Un 2013 guardando alle famiglie

Nell'incontro con la stampa di inizio anno il presidente Scazzosi si è concentrato sul target di riferimento della Bcc per l'esercizio in corso. Il vice direttore della Caritas Gualzetti fa il punto sulla situazione dei nuclei familiari negli anni della crisi

Il presidente della Bcc Roberto Scazzosi lo aveva dichiarato in tempi non sospetti, precisamente nell’incontro con la stampa lunedì 21 gennaio: «il nostro 2013 sarà dalla parte delle famiglie». Non era passato nemmeno un mese e mezzo ed ecco la pubblicazione di due studi di Banca d’Italia che, al netto di cifre e dettagli, ha detto: il reddito non basta; per il 65% delle famiglie le entrate non coprono i consumi. Nessuno è balzato sulla sedia, sia chiaro; era a tutti evidente che alla cinghia erano stati aumentati i buchi per stringere un altro po’ il giro vita. Era chiaro alla Bcc, nata e cresciuta con le famiglie del territorio; era chiaro a chi opera ogni giorno a contatto con la realtà, come la Caritas ambrosiana, che ha assistito, dal 2008 a oggi, a un impoverimento generale del ceto medio e che ha visto subire una brusca spinta verso il basso chi prima galleggiava in un equilibrio precario. E questo per non parlare di chi già era povero ante crisi. Era chiaro. Però, quando la massima istituzione del mondo bancario nazionale suona l’allarme per lo stato in cui versa l’istituzione prima di ogni società, la famiglia appunto, allora davvero non si può più far finta di nulla. Perché in questi anni difficili la famiglia è stata ammortizzatore sociale nel nostro Paese, e lo è stata in forza della capacità di risparmio di cui ha dato prova dal secondo Dopoguerra. Ma a tutto, quindi anche alle capacità di resistenza del risparmio, c’è un limite. Le scorte prima o poi finiscono. Quanto accumulato non basta più. Il traffico di risorse in entrata, insomma, deve riprendere. Ma queste, va da sé, in un momento di crisi non dipendono, purtroppo, dalla buona volontà del singolo né dalle sue capacità. È chiaro a tutti che la svolta non può e non deve che essere di sistema e non bastano singole realtà che pur lodevolmente tamponano le questioni annose e irrisolte che la crisi ha soltanto amplificato. Ma, appunto, a ognuno il suo; quindi alla Bcc continuare a fare quello che ha fatto nei confronti delle famiglie, perché se è vero che a sofferenza ci sono 18 mutui sui 2841 questo significherà qualcosa. E significa che questa operazione bancaria, determinante per l’economia domestica e la progettualità a lunga gittata delle famiglie, è stata realizzata a condizioni sostenibili. «Da sempre la nostra banca ha usato il buon senso quando si è trattato di stipulare un mutuo –ricorda Scazzosi–; abbiamo consigliato alle famiglie di non fare mai il passo più lungo della gamba, abbiamo analizzato la situazione reddituale delle persone proponendo soluzioni sostenibili per il mutuo, perché un impegno di medio – lungo corso possa essere onorato, questo non deve snaturare il tenore di vita. Sulla prima casa, ad esempio, la Bcc non ha mai concesso mutui che superassero l’80% del valore dell’immobile acquistato». Ed è questa la politica di tutela di cui Luciano Gualzetti, vice direttore della Caritas ambrosiana, lamenta lo smarrimento da un certo momento in poi: «In Caritas avevamo intravisto, ben prima che la crisi si manifestasse, una tendenza preoccupante dell’economia a spingere sull’indebitamento, e quando il gioco non ha retto più ci siamo ritrovati con i cocci. Da qui la nostra scelta di intervenire in prima battuta con aiuti a fondo perduto, poi con strumenti che aiutino le persone a rialzarsi; oltre alla formazione per rientrare nel circuito lavorativo, il microcredito». E se il microcredito, in questo caso, è uno strumento di educazione finanziaria per chi deve rimettersi in cammino, non si pensi che una vera educazione finanziaria sia patrimonio troppo diffuso, anche in condizioni non così