L’economia oggi: un passato complesso e un futuro ancora difficile da delineare

Serata di riflessione tra il nostro presidente Roberto Scazzosi e l’economista Carlo Cottarelli, direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani della Cattolica. Entrambi concordi: la soluzione per gli anni a venire è ripartire dai fondamentali e dai valori delle nostre comunità

Con un passato recente fortemente segnato da un’emergenza pandemica e un presente sul quale soffiano venti di guerra, è difficile riuscire a delineare uno scenario economico sul medio e sul lungo periodo. Troppe le variabili in gioco. Troppi anche i punti di domanda davanti ai quali non si riesce e, spesso, non si è in grado di dare delle risposte. Ma in un quadro decisamente contrassegnato da un’incertezza globale, il richiamo forte è ai fondamentali. Ovvero, ai quei valori etici e sociali che il mondo economico non può e non deve ignorare, anche nei momenti di maggiore difficoltà. È quanto emerso dall’incontro tra il nostro presidente Roberto Scazzosi e Carlo Cottarelli. L’economista ed ex direttore del dipartimento Affari fiscali del Fondo monetario internazionale, attualmente direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani dell’università Cattolica, è intervenuto lo scorso 7 marzo a Legnano alla serata promossa dal Centro culturale San Magno, in collaborazione con la Famiglia Legnanese, Politics Hub e Associazione Alcide De Gasperi, nell’appuntamento “L’economia italiana dopo il Covid”. Un titolo che le vicende internazionali delle settimane precedenti hanno superato ampiamente. Più che una relazione a senso unico, un confronto a distanza, dove il nostro presidente, chiamato dagli organizzatori a introdurre la serata, e l’economista di fama internazionale, pur partendo da punti di osservazione diversi, hanno condiviso il punto di arrivo: l’economia e il mondo economico tutto sono chiamati oggi a riflettere sui valori. E per valori si intendono le scelte, i principi, le azioni che vengono messe in campo ogni giorno.
Dal proprio punto di vista, che è un osservatorio privilegiato ma locale, la nostra Bcc ha portato la testimonianza di un istituto di credito che non ha rinunciato alla propria diversità, neppure negli ultimi due anni. «Ci definiamo “artigiani del credito”», ha esordito il presidente Scazzosi davanti a una sala delle Giare di Villa Jucker attenta, presentando la realtà Bcc. «La nostra prerogativa è quella di avere un contatto diretto con le persone, di trasmettere quella educazione finanziaria troppo spesso lacunosa e di creare un percorso con il nostro territorio di riferimento e la nostra clientela. Sarebbe stato bello parlare del dopo-Covid questa sera, ma le vicende drammatiche degli ultimi giorni ci pongono davanti un terribile conflitto che sta portando a un aumento della spinta inflattiva. Il presente che stiamo vivendo non ha grandi novità rispetto al recente passato di pandemia: il tema è quello dell’incertezza». Incertezza nel futuro che però diventa consapevolezza di quanto è stato fatto negli ultimi due anni. Come ha ricordato Scazzosi: «La nostra Bcc, che era già impegnata a immettere liquidità nell’economia reale, ha fatto la sua parte, aggiungendo a questo un rafforzato impegno sociale per aiutare le fasce più deboli della popolazione e sostenere il territorio. Non abbiamo fatto altro che ribadire il ruolo del Credito Cooperativo nei confronti della propria comunità di riferimento». Sotto il profilo strettamente economico, gli ultimi due anni, che il presidente ha definito una «bolla temporale», hanno evidenziato due situazioni: «L’imprenditore solido non ha avuto grandi problemi, ha proseguito sulla sua strada; l’imprenditore meno stabile ha invece potuto beneficiare di una liquidità che però non ha portato stabilità alla sua azienda. Il risultato è che chi ha avuto idee nuove, ha saputo innovare e guardare al futuro si è trovato pronto alla ripartenza». Il conflitto in Ucraina, però, ha rimescolato un po’ le carte. «Prendiamo atto che gli anni di inflazione inesistente e di tassi prossimi allo zero ce li siamo lasciati definitivamente alle spalle, mentre ci ritroviamo a fare i conti con costi della produzione, per le aziende, e della vita, per le famiglie, che non appaiono proprio più comprimibili, se non destinati ad aumentare. E che proprio mentre pareva che stessimo per uscire dalla situazione di crisi causata dal Covid, ne siamo entrati un’altra causata dal conflitto nell’Est Europa e i cui effetti sicuramente deflagranti sono ancora tutti da capire». Tra un passato complesso e un futuro difficile da delineare, la nostra Bcc fa leva su un presente con «quasi 5 mila soci e oltre 60 mila clienti che la nostra banca cooperativa ha su questo territorio», ha sottolineato il presidente. «Forse proprio per la particolare natura cooperativa della nostra Bcc e per il fatto che chi si rivolge al nostro ecosistema è essenzialmente caratterizzato da voglia di mettersi in gioco, di reagire, di crescere. I nostri, “freddi” dati bancari non rivelano tensioni. Anzi. In questi due anni non abbiamo registrato un incremento del credito deteriorato e, dalla pandemia a oggi, abbiamo continuato a erogare credito a famiglie e imprese. Nello specifico, le posizioni di nostri clienti di cosiddetto credito deteriorato, cioè “scaduto”, con “inadempienze probabili” e “sofferenze”, si sono più che dimezzate nel confronto tra dicembre 2019 e dicembre 2021, mentre il totale dei crediti erogati dalla banca, nello stesso periodo è cresciuto del 17,5%. Inoltre, il numero dei mutui per investimento aperti nel 2021 dalle nostre imprese si è riportato quasi sui valori del 2019 e lo stesso è accaduto con i mutui concessi alle famiglie». Anche in uno scenario di emergenza, diventa nodale il non tradire le proprie radici e la propria identità. Cosa che per una banca di credito cooperativo significa rafforzare il proprio legame con il territorio, essere al fianco di imprese e famiglie e svolgere un ruolo sociale di sostegno. Porre quindi ancora l’accento sui fondamentali.

