Chi perde il lavoro non lo trova più

Secondo l'indagine Afol soltanto il 21% dei 10mila lavoratori passati per le liste di mobilità fra l'inizio del 2009 e a metà del 2012 sono riusciti a trovare un impiego

Se oggi si perde il lavoro, ritrovarlo è un’impresa. La prova? Per ogni dieci lavoratori finiti nelle liste di mobilità dall’inizio del 2009 solo due, a oggi, sono rientrati nel mondo del lavoro. La crudezza del dato rende più efficamente di qualsiasi discorso lo stato di salute dell’economia e del lavoro sul territorio: è questo il riscontro più significativo della ricerca “I percorsi di ricollocazione dei lavoratori entrati in mobilità” realizzata dall’Osservatorio socio economico dell’Alto Milanese (www.afolovestmilano.it). Senza giri di parole, il quadro è a dir poco drammatico, se si pensa che tra il primo gennaio 2009 e il 30 giugno dello scorso anno sono transitate dalle liste di mobilità oltre 10mila persone. Delle quali, quindi, 8mila sono oggi ancora senza lavoro. E come sarebbe potuto essere diversamente? Sono le prime righe della premessa della ricerca stessa a preparaci al peggio: “In termini strutturali, durante lo scorso anno, l’area ha mostrato una dinamica imprenditoriale nulla, essendovi stata una sostanziale battuta d’arresto nella crescita dello stock di imprese attive, che, in tal modo, ha interrotto l’avanzata del biennio precedente”. Il risultato è di “stasi sostanziale”, una somma algebrica nulla in cui si compensano la flessione delle attività artigiane e delle aziende di più piccole dimensioni e una progressione, alquanto modesta, delle altre realtà. «In questi anni di crisi –è il commento di Andrea Oldrini, responsabile dell’Osservatorio- l’aumento della disoccupazione è uno dei principali problemi che, un po’ dappertutto, sta affliggendo i mercati del lavoro territoriali. La sua espansione annovera, tra le numerose cause, il consistente afflusso alimentato dalle persone coinvolte nei processi di riorganizzazione aziendale. Costoro, infatti, in conseguenza al drastico calo produttivo subito, si sono trovati catapultati in una con dizione di non lavoro e, da allora, spesso, non hanno più avuto modo di rientrare nei circuiti dell’occupazione, anche per via di una dinamica delle assunzioni stentata ed ancora visibilmente sotto tono».

Saldi tra gli avviamenti e le cessazioni nelle varie aree della provincia di Milano. periodo 2011-2012. Fonte: OML Provincia di Milano. Elaborazioni: Eurolavoro / AFOL Ovest Milano - Osservatorio socioeconomico dell'Altomilanese
Saldi tra gli avviamenti e le cessazioni nelle varie aree della provincia di Milano. periodo 2011-2012. Fonte: OML Provincia di Milano. Elaborazioni: Eurolavoro / AFOL Ovest Milano – Osservatorio socioeconomico dell’Altomilanese