estreme. Lo testimoniano i quasi 85mila mutui sospesi degli italiani al 31 dicembre 2012. Una impossibilità di onorare l’impegno sottoscritto che vale qualcosa come 9,8 miliardi di debito residuo. E siccome la crisi ha reso povero chi prima povero non si considerava, cambiare passo è diventato un obbligo, sia per il creditore sia per il debitore. «Il rischio è il crollo della fiducia –prosegue Scazzosi–, quindi che le banche concedano prestiti a condizioni impossibili soltanto per tutelarsi; sarebbe un errore imperdonabile, perché le prospettive di ripresa devono poggiare sulla fiducia reciproca. Non si deve cadere nell’eccesso opposto rispetto alla leggerezza con cui tante banche concedevano mutui sino a pochi anni fa; bisogna analizzare e comprendere, invece, le possibilità di un cliente per trovare una soluzione che sia conveniente per entrambi. In questo senso conoscere l’interlocutore, come succede a una banca locale come la nostra, rappresenta un indubbio vantaggio». E il risultato è duplice: il cliente regge il peso dell’impegno contratto, la banca, recuperando il prestito, può immettere altre risorse nel sistema. «Per supportare chi non è in grado di onorare le rate del mutuo, quindi onde scongiurare il rischio che il debitore finisca fra le mani degli usurai, da anni è attiva la Fondazione San Bernardino –ricorda Gualzetti–. Dal 2009 al 2012 ci si è occupati di 1533 casi, fra servizi di consulenza (centro ascolto e rete di associazioni di categoria a supporto) e prestiti; le pratiche aperte sono state 390, variabili per importi da 10mila ai 25mila euro e hanno azzerato i debiti della persona. Il recupero del debito con la Fondazione avviene a tassi agevolati». Partner della Fondazione è il sistema del credito cooperativo, ogni Bcc si fa garante nei confronti della San Bernardino del cliente. Nel caso della Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate, dal 2010 al 2013 l’impegno è stato di 100.000 euro per 14 casi. Se iniziative di questo tipo recuperano situazioni compromesse e sull’orlo del precipizio, nel momento in cui l’unica soluzione praticabile sembra il ricorso all’usura, non bisogna dimenticare quello che i numeri non possono dire. «Chi si rivolge a noi non esaurisce il panorama delle persone in difficoltà –nota Gualzetti–; c’è chi si chiude nei propri problemi, per paura o vergogna, e percorre altre strade, la vendita dei gioielli di famiglia nelle catene di negozi specializzati nell’acquisto di oro e il gioco d’azzardo. Non è un caso che quest’ultimo sia l’unica spesa di consumo in ascesa, che ha conosciuto un’impennata a 90 miliardi di euro nel 2012. Un numero ancora più impressionante se si pensa che nel 2007, ante crisi, il giro era di 60 miliardi». Sono dati che non allarmano soltanto perché spia della gravità del momento economico, ma perché devastanti culturalmente: le persone in difficoltà affidano le proprie speranze alla fortuna, a una vincita al gioco. E questo significa la disperazione/rassegnazione di chi non scorge altre possibilità di farcela, contando, come dovrebbe accadere, sulle proprie capacità, la vera dote da spendere nel mondo del lavoro. «Per descrivere le difficoltà indotte dalla crisi parlano i numeri del Fondo Famiglia – Lavoro del triennio 2009- 2012 –continua Gualzetti–: sono stati erogati 13 milioni 833mila euro a circa 7mila famiglie, questo significa che a ogni nucleo sono andati 2mila euro. Dal novembre 2012 è ripartita la raccolta dei fondi e la raccolta delle richieste d’aiuto, che al momento ammontano, rispettivamente, a 3 milioni 400mila euro e a 76 domande già analizzate». Passo successivo è non lasciarla persona assistita con le mani in mano, ma formarla perché possa reinserirsi dove la domanda di lavoro esiste. «Ognuno vorrebbe continuare il lavoro di sempre –conclude Gualzetti–, ma non bisogna illudersi: dopo la crisi i posti di lavoro non saranno più come prima, né per numero, né per tipologia».

