Nuova rivalutazione dei beni d’impresa un’occasione per rafforzare le aziende

Incrementare il patrimonio netto delle società, lo abbiamo scritto in più parti di questo e di precedenti numeri de La Voce, è senza dubbio una necessità di ogni azienda per affrontare il delicato viaggio nella nuova normalità che ci è stata consegnata dagli effetti della pandemia. Considerando anche gli importanti decrementi di fatturato che tantissime aziende hanno dovuto sopportare da oltre un anno e che potrebbero, in vari casi, portare a delle perdite nei bilanci di fine esercizio. «Un aiuto alla aziende arriva dalla rivalutazione dei beni d’impresa che è stata prevista nel cosiddetto “Decreto Agosto” -spiega Gian Mario Marnati (nella foto), commercialista e presidente del Collegio sindacale della nostra Bcc-. La nuova rivalutazione, infatti, permette di iscrivere un saldo attivo come riserva di patrimonio netto che, come tale, può anche essere utilizzata per coprire eventuali perdite. In estrema sintesi, quindi, la norma offre alle imprese la possibilità di far emergere nei propri bilanci i plusvalori che sono insiti nei beni aziendali, così da poter rappresentare in modo più veritiero il patrimonio dell’azienda. E questo non solo in termini civilistici ma anche fiscali».
Prima di vedere nel dettaglio quanto previsto dal “Decreto Agosto” (DL 104/20), che recentemente è stato convertito nella legge 126/90, Marnati sottolinea come «l’imprenditore deve tenere sotto stretto controllo, nella gestione della sua azienda, alcuni parametri che risultano fondamentali, come la capacità dei flussi di cassa generati dall’attività di coprire sia gli investimenti, sia i costi, sia il debito e il fatto che la redditività aziendale sia tale da consentire di sostenere gli oneri finanziari. Più in generale, si tratta di trovare la giusta coerenza tra il debito e la consistenza dei mezzi propri dell’azienda, prestando particolare cura, soprattutto se si vuole accedere ad un finanziamento bancario, al parametro della patrimonializzazione. E la nuova rivalutazione dei beni d’impresa rappresenta sicuramente un’occasione che permette l’incremento del patrimonio dell’azienda e, di conseguenza, il miglioramento del rating bancario che, a sua volta, ha il duplice vantaggio di aumentare la possibilità di accesso al credito e di favorire tale accesso a condizioni migliori». Venendo alla norma che consente alle imprese di rivalutare i propri beni, va detto che tale rivalutazione consiste in un aumento del valore dei singoli cespiti e che l’operazione può essere fatta solo ai fini civilistici («senza quindi impattare sulla parte fiscale -spiega Marnati-. Ovvero, in questo caso, senza andare a pagare nessuna imposta di rivalutazione») oppure ai fini fiscali: «in questo caso -prosegue il presidente del Collegio sindacale della nostra Bcc-, con il pagamento di imposta sostitutiva di rivalutazione che è stata contenuta nel 3%, si potranno andare a considerare fiscalmente i maggiori ammortamenti che derivano dal maggiore valore del cespite». E ci sono altri due punti che è bene tenere in considerazione se si decide di ricorrere alla rivalutazione. «Innanzitutto che questa operazione richiede necessariamente di mantenere in bilancio i beni rivalutati fino al 1° gennaio 2024, data a partire dalla quale, in caso di vendita del bene rivalutato, il maggior valore è riconosciuto anche fiscalmente -riprende Marnati-. Secondariamente che il saldo attivo risultante dalla rivalutazione costituisce una riserva in sospensione d’imposta e che, quindi è possibile procedere all’affrancamento dello stesso previo pagamento di un imposta sostitutiva del 10%». Entrando più nel dettaglio, va detto che possono effettuare la rivalutazione le società di capitali e gli enti commerciali residenti nel territorio italiano che non adottano i princìpi contabili internazionali nella redazione del proprio bilancio di esercizio. E che possono essere rivalutati tutti i beni, materiali e immateriali ad eccezione dei “meri” costi pluriennali, e delle partecipazioni; possono essere rivalutati anche gli immobili, ad eccezione di quelli alla cui produzione o scambio è diretta l’attività dell’impresa. Volendo esemplificare una serie di tipologie di beni ammessi alla rivalutazione, si tratta di terreni, fabbricati, impianti, macchinari, attrezzature, marchi e brevetti, a condizione che figurino nel bilancio relativo all’esercizio in corso al 31 dicembre 2019, che per chi ha un esercizio “solare” significa nel bilancio chiuso al 31 dicembre 2019, e che vengano rivalutati nel bilancio dell’esercizio successivo a quello in corso al 31 dicembre 2019, per i soggetti solari, vuol dire nel bilancio chiuso al 31 dicembre 2020.
«Ulteriori vantaggi sono il fatto che la rivalutazione può essere effettuata per singoli beni e che è applicabile anche ai beni completamente ammortizzati e alle immobilizzazioni in corso -osserva Marnati-. Ai fini della rivalutazione non è richiesta per legge la perizia di un esperto ed è indicato come sia sufficiente un verbale del consiglio di amministrazione che dichiari il maggior valore. È chiaro, però, che in un’ottica di trasparenza sarebbe meglio avere una perizia che certifichi il maggior valore ai terzi, in particolare agli istituti di credito».
Da ultimo, per quanto riguarda le modalità di pagamento, va detto che sia l’imposta sulla rivalutazione (3%) sia l’imposta per affrancamento della riserva («che deve essere versata solo se si desidera affrancare la riserva in sospensione d’imposta», sottolinea Marnati) potranno essere pagate in una o in tre rate annuali, sulle quali è anche ammessa un’eventuale compensazione nel modello F24, insieme alle imposte dei redditi presentate per l’esercizio nel quale la rivalutazione è eseguita e per i due successivi. E ciò vuol dire, nel caso di soggetti “solari”, per gli anni 2020, 2021 e 2022.
«È più che evidente -conclude Gian Mario Marnati- che l’obiettivo della norma è quello di aiutare le imprese a superare gli effetti negativi della pandemia e che, per evitare che si possa abusare dello strumento, viene previsto che ai fini fiscali le plusvalenze derivanti da un’eventuale cessione del bene rivalutato saranno calcolate, per i quattro anni successivi alla rivalutazione, sul valore storico, cioè quello risultante prima dell’operazione di rivalutazione. Detto questo, è chiaro che ha senso valutare preventivamente due fattori prima di procedere alla rivalutazione: primariamente la differenza tra il valore corrente del bene e il valore riportato sul libro dei cespiti dell’azienda, secondariamente la capacità futura dell’impresa di generare redditi in grado di coprire i costi derivanti dai maggiori ammortamenti che la rivalutazione del bene comporta. Se queste condizioni sono gestibili, la facoltà offerta dal provvedimento legislativo appare vantaggiosa sia da un punto di vista fiscale, perché permette la riduzione delle imposte da versare, sia da quello civilistico, in quanto consente di riequilibrare la situazione contabile dell’azienda, esprimendone a pieno la struttura patrimoniale e migliorando il proprio rating bancario».