Un libro, una mostra e tante iniziative per i cento anni del grande Felice Musazzi

Oltre a raccontare l'uomo, l'opera libraria sottolinea la dimensione glocale dell’opera di Musazzi che, partendo dai cortili, da una vita quotidiana e utilizzando il linguaggio dialettale, è arrivato a raccontare il senso universale della vita, strappandoci spesso un sorriso

«Felice di essere Musazzi»: questo il titolo del libro e della mostra, in programma dal 29 maggio al 4 luglio presso il Palazzo Leone da Perego di Legnano, che rappresentano il cuore delle celebrazioni per il centenario del popolare attore, regista e cofondatore della storica compagnia teatrale dei Legnanesi, con la quale ha dato vita e indossato i panni della mitica Teresa Colombo. Un lavoro certosino, quello che ha impegnato per tre anni il Comitato per il centenario di Felice Musazzi, che ha ottenuto il sostegno della nostra Bcc e il patrocinio dei comuni di Legnano e Parabiago e di numerosi altri enti, e che ci ha regalato un’opera nata dalla volontà della famiglia di riaprire i cassetti in cui erano depositate le tante e diverse testimonianze della carriera di Musazzi: foto di scena, copioni di spettacoli, ma anche lettere e altri manoscritti capaci di restituire in modo completo la personalità di uno degli interpreti più originali del teatro dialettale nel ‘900. «Nel riaprire cassetti e armadi letteralmente chiusi a chiave dal giorno della sua scomparsa abbiamo voluto raccontare anche l’uomo, non solo l’artista. Non è stato un lavoro facile: ci siamo accorti che per Felice Musazzi il teatro e la sua storia personale coincidevano», ricorda la figlia Alessandra, presidente del Comitato per il Centenario.
«Nel libro scorriamo la storia di uno di noi. Che ha passato una vita tra i labirintici percorsi disegnati dalle alte mura di mattoni che circondavano fabbriche e ciminiere, quelli che oggi chiamiamo “archeologia industriale” e ci sforziamo di salvare; che ha conosciuto il caldo torrido e il freddo pungente lungo gli scalini e le ringhiere di quei cortili che ancora caratterizzano larghi tratti dei nostri paesi e in cui da sempre regnano i valori di solidarietà e di mutuo soccorso che come banca locale ci sforziamo di tenere vivi -scrive il nostro presidente, Roberto Scazzosi, nella prefazione al libro-. Ma, soprattutto, che con grande e inarrivabile genio ci ha donato tante maschere in cui riconosciamo amici, parenti o volti semisepolti in un angolo della memoria, e che ci aiutano a tenere vivo il ricordo di ciò che è stato. Perché il sapere come eravamo e da dove veniamo ci aiuta a tracciare la rotta del nostro futuro. Non ho avuto l’onore di conoscere di persona Felice Musazzi né di vederlo sul palco, ma è come se fosse successo, perché la sua è stata una presenza costante in casa mia, nelle parole e nei racconti dei miei genitori e di tutti i loro amici. Così, per me questo libro è davvero un viaggio alla scoperta di un uomo amato e ammirato da intere generazioni, che ha saputo strappare il sorriso in tutta Italia, a dispetto di una parlata dialettale che ancora collabora a tenere viva attraverso i suoi testi e i suoi eredi. Quelli di sangue, che ringrazio per averlo raccontato e aver svelato i tanti inediti raccolti in queste pagine, e quelli di scena, che ne incarnano la passione, ne mantengono la presenza e mi hanno fatto conoscere di persona la Teresa, la Mabilia, il Giovanni, la Chetta, la Pinetta e tutte le altre maschere».