02

Gli studi di Banca d’Italia

Il reddito da lavoro non basta al 65% delle famiglie italiane e la loro propensione al risparmio è scesa in due anni (2008 – 2010) dal 12,1% al 9,7% (mentre era al 23,8% nel 1991): parola di Banca d’Italia, o meglio di due studi che fotografano la situazione a inizio 2013. Una situazione di disagio, perché l’insicurezza che grava sulle famiglie è il passaggio finale di quella crisi partita nelle altissime sfere della Finanza mondiale e, al termine della cascata, piombata nell’economia domestica. Per usare un termine di paragone lontano ma non preistorico, nel 1990 si aggirava sul 40% la quota di nuclei familiari che dichiarava insufficiente le proprie entrate. L’impennata della sfiducia è più diffusa fra le famiglie che vivono situazioni più precarie, quindi abitazione in affitto, capo famiglia operaio o disoccupato, pensionati, lavoratori part-time. A dare un’altra pennellata a tinta grigia sul quadro lo studio Nielsen per conto di Confimprese da cui emerge che una famiglia su quattro non riesce a risparmiare, oltre una su due (54%) tira la cinghia e compra solo l’essenziale, il 52% cerca prodotti in promozione o scontati, il 30% compra meno in assoluto. Se la quota di famiglie che ritengono di avere un’effettiva capacità di risparmio era già calata alla metà dello scorso decennio arrivando al 30% (contro il 50% all’inizio degli anni Novanta), la crisi ha aperto la forbice della disuguaglianza e già nel 2010 il 9% delle famiglie italiane aveva un reddito così basso che, in caso di perdita del lavoro, la ricchezza accumulata sarebbe stata sufficiente per vivere a livello della linea di povertà per appena sei mesi. Se si è ridotta ulteriormente in questi ultimi anni la propensione al risparmio, lo studio di Bankitalia evidenzia che la percentuale di nuclei con reddito inferiore ai consumi (risparmio negativo) è aumentata di quasi tre punti fra il 2008 e il 2010 fino a raggiungere il 22%. La conseguenza è il calo dei consumi, come testimoniano i dati sul contenimento degli acquisti: nel 2012 i consumi sono diminuiti di 1,2 miliardi di euro rispetto al 2011; a gennaio 2013, per gli acquisti, – 1,8% a valore e – 2,4% a volume a prezzi costanti.

Ecco le proposte della Bcc per le esigenze delle famiglie

Che cosa significhi per la Bcc la famiglia lo dicono i numeri, quelli dei conti correnti e dei mutui aperti: i cc cointestati o “monofirma” sono 16mila sui 20mila aperti in banca; 2841 sono la somma dei mutui, fra quelli prima casa e quelli non riconducibili ad attività imprenditoriali, sui 5024 attivi, ossia il 57%. La scelta strategica del 2013, l’attenzione a quella particolarissima impresa che è la famiglia, non è quindi uno strappo con la tradizione della banca, locale, quindi di piccole dimensioni, che pensa alla cellula della vita sociale, il nucleo familiare appunto. Coerenza con la propria mission e consapevolezza di dover stare vicino al proprio target di riferimento, perché sono i tempi a richiederlo; se, infatti, oggi non si prestasse la massima cura, con servizi, prodotti ad hoc e consulenza alle famiglie, il rischio di averle più povere in presenza di una situazione economica che non vede ancora il bello sarebbe enorme. Un rischio da non correre, perché, come dimostra questa crisi, la difficoltà di un ceto medio che sprofonda nel bisogno ha ripercussioni inevitabili anche sulla mancata ripartenza dell’economia, finendo per alimentare quel circolo vizioso che impedisce di vedere la luce in fondo al tunnel. Ecco, allora, soluzioni sostenibili pensate per i bisogni delle famiglie. Nella proposta dei mutui targati Bcc, ci sono quelli per l’acquisto o la ristrutturazione della casa, quelli specifici per le spese mediche e scolastiche, oltre a Bcc Master per la formazione post universitaria; spese di famiglia; Verde più (un finanziamento per incentivare le famiglie a dotarsi di impianti e strumenti a impatto ambientale positivo favorendo il risparmio energetico, Acquisto auto (con una opzione per i giovani), “Oggi sposi”, Ad8 (per le adozioni), ZeroTre per il mantenimento del bambino nei primi tre anni di vita. E ancora i depositi a risparmio, ordinari o “Pensa in grande”, strumenti pensati per educare al risparmio, oltre che come primo prodotto con cui un giovane può sperimentare i servizi bancari.

04

0 replies on “Un 2013 guardando alle famiglie”