Il perché si può facilmente comprendere guardando alle dinamiche dell’imprenditoria del territorio: pur ancora positivi, infatti, i saldi di nati-mortalità imprenditoriale nell’Ovest Milano si assottiglino, contrariamente a quanto accade nel resto della provincia, gravati sotto il peso di una dinamica delle cessazioni nettamente più pronunciata di quanto non avvenga per le iscrizioni ai registri camerali. In altri termini, benchè questo fatto non abbia ancora eroso il reticolo delle aziende insediate nell’area, durante il 2012, si è osservata una tendenza non priva di elementi di preoccupazione, nella quale le comunicazioni di cancellazione dai registri camerali si sono incrementate più di quanto non siano aumentate, invece, la natalità e la costituzione di nuove iniziative imprenditoriali. «Nell’Ovest Milano -prosegue Maurizio Betelli, direttore generale di Eurolavoro Afol Ovest Milanoquesti fenomeni, messi in risalto da una pluralità di indicatori quali il balzo in avanti dei tassi di disoccupazione, il vistoso aumento della domanda di servizi all’impiego e la continua espansione dello stock di iscritti nelle liste di mobilità, costituiscono la fonte di numerose preoccupazioni e, più che in passato, pongono al centro delle policies locali, tra le varie questioni, quella del reingresso degli esuberi di forza lavoro». A un esame più attento dello studio si può vedere che dei 10.430 lavoratori finiti in mobilità, 5.628 (il 54%) non hanno più lavorato dopo essere stati iscritti alle liste di mobilità. Delle 4.802 persone ricollocate, invece, 559 hanno lavorato dopo l’uscita dalle liste di mobilità e 4.243 hanno lavorato prima della scadenza dei termini della mobilità: in ogni caso si è trattato quasi sempre di lavori brevi, spesso a tempo determinato. Il risultato, alla fine, è che il tasso di occupazione finale è del 21%: quindi solo 2.190 oggi hanno un lavoro. Un riscontro ben poco incoraggiante, che è uno dei tanti aspetti “no” del momento. «Da anni assistiamo a un’erosione del tessuto produttivo sul nostro territorio -dice il presidente della Bcc Roberto Scazzosi-; e per questo avevamo parlato di effetto domino. Un’azienda fallisce, i suoi dipendenti si trovano senza lavoro, spesso, senza speranza di ritrovarlo più, l’azienda non può pagare in toto i creditori e, quindi, fornitori e banche non rientrano dai loro impieghi. Si tratta di un circolo vizioso che impoverisce l’intero sistema».

Avviamenti al lavoro nell'Ovest Milano per settore di attività economica (esclusi i rapporti di 1 giorno). Periodo 2011-2012. Fonte: OML Provincia di Milano. Elaborazioni:ç Eurolavoro / AFOL Ovest Milano - Osservatorio socioeconomico dell'Altomilanese
Avviamenti al lavoro nell’Ovest Milano per settore di attività economica (esclusi i rapporti di 1 giorno). Periodo 2011-2012. Fonte: OML Provincia di Milano. Elaborazioni:ç Eurolavoro / AFOL Ovest Milano – Osservatorio socioeconomico dell’Altomilanese