Il libro si apre con un capitolo dedicato alla biografia, all’ambito familiare e personale di Felice Musazzi con vecchie fotografie, lettere scritte durante la sua prigionia in Russia e l’esperienza da impiegato alla Franco Tosi. Esperienze comuni alla gran parte dei cittadini legnanesi nati quasi un secolo fa, nulla che lascia presagire quello che poi accadrà qualche decennio più tardi ma che sicuramente ha contribuito alla nascita della sua “legnanesità”: i cortili innanzitutto, il lavoro in fabbrica, la famiglia, insomma le storie dei Povercrist. Segue poi una sezione che contestualizza il teatro di Musazzi all’interno del teatro milanese e quindi dei capitoli che illustrano come nasce uno spettacolo dei Legnanesi: Musazzi, pur non avendo alcuna istruzione accademica, scriveva ogni suo testo facendo attenzione ai particolari sia mimico gestuali che scenografici cosicché ogni scena potesse attrarre gli spettatori e coinvolgerli con grande sapienza teatrale. Un capitolo è dedicato alla storia del costume non solo della Teresa ma dell’intera comunità legnanese del secolo scorso, un piccolo dizionario di termini di uso quotidiano che stanno purtroppo scomparendo dalla nostra lingua. La seconda parte del libro ripercorre la storia parallela di Felice Musazzi e della sua Teresa dagli esordi sino alla scomparsa: dalle prime recite oratoriali senza pretese passando attraverso la provincia lombarda fino al “successo senza precedenti” milanese, italiano e infine internazionale. Un successo di pubblico proprio perché il teatro musazziano altro non è se non la diretta espressione di quel pubblico che sempre lo segue.
Il libro, curato dal Comitato per il Centenario di Felice Musazzi (composto da Mauro Chini, Roberto Clerici, Francesca Giudici, Cristina Masetti, Alessandra Musazzi, Lucia Musazzi e Gabriella Nebuloni) si avvale della prefazione di Maurizio Porro, critico teatrale de Il Corriere della Sera, di testi scritti dai giornalisti del quotidiano La Prealpina Cristina Masetti e Luca Nazari, da Alberto Bentoglio, direttore del Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali dell’Università degli Studi di Milano, da Nicholas Vitaliano, docente di Storia del Teatro e dello Spettacolo dell’Università degli Studi di Milano e da Alessio Francesco Palmieri Marinoni, Docente di Storia del Costume Teatrale e Storia del Costume della Moda.
La presentazione dell’opera è avvenuta con un evento in presenza, lunedì 10 maggio, al teatro Talisio Tirinnanzi di Legnano, condotto da Max Pisu e tenuto a battesimo da una madrina d’eccezione, Antonella Clerici, e che ha visto tanti ospiti -tra cui Enrico Barlocco, attuale produttore della compagnia de I Legnanesi e nipote di uno dei fondatori-, molti videomessaggi -di Enrico Dalceri, cioè l’attuale Mabilia, di Gigi Campisi, che fino ad un paio di anni fa interpretava Giovanni, e di Antonio Provasio, che ha ereditato sulla scena i panni della Teresa- e collegamenti in streaming, finanche dall’università John Carroll dell’Ohio, a sottolineare l’incredibile percorso che ha segnato la vita di Felice Musazzi. O, meglio, come ha detto Roberto Scazzosi nel suo saluto a nome della Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate: «la dimensione glocale dell’opera di Musazzi. Partendo dai cortili, da una vita molto quotidiana e utilizzando il linguaggio caratteristico, il dialetto, è arrivato a raccontare il senso universale della vita, spesso facendoci sorridere. Quello che i Legnanesi hanno messo in scena fin dal primo dopoguerra è stata la vita nella sua complessità e nella sua interezza; non sempre felice, non sempre facile, ma capace di far crescere tutti secondo valori autentici e universali. In questo contesto, la dimensione locale non è stato un limite, ma elemento di forza. Il nome di Felice Musazzi ha ben presto superato i confini di Legnano e quelli della Lombardia. Perché quello che dal palco raccontava lo si poteva ritrovare, con sfumature più o meno accentuate, anche in altri cortili. E anche se la fama di Musazzi è arrivata lontano, ci ha permesso di conservare memoria viva di un certo modo di vivere. Quello dei nostri nonni che, magari senza aver fatto grandi studi, hanno saputo mettere in atto valori come la cooperazione, la mutualità, lo stare insieme, il senso di comunità. Sono le nostre radici e credo sia bene non dimenticarcene, soprattutto oggi. Perché per guardare al futuro è bene conoscere da dove arriviamo. E poi c’è la Teresa: un personaggio senza età, interpretato da Musazzi quasi per necessità, che ha impersonato la donna, la mamma, la famiglia, il lavoro e l’impegno. Un simbolo di vita: è un po’ la mamma e forse la nonna che tutti abbiamo avuto o avremmo voluto avere. Un personaggio che non lo ha mai lasciato e che ha continuato a esistere anche dopo la sua scomparsa. Mi piace ricordare la capacità che Musazzi ha avuto nella creazione di un personaggio tanto semplice quanto universale, che costantemente ci richiama al vero significato della mutualità, della cooperazione e dello stare insieme. E, quindi, sostanzialmente alle origini della nostra banca di credito cooperativo».