Arredo, macchine e assistenza per i negozi La tenacia della Forbar di Gazzada Schianno

La testimonianza di Franco Sangiorgio, imprenditore che punta ad esserci sempre «quando il cliente ha bisogno. La qualità del lavoro è soprattutto nella relazione»

«La forza dell’azienda è nella sua squadra. Non dipendenti, ma collaboratori, persone che condividono un progetto e hanno la capacità di seguire un ideale con i fatti e non con le parole». Franco Sangiorgio ne è profondamente convinto. La sua Forbar di Gazzada Schianno continua a crescere non solamente per una strategia di mercato ben delineata, ma anche e soprattutto grazie alle «venti persone selezionate dal tempo» che permettono all’azienda di essere leader del settore delle forniture per bar, pasticcerie, gelaterie, ristorazione collettiva e comunità in provincia di Varese. «La tenacia e la precisione sono caratteristiche intrinseche di una persona; non si imparano a scuola – prosegue -. Sul lavoro occorre essere caparbi: si soffre, ma si deve continuare ad andare avanti. Mi piace l’immagine della marea che si infrange contro uno scoglio».

La sua è una storia nata presto ma che ha avuto sempre un unico fil rouge: essere più forti del destino. Perché Sangiorgio è diventato imprenditore a 19 anni, quando per colpa di un fato non del tutto benevolo, ha preso in mano le redini dell’attività del padre colpito da una grave malattia. In un quarto di secolo di presenza sul mercato ha stravolto l’impostazione aziendale, passando dalla vendita di apparecchiature per bar, come macchine per caffè e lavastoviglie, alla progettazione e realizzazione di tutto l’arredo, per arrivare alla fornitura anche dei materiali di consumo e all’assistenza. Il tutto con una particolarità: non ha conservato il nome storico dell’azienda di famiglia, ma ha scelto quello del suo principale concorrente. «Adesso mi piace immaginare che mio padre e il vecchio proprietario della Forbar stiano lassù, seduti l’uno accanto all’altro a osservare attentamente quello che facciamo», ricorda.
Di fatto la “vecchia” Sangiorgio si è evoluta profondamente. Pur conservando le caratteristiche e l’impronta dell’azienda storica, ha cambiato pelle, ha ampliato l’offerta fino a diventare il punto di riferimento del settore, per aspirazione, cottura e freddo. «Ho acquistato la Forbar nel 2007 e vi ho riversato la mia azienda. È stato un atto di fede, quasi di devozione verso chi, pur essendo stato il mio “nemico commerciale”, è stato però un grande protagonista del mercato di Varese e provincia per molti anni». Con la nuova acquisizione Sangiorgio ha ampliato il proprio raggio di azione, diventando a sua volta non solamente il punto di riferimento di bar, ristoranti e negozi per la fornitura delle apparecchiature e l’assistenza, ma anche per tutto ciò che è l’arredo e l’allestimento degli spazi. «Questo non significa che non vi siano difficoltà», ammette. «Il mercato è complesso e occorre stare sempre all’erta. C’è tutto il comparto dell’online, c’è l’usato, in alcuni casi il fai date e competitor che arrivano da fuori provincia. Quello che ci fa andare avanti è la coerenza: chi ci cerca, lo fa perché sa come lavoriamo, come ci rapportiamo con il cliente e quale il servizio che siamo in grado di dare». Sangiorgio non ne fa una questione meramente di prezzo. E il pannello appeso alle spalle dell’amministratore della Forbar con le frasi di John Ruskin, pittore e scrittore del XIX secolo, lo dicono chiaramente. “Ben difficilmente esiste cosa al mondo che qualcuno non possa produrre di qualità un po’ inferiore e vendere a un prezzo più basso. Ma coloro che tengono conto solo del prezzo diventano di questi la preda legittima”. C’è un valore aggiunto che talvolta è difficile da quantificare: «L’esserci quando qualcuno, il tuo cliente, ha bisogno», spiega l’imprenditore. «Occorre essere in grado di risolvere i problemi e permettere a un’attività di continuare a lavorare». Perché, molto banalmente – e il riferimento non è casuale – se si rompe la lavastoviglie in un bar, la situazione può diventare pesante e costringere a dover destinare tempo ed energie ad altro, invece che servire il cliente. «Mi alzo ogni giorno alle 5.15 per poter essere in azienda prima delle 6. Lo faccio per organizzare il lavoro nel silenzio e tranquillità e permettere a tutti i miei collaboratori di dare avvio alla giornata con concentrazione». E le risposte sono apprezzate per velocità e qualità. Il dato è nel loro volume: oltre 4.000 interventi all’anno. Che significa, escludendo almeno le festività, 14 ogni giorno. In una normale giornata lavorativa, quasi due ogni ora. Conteggio, quest’ultimo, che non vale per Forbar. «Noi siamo attivi 10 ore al giorno, il sabato e la domenica rispondiamo sempre. Operiamo con una struttura articolata, ma al contempo snella e secondo i canoni dell’industria 4.0 per sapere in ogni istante lo stato dell’arte di una fornitura». Così, in poco più di 10 anni ha realizzato gli arredi per un centinaio di negozi. Un aspetto che risente delle mode e ha un’innata tensione verso il bello. Perché, citando nuovamente Ruskin: “La vita senza operosità è peccato, l’operosità senza arte è brutalità”. «È necessario avere una visuale ampia e avere la capacità di mettersi in discussione periodicamente. Ogni quattro anni mettiamo mano in modo radicale allo showroom, per riadattarlo ai canoni e agli stilemi ai quali, pur scegliendo in base al gusto personale, i clienti si devono rivolgere».
A proposito di lockdown, dal suo showroom di via Cesare Battisti a Gazzada Schianno la Forbar rappresenta un osservatorio privilegiato del mercato. Soprattutto in questi mesi, quando l’emergenza Covid ha colpito pesantemente bar e ristoranti. «Il Covid ha inevitabilmente dato una battuta d’arresto a tutto il settore, con delle sofferenze importanti. Non solamente per l’abbassamento dei consumi, ma anche per le vessazioni fiscali cui sono sottoposti i locali», osserva Sangiorgio. Se, da una parte, il turnover è «per certi aspetti, è quasi naturale: chi lavora con il solo flusso di cassa è destinato ad avere un qualche problema in più e alimenta un mercato che non ci interessa». Dall’altra, l’emergenza sanitaria ha cambiato l’approccio al consumo. «Vediamo oggi un consumatore più attento che valuta cosa mette nel carrello e quanti caffè può permettersi. La conseguenza è un calo dei consumi con conseguente calo degli incassi per gli esercizi commerciali. È però un consumatore più esigente e questo è un elemento di stimolo per tutti gli attori del mercato a operare al meglio alzando anche la qualità del prodotto».

