’ambiente e prodotti di qualità. Tra mode più o meno passeggere, è sempre alla fonte che bisogna guardare. «L’autenticità non è un certificato che si può comprare -chiosa il presidente della nostra Bcc, Roberto Scazzosi-. È importante codificare un certo comportamento come virtuoso, ma non per questo chi rinuncia al “bollino” è fuori gioco. Il rispetto della terra, per le persone che la lavorano e l’attenzione per la nostra salute sono il risultato di una sensibilizzazione che negli ultimi anni si è fatta più intensa. Sono però valori che abbiamo imparato dai nostri nonni e che i padri fondatori della nostra Bcc ci hanno tramandato. Per questo possiamo dirci di essere una “banca bio”: ogni azione messa in campo è per far crescere in modo sostenibile il territorio e le persone che lo abitano».

 

HANNO DETTO

 

Mauro Colombo
Vice Presidente vicario
Bcc Busto Garolfo e Buguggiate

Conoscenza, sostenibilità, rispetto e territorialità. Sono tutti concetti legati al mondo del biologico, ma sono anche valori che sono parte integrante del sistema del Credito Cooperativo. Le assonanze tra “bio” e Bcc sono molte: entrambi operano nel rispetto di un territorio di cui sono specifica espressione. Entrambi si basano sulla conoscenza: la relazione è il cuore del nostro essere banca, così come sapere da dove arriva un prodotto e com’è stato coltivato è un elemento fondamentale se vogliamo essere certi che rispecchi i parametri del biologico. Non certo ultima, la sostenibilità. Facile trovarla in un prodotto bio, ma per un istituto di credito cosa significa? È il vivere in simbiosi con il proprio ambiente, nella consapevolezza che se sosteniamo il nostro territorio e creiamo le occasioni affinché possa crescere, cresceremo tutti. In più c’è il valore dell’autenticità: così come i sapori di un prodotto bio dovrebbero essere più veri, una Bcc è fedele ai propri valori di cooperazione e mutualità. Se si tratta di scegliere, io non ho dubbi.

 

Diego Trogher
Vice Presidente
Bcc Busto Garolfo e Buguggiate

Il tema ambientale non è più rinviabile. E questo è ormai chiaro a tutti. Ne sono consapevoli i consumatori che progressivamente si orientano verso prodotti biologici; ma ne sono consapevoli anche le aziende. Non solamente quelle direttamente interessate dalla filiera bio, ma anche quanti operano nel manifatturiero od offrono servizi. Il percorso verso la sostenibilità tocca tutti da molto vicino e non è un cammino prettamente basato su scelte estetiche, di facciata o di moda, ma spesso risponde a precisi obblighi di legge. L’essere banca di credito cooperativo in questo contesto è fare una scelta di campo, che nel nostro caso, corrisponde alla nostra storia. Scegliere il territorio, le comunità, ma anche di non proporre scorciatoie nella finanza è puntare alla sostanza, all’economia reale. L’ambiente non si difende solamente con la riduzione delle emissioni, ma supportando una crescita sostenibile.

 

Giuseppe Barni
Presidente Comitato esecutivo
Bcc Busto Garolfo e Buguggiate

La crescente sensibilità al biologico ci insegna una cosa: il rispetto della terra deve iniziare dal comportamento di ciascuno. E la scelta che facciamo sullo scaffale del supermercato può essere un buon punto di partenza. Chi rispetta una risorsa non la spreme fino all’inverosimile.
Anzi, le dà la possibilità di crescere, svilupparsi, rafforzarsi e così dare ancora più frutti. Ecco perché il concetto di biologico ci invita ad un cambio di mentalità, dove nessuno perde, ma tutti hanno vantaggi. Ne gode la terra che viene gestita con tecnologie sostenibili, ne gode l’ambiente che si vede ridotto l’uso di inquinanti e ne gode anche il consumatore che può attingere ad un paniere più sano e genuino.
È la logica del Credito Cooperativo: nessuno vince se non vinciamo tutti. Siamo una “banca bio” perché alimentiamo la crescita di un territorio affinché tutti possano crescere. È un volano virtuoso.