E di fondamentali ha parlato anche Cottarelli che, recependo gli input lanciati dal nostro presidente, ha dato una lettura del quadro economico generale. «La crisi sanitaria ed economica del 2020 è stata pesante: siamo stati il quarto Paese al mondo per decessi e abbiamo avuto un crollo del PIL superiore a quello della media europea, anche se non siamo stati i fanalini di coda. Nel 2021 ci siamo ripresi: il PIL è tornato a salire e abbiamo chiuso l’anno con un +6,6%, andando oltre le aspettative. Questo perché l’Italia presenta una struttura industriale ancora fortemente legata all’impresa manifatturiera e perché ha una rete di piccole e medie imprese che sono più flessibili, quindi con maggiore capacità di reazione, rispetto alle grandi». La spinta inflattiva si è fatta sentire «perché molta parte della domanda del 2020 è stata riversata nel 2021», ha spiegato Cottarelli. La guerra però ha aperto uno scenario nuovo. «Le prime conseguenze sul prezzo del gas le stiamo vedendo. Ma dovremo tenere conto anche delle conseguenze generate dalle sanzioni che sono state imposte alla Russia». Qualche pensiero c’è sul fronte energetico: «Possiamo usare le riserve strategiche, riattivare le centrali a carbone e ottenere di più dalle nostre trivelle, ma sostituire i 30 miliardi di metri cubi di gas che ci arrivano dalla Russia non è semplice».
Cosa succederà allora? «Se la guerra dovesse terminare presto – fatto che tutti ci auguriamo – e non si dovesse arrivare alla chiusura delle forniture di gas, credo che il 2022 possa ancora chiudersi con un segno positivo per crescita economica», ha proseguito Cottarelli. Ma da questa situazione è possibile ricavare almeno due riflessioni. Innanzitutto che «dovremo stare attenti a dove andremo a investire le nostre risorse», ha aggiunto. «Riscopriamo l’importanza della geopolitica e, anche all’interno di un mondo globalizzato, le scelte non devono essere “piatte”, perché non è uguale investire in Cina o da un’altra parte». Non certo secondo, l’invito a una “piccola” reazione per contrastare l’inflazione. «L’aumento dei prezzi non dipende dallo Stato, ma da fattori stranieri. E quello che si perde deve essere colmato insieme, magari riducendo un pochino il consumo energetico». Con una postilla: «Abbiamo messo un po’ troppi vincoli sulla politica energetica. E quando ci sono troppi vincoli se ne pagano le conseguenze».

