Sedici firme che hanno scritto il futuro

15Il Consiglio di amministrazione del 110° ha premiato il “Consiglio dei fondatori”, dando una medaglia d’oro ai loro eredi o discendenti, o a chi oggi li rappresenta, come nel caso dei sacerdoti. Volendo sintetizzare, è tutto qui il senso della cerimonia che si è tenuta domenica 7 ottobre, nel salone don Besana, quando i membri del CdA e del Collegio sindacale si sono stretti attorno ai discendenti dei primi 16 Soci della nostra Bcc per un “grazie” collettivo. “Tutto qui”, abbiamo scritto, perché quando si ringrazia qualcuno si esprimono tacitamente tutta una serie di valori condivisi, e si mostra riconoscenza, che da sola vale più di mille parole. Ma, naturalmente, in quel “tutto qui” c’è anche e soprattutto la storia, lunga 110 anni, della Cassa Rurale Depositi e Prestiti Santa Margarita, oggi Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate. Rimandando al box pubblicato qui sotto l’elenco dei Soci fondatori che sono stati premiati e di chi, a nome loro, ha ricevuto il riconoscimento, è sicuramente da citare l’intervento del parroco di Busto Garolfo, don Pietro Roveda, il cui predecessore, don Giovanni Besana, è stato il primo Socio dell’istituto di credito. «Le radici e l’humus da cui il vostro albero prende la linfa sono buoni, e, nei fatti, anche con il continuo aiuto che date alla Chiesa, dimostrate che sono altrettanto validi i sani frutti di oggi -ha detto don Pietro-. Continuate così e proseguite nella vostra opera per far sviluppare in meglio la realtà in cui viviamo». Una storia lunga 110 anni, dicevamo, che è stata ripercorsa attraverso le testimonianze di tre relatori d’eccezione. Delle origini delle Cassa ha parlato Carlo Gaio che, nato nel lontano 1924, si è associato alla Bcc negli anni in cui l’Italia cercava di rialzare lentamente la testa dopo la Seconda Guerra mondiale. La sua tessera di Socio, infatti, reca la data del 9 maggio 1952 e questo gli vale il primato di Socio con maggior anzianità. Gaio è stato anche consigliere della Banca, dal 1967 al 1988. «Vi racconto come stavano le cose quando ho cominciato a lavorare io in banca -ha esordito Gaio-.

L’utile della Cassa Rurale nel 1945 è stato di 7.000 lire, il mio stipendio era di 2.200 lire al mese. Nel 1950 l’utile è passato a 5.800.000 e il mio stipendio è passato a 44.000 lire, quindi venti volte di più. I depositi nel ’45 erano di 13milioni, nel 1950 sono diventati di 280milioni. In questi 5 anni è partita la ricostruzione. Il lavoro non mancava. In molti, anzi, avevano anche un doppio lavoro. Poco prima degli anni ’50 comincia la costruzione delle villette. Oltre il 90% delle case della zona sono state finanziate dalla Cassa Rurale Artigiana. In questi anni nascono delle piccole aziende nel campo della tessitura a conduzione famigliare. Le manifatture cambiano i telai e comprano macchine con più battute. I telai obsoleti per le aziende più grandi vengono comprati dai dipendenti e nelle cantine e nei solai cominciano a crescere delle piccole realtà imprenditoriali, in paese nascono molte tessiture famigliari. Nel 1950 su 2.300 lavoratori dipendenti delle aziende presenti nel comune di Busto Garolfo 2.000 lavoravano nel tessile. Nel 1970 purtroppo il tessile va in crisi, ma queste piccole realtà famigliari resistono di più delle grosse aziende, in diverse riescono nel tempo anche a rinnovare i macchinari e a diventare mano a mano più grandi. Alcune esistono ancora al giorno d’oggi, come quella di Lidio Clementi, presidente della Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate. Nel 1978 la Banca passa da società a responsabilità illimitata a responsabilità limitata. In questi anni ricomincia a galoppare l’inflazione. Le banche devono restringere gli impieghi. I titoli di stato nell’80 rendevano circa il 18%. La Cassa Rurale continua a prestare soldi, in linea con il tasso ufficiale di sconto, ma sotto di almeno 2 punti rispetto alle altre banche, e quindi sono aumentati gli impieghi». E siamo nel ventennio che precede la fusione, di cui ha parlato uno dei protagonisti di quei tempi: Enrico Ceriotti, avvocato, nato a Busto Garolfo nel 1949 e diventato Socio della banca il 19 marzo 1991. Sindaco supplente della banca dal 1978 al 1980 e dal 1984 al 1991, diventato socio, Ceriotti viene subito chiamato dall’assemblea nel consiglio di amministrazione, dove resterà dal 1991 al 1999. «Anche per la Cassa Rurale gli anni Ottanta ebbero un sapore tutto particolare, l’ebbrezza che si era impossessata del mercato non mancò di far sentire i suoi effetti anche nel microcosmo dell’istituto bustese. Ed ecco la scelta di diventare adulti, nella dimensione, non certo nella consapevolezza della propria missione, che dalle origini, come doveva, è rimasta uguale a se stessa.