Una situazione che non si è ancora risolta e che, a dirla tutta, non vede ancora i presupposti per invertire la tendenza, se come, nota la ricerca, in questo periodo, gli andamenti economici globali e la situazione congiunturale ancora piuttosto incerta e complicata hanno determinato, ancora una volta, il ridimensionamento dei livelli di attività, connotati, di nuovo, in senso negativo. Su base annua, infatti, la produzione industriale è arretrata, il fatturato è calato e il portafoglio ordini si è ridimensionato. Parallelamente, si sono ridotte le ore lavorate e sono proseguiti gli esuberi di manodopera. «Si legge da tempo di credit crunch come del problema dell’economia italiana –sottolinea il direttore generale della Bcc Luca Barni–; posso dire, dal nostro osservatorio di banca locale, che il problema non è in questi termini ed è, anzi, ancora più grave. Le aziende, per il drastico ridimensionamento del loro giro d’affari, non chiedono più da tempo prestiti per realizzare investimenti. È questo il dato di fatto che dovrebbe far riflettere: tante aziende si limitano a guardare all’immediato, non sono in grado di pianificare strategie su medio-lungo periodo. È chiaro che le dinamiche occupazionali finiscano per soffrirne». La debolezza di questo quadro di insieme, infatti, si riflette nelle interazioni che si osservano tra le imprese e il mondo del lavoro e nelle loro strategie di reclutamento di nuovo personale. Al pari di quanto è avvenuto anche altrove, con il 2012 si contrae il numero di realtà che hanno ampliato il proprio organico o che, comunque, hanno operato delle assunzioni, a riprova di una situazione occupazionale ancora difficile e compromessa, oltre che di una gestione delle risorse umane estremamente attenta e cauta. In altre parole, in questo momento, è più facile uscire che entrare o rientrare nel mondo del lavoro. «Non tutti hanno avuto l’opportunità di rientrare al lavoro e, anche laddove ciò si sia concretizzato, la capacità di mantenere l’occupazione ritrovata è stata parziale -spiegano infatti i ricercatori dell’Osservatorio socio economico dell’Alto Milanese-. Molti soggetti, pur avendo avuto occasione di ricollocarsi, si sono rioccupati solo temporaneamente rimanendo, spesso, intrappolati nelle forme di lavoro flessibile che hanno determinato una permanenza nell’alveo dei contratti a termine anziché evolversi verso una stabilizzazione. Da questo punto di vista, pertanto, sia la ricollocazione, sia la rioccupazione, pur rappresentando un risultato indubbiamente importante, non possono essere considerate la soluzione definitiva al problema della mobilità». Sarà scontato dirlo, ma la soluzione è, e non può che essere, la ripartenza dell’economia reale, il ripristino dei fondamentali che rendono possibile quella crescita sana che, sola, crea occupazione. Condizione che ancora non si vede se, come registra la ricerca, nell’Ovest Milano, il 2012 ha evidenziato un calo del numero delle realtà che hanno reclutato della manodopera, a riprova di un percorso di progressivo irrigidimento dal lato della domanda (le imprese che ricercano del personale) che contrasta con un’offerta (le persone che costituiscono le forze di lavoro) che, di contro, negli ultimi anni, è sensibilmente cresciuta nei volumi. Lo studio dell’Osservatorio socio economico dell’Alto Milanese ha considerato l’insieme dei soggetti, residenti nell’Ovest Milano, il cui ingresso in mobilità si è collocato dall’1 gennaio 2009 al 30 giugno 2012. Per ogni lavoratore iscritto alle liste, i ricercatori hanno ricostruito i diversi eventi seguiti al licenziamento, studiando, in particolare, la varie forme di interazione tra la persona e il mondo del lavoro. Oltre 10mila persone, si è detto, e in prevalenza si tratta di uomini e di lavoratori di età matura, provenienti, nella maggior parte dei casi, da realtà di piccole e piccolissime dimensioni, spesso del comparto manifatturiero. Il più delle volte, inoltre, i lavoratori finiti in mobilità sono titolari degli sgravi per la riassunzione, ma non dell’indennità economica prevista a parziale compensazione dell’interruzione del reddito da lavoro. Il dato che emerge con forza dalla ricerca è che l’istituto della mobilità non è, da solo, sufficiente a risolvere il problema dell’espulsione dal mondo del lavoro: «Infatti -spiegano all’Osservatorio- è stato appurato che la ricollocazione, il più delle volte, rappresenta il punto di partenza di un percorso da costruire e, sempre più raramente, l’approdo ad una soluzione definitiva».Tornando alle persone finite in mobilità, il 57,2% sono uomini e il 42,8% donne. L’età media è generalmente alta e si attesta sui 42 anni, “indice di una cospicua presenza delle classi più mature ma non ancora sufficientemente anziane per accedere alla pensione”, osservano i ricercatori. Infatti, gli ultraquarantenni sono il 60,2% del totale mentre è contenuto il peso degli under 30 anni (10,7%), al cui interno si osserva un’incidenza sul totale pari al 2,9% per gli under 25 e al 7,8% per la fascia 25-29 anni. L’interruzione del rapporto di lavoro e la conseguente iscrizione alle liste di mobilità, nel 57,8% dei casi è stata originata da un licenziamento individuale operato da parte di realtà produttive con meno di 15 dipendenti.