BCC, LE PIÙ VICINE ALLA CLIENTELA
MA PENALIZZATE DALLA NORMATIVA

Perché di stretta attualità e ricca di spunti interessanti, anche se rilasciata prima dello scoppio del conflitto tra Russia e Ucraina, riportiamo ampi stralci dell’Intervista a Carlo Cottarelli firmata da Giampiero Guadagni e apparsa a fine 2021 sul periodico «Credito Cooperativo – La rivista delle banche di comunità»

Partiamo dai nodi critici del PNRR. Quali sono le sue perplessità?

Forse c’è un po’ troppa carne al fuoco. Le ingenti risorse disponibili assegnateci da Bruxelles verranno erogate da qui al 2026. Ci sono 527 condizioni che l’Italia dovrà rispettare e non tutte a mio giudizio sono necessarie. Mi sembra ci sia un’enfasi eccessiva sulle infrastrutture fisiche, meno sul capitale umano. In ogni caso, la strada che porta al successo del PNRR passa per le riforme. Che però, appunto, hanno bisogno di tempo.

Su cosa deve puntare l’Italia perché le risorse del Recovery siano davvero l’occasione della ripartenza economica?

Il nostro Paese ha un’occasione unica per mettersi alle spalle la crisi, ma anche i precedenti anni di stagnazione. Per farlo, bisogna puntare non solo sugli investimenti pubblici e privati, ma anche sul capitale umano. Cosa necessaria per aumentare la produttività: il problema italiano degli ultimi 20 anni pre-Covid. Il PNRR prova a porvi rimedio. Ma occorre investire di più nella formazione, nella ricerca e nella istruzione.

Sull’attuazione del PNRR e sullo scenario economico pesa l’incognita Covid. Quali i rischi principali?

Intanto, dobbiamo tutti ricordare che senza l’aiuto dell’Europa sarebbe stato un disastro, mix di crisi finanziaria ed effetto pandemia. Il quadro a medio termine è basato su una crescita forte. Il rischio principale è quello di non riuscire ad alzare in modo permanente il tasso di crescita e a rendere sostenibile il nostro debito pubblico. Con la possibilità che tra qualche anno si inneschi un’altra crisi finanziaria. Il successo del PNRR lo verificheremo quando i soldi saranno finiti e vedremo se l’Italia è in grado di crescere anche senza deficit.

Accelerazione dei prezzi e aumento generalizzato delle materie prime. Come farvi fronte?

L’aumento dell’inflazione preoccupa, ma non è piovuto dal cielo. Non è cosa di queste settimane, in realtà è in atto dall’inizio dell’anno. Ed è dovuto ad una domanda superiore all’offerta a livello globale. Come rimbalza la domanda, rimbalzano i prezzi e adesso stiamo scaricando sui prezzi una domanda che lo scorso anno non c’era perché eravamo in lockdown.

Quale può essere in questa fase ancora di emergenza pandemica il valore aggiunto delle banche di territorio, come le Bcc?

La mia non vuole essere una risposta rituale: sono davvero convinto che le banche di territorio siano quelle più vicine alla realtà della clientela. In una stagione così anomala e ancora di grande incertezza dare o no credito usando l’algoritmo non è appropriato. Il vantaggio delle banche locali è la conoscenza personale. Aggiungo che in merito alla regolamentazione bancaria, è sbagliato che ci siano le stesse regole per le piccole e le grandi banche. Fanno cose diverse e la regolamentazione, anche in termini di documentazione, è estremamente pesante per le piccole banche. Credo sia necessaria una riforma in questa direzione.

Lei, anche come responsabile dell’Osservatorio sui conti pubblici, è molto attento al tema dell’educazione finanziaria. Come siamo messi in Italia?

Il livello di educazione finanziaria delle famiglie italiane è tra i più bassi d’Europa, nonostante la forte crescita delle iniziative su questo tema. Occorre che l’opinione pubblica sia sensibilizzata rispetto ai danni per tutti derivante dagli squilibri finanziari. Qualche esempio. Un Paese che cresce e che ha un debito troppo alto deve mettere da parte una parte delle entrate che derivano dalla maggiore crescita, in modo tale da poter migliorare l’avanzo primario senza bisogno di aumentare le aliquote di tassazione. Parlavamo prima dell’inflazione: non sottovalutiamo mai i danni che procura e che colpiscono soprattutto i lavoratori a reddito fisso e i piccoli risparmiatori. Come diceva Luigi Einaudi, economista e secondo Presidente della Repubblica, l’inflazione è la più iniqua delle tasse.