La banca comincia a guardare oltre la cinta muraria: non più soltanto la storica sede, la casa madre Busto Garolfo, e i due uffici tesoreria collocati a pochi chilometri, nella frazione di Olcella e a Villa Cortese, ma il territorio. Non fu un anticipo di quella che oggi chiamiamo globalizzazione, perché la Cassa, allora, si rivolse a realtà vicine che conosceva molto bene, a un territorio omogeneo nel tessuto sociale ed economico. Non andava quindi alla conquista di qualcosa di sconosciuto; andava a proporsi a persone, a famiglie, a imprese che parlavano tutte la stessa lingua, che erano cresciute in un quadro economico sostenuto dalle grandi imprese di riconosciuta tradizione e competenza. E nulla cambiava per chi si rivolgeva a uno sportello: la cortesia, l’attenzione ai bisogni, il polso del territorio, la conoscenza delle sue problematiche erano quelle di sempre. L’aria di famiglia che sempre avevano respirato i nostri soci e i nostri clienti non era cambiata, forse, soltanto, si stava allargando la famiglia, si stava esportando un modo di essere banca in comuni confinanti, dove, se non identici, molto simili erano le questioni sul tavolo. Negli anni Novanta si fa più stringente l’esigenza di uscire dai confini di Busto Garolfo e si dà un segnale preciso dei mutamenti in atto: il cambio della sede. Poi, nel 1994, l’istituto è ribattezzato: da Cassa Rurale a Banca di Credito Cooperativo.

Questi passaggi erano spie di un’evoluzione che marciava a ritmi serrati: dopo Parabiago erano arrivate le aperture di Villa Cortese, san Giorgio su Legnano, Dairago, Olcella e Canegrate. Il territorio cominciava a essere costellato di punti Bcc; e anche se allora non si utilizzava il termine di rete, nei fatti, la geografia bancaria su quello schema andava modellandosi. Alla Bcc mancava, sul finire del decennio, ancora una realtà, la più grande del territorio nel Nord Ovest milanese, Legnano. Che non tardò: nel 1999, negli spazi che furono della Pretura, posizionati a cuneo sul centralissimo corso Italia, ecco apparire l’insegna Bcc. Passo significativo, questo, perché Legnano non era, come ben sappiamo, territorio vergine: già allora nella Città del Carroccio molti istituti si disputavano la piazza. La nostra presenza significava essere ormai riconosciuti a pieno diritto come banca di un territorio e non più di un solo paese. Era il preludio a quanto sarebbe successo poi, dal 1999». E degli ultimi dieci anni, nel corso del convegno, ha parlato Lidio Clementi, 60 anni, imprenditore, dal febbraio 2007 presidente del consiglio di amministrazione, dopo essere stato per quasi sette anni consigliere, prima dal 1988 al 1991, e poi dal 2000 al 2002, per ricoprire quindi per cinque anni la carica di vice presidente, dal 2002 fino al febbraio scorso. «Fondendo le due Bcc, otto anni fa, abbiamo dato vita ad una banca più grande ma, cosa ancora più importante, abbiamo costruito una realtà che sta svolgendo un ruolo di vera e propria cerniera tra i territori dell’Altomilanese e del Varesotto. In altre parole, abbiamo dato dimostrazione tangibile dell’unico vero modo per superare le crisi della nostra area e tornare a giocare un ruolo di primo piano nel settore economico lombardo e nazionale: fare sistema. Perché è solo superando i campanilismi che si può crescere, competere, giocare fino in fondo la parte che ogni attore economico e sociale ha in un territorio. E che la Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate, dopo la fusione, sia cresciuta esponenzialmente e sia diventata un attore sociale è sotto agli occhi di tutti. Oggi più di ieri, la nostra banca si schiera con forza al fianco degli imprenditori e di tutte le forze sociali che hanno il comune obiettivo di una crescita complessiva del sistema a cui si fa riferimento e per il quale tutti i soggetti hanno l’interesse ad operare. Un interesse che è condivisione di valori. Per prima cosa, di valore del territorio in cui si opera, inteso come luogo in cui il globale viene ricollocato nella sua giusta dimensione. Poi i valori che sono i principi ispiratori del nostro operare, e che sono racchiusi nella carta dei valori del credito cooperativo». Il resto è storia di oggi, di cui abbiamo più volte parlato nei numeri scorsi della Voce e di cui riferiamo anche in altri articoli. E adesso, il pensiero è già al domani.

0 replies on “Sedici firme che hanno scritto il futuro”