PozziPozzi: “La situazione è critica, ma ci vuole fiducia per andare avanti”
L’indagine Afol non fa che confermare una situazione critica riguardo al lavoro che tutti, in un modo o nell’altro, stiamo accusando. È importante cercare di essere ottimisti, anche in uno scenario a tinte fosche come quella attuale. Soprattutto in un periodo difficile come quello che stiamo attraversando è fondamentale che ognuno faccia la sua parte per trovare una soluzione, come già fa la nostra Bcc, che continua a sostenere il territorio e le aziende. In questo modo si gettano le basi per una ripresa, in particolare dando credito alle aziende che scarseggiano di liquidità. Anche io sono imprenditore, ho una piccola impresa in campo elettronico, e, come tutti, sto toccando con mano quanto profonda sia la crisi che stiamo attraversando. Purtroppo, ci sono molti timori e incertezze che è importante superare per andare avanti. Serve un’iniezione di fiducia per rimettere in moto l’economia: in questo modo sarà possibile ripartire. Ben venga, in questo senso, la collaborazione della Bcc a iniziative come quella della Camera di Commercio di Varese per anticipare la cassa integrazione. Una boccata d’ossigeno per chi sta già vivendo un momento difficile.

COLOMBOColombo: “La politica deve intervenire subito per favorire la ripresa dell’economia”
Quel che è certo è che l’economia è entrata in una fase critica, oserei dire da “codice rosso”. Il tempo è scaduto e servono scelte immediate, forti e coraggiose, soprattutto per il terziario e per il settore manifatturiero, perché non solo nel nostro territorio, ma in tutto il Paese, avverto un grande stato di pericolo. Il problema lavoro è un’emergenza primaria che riguarda tutta la società, in quanto l’alto tasso di persone rimaste senza lavoro potrebbe mettere a rischio la coesione sociale. E me lo confermano i dati di Afol, che sono drammatici: il fatto che solo poco più di 2 lavoratori su dieci trovino un nuovo lavoro stabile dopo aver visto interrotta la loro vita lavorativa a causa della crisi, impone a tutti di raddoppiare gli sforzi. Da parte mia sono certo di una cosa: anche se molte aziende sono tentate di gettare la spugna, in generale gli imprenditori cercano di fare il loro mestiere e il loro dovere, ma è la politica che troppo spesso non c’è. Il continuo calo della domanda sul mercato interno per le aziende si traduce nel migliore dei casi, in forte calo dei ricavi, nel peggiore la chiusura dell’azienda stessa, comportando la perdita di migliaia di posti di lavoro. E, invece, per almeno cominciare ad invertire il trend c’è una sola cosa da fare: intervenire sul costo del lavoro, che qui in Italia è il più alto di tutta Europa, e che frena la creazione di nuovi posti di lavoro. Servono nel brevissimo termine misure efficaci a favore dell’economia e dell’emergenza occupazione.

Bcc e Camera di Commercio di Varese ancora unite per aiutare i cassintegrati

Di nuovo in prima linea per aiutare le famiglie che stanno attraversando un momento di difficoltà. La Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate è tra gli istituti bancari che hanno partecipato all’iniziativa promossa dalla Camera di Commercio di Varese per assicurare l’anticipo della Cassa integrazione straordinaria e in deroga ai dipendenti delle aziende coinvolte in processi di riorganizzazione o chiusura. Il protocollo d’intesa, operativo dal marzo 2009, fino al 31 dicembre dello scorso anno aveva consentito di aiutare 326 famiglie, assicurando loro complessivamente 1 milione 640mila euro, che equivalgono a circa 5mila euro a nucleo famigliare. Una risposta concreta, che arriva in un momento di congiuntura negativa, in cui il sostegno ai lavoratori si fa sempre più importante. L’innovativo strumento, promosso dall’ente camerale in collaborazione con i sindacati Cgil-Cisl-Uil, le banche e le associazioni di categoria, è ormai entrato a pieno regime. E questo grazie alla collaborazione degli enti creditizi che hanno sottoscritto il protocollo d’intesa, tra cui, appunto, la nostra Bcc. Attraverso tutti i nostri sportelli, si garantisce ai lavoratori che ne fanno richiesta un anticipo della prestazione economica a condizioni prive di costi bancari e con un tasso d’interesse massimo pari all’Euribor a 3 mesi. L’anticipo copre un periodo fino a un massimo di 7 mesi e viene erogato se l’azienda non si fa carico di anticiparlo.

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