Torna ancora il tema della qualità. Non solo come prodotto, ma anche come servizio che viene erogato. Torna quindi il tema di “esserci quanto c’è bisogno”. E per Sangiorgio, che lo ha fatto diventare il mantra della sua azienda, questo vale anche per gli istituti di credito. «Sulle banche – premette – posso però permettermi una visione più oggettiva. Non ho mai dovuto chiedere nulla, quindi la valutazione che ne faccio non è legata a più o meno concessioni di finanziamenti o mutui. Parto da una consapevolezza: quando vado in banca, so che davanti a me c’è un’azienda, come la mia. E se alla mia chiedo molto e chiedo di esserci quando c’è bisogno, lo stesso chiedo anche alle altre. Ho avuto esperienza con un istituto diciamo “generalista”: è mancato il rapporto interpersonale e quando ho avuto un bisogno non c’era. Una banca di credito cooperativo ha una vision diversa. Con la Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate so che, quando dovessi avere necessità, posso fare affidamento sempre su qualcuno disponibile e che mi conosce. Con lui posso dialogare per trovare una soluzione condivisa. Anche in un mercato complesso, è bene non dimenticarsi che, alla fine, siamo tutti delle persone. E la vita è una questione di relazioni. Se vengono a mancare, viene a mancare tutto».