Credit Crunch problema europeo

Il direttore Luca Barni
L'editoriale del direttore della Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate

Chi dice banca dice credito, o meglio, di questi tempi, dice credit crunch. In questo numero voglio scostarmi un poco dalla dimensione strettamente locale per affrontare un tema di portata più ampia, la cosiddetta stretta creditizia, per molti, oggi, il Tema quando si parla di rapporti fra banche e imprese. Innanzitutto facciamo chiarezza sulla natura del problema creditizio: è una particolarità tutta italiana? La risposta è no, e a smentire questa ipotesi sono i dati. In Europa sono stati prestati 350 miliardi di euro in meno rispetto al 2009, anno che segnò il massimo storico negli impieghi. Di chi è la colpa? È tutta da addebitare alle banche? In tutta onestà direi sì, ma non solo. Lo è se si evita il rischio per principio, senza considerare chi si ha di fronte. Lo è se la scelta strategica è privilegiare il guadagno più remunerativo, e soprattutto sicuro, che deriva dall’acquisto di titoli. Ma queste ipotesi non esauriscono il discorso. Il problema vero è da ricercare nell’unica, vera fonte di ricchezza per il sistema, ossia l’economia reale; se questa continuerà a ristagnare la ricerca a ogni costo di un capro espiatorio per la crisi diventerà un gioco lezioso e niente più. O riparte l’economia o potremo continuare in eterno con analisi parziali e accuse reciproche che non porteranno a nulla. Detto di queste oggettive difficoltà, perché in Europa, fra i Paesi più sviluppati, Italia e Spagna soffrono più degli altri? La risposta è semplice: per i tassi. Da un anno e mezzo il differenziale fra Italia e Germania si traduce in gap di competitività fra le nostre imprese e le loro. E non è soltanto una questione di spread; nella costruzione del tasso di finanziamento, oggi, ha un peso eccessivo, pari al 3%, il tasso di decadimento, ossia la misura della crisi che stanno attraversando le imprese italiane. Le banche, in questo modo, caricano sul costo del denaro il peso delle tante sofferenze accumulate, ossia dei prestiti alle imprese che le imprese non sono più in grado di restituire. In altre parole, con una redditività bassa, costi alti nella raccolta da sostenere e tante sofferenze da ripianare, l’unico modo per immettere liquidità nel sistema economico non potrà che essere legato alle capacità di rimborso garantite dall’azienda. Potrà non piacere questo fatto, ma è la cruda realtà. Come porre rimedio a questa situazione? Ben vengano soluzioni ipotizzate recentemente, come società veicolo o cartolarizzazioni garantite da istituti pubblici, ma è evidente a una disamina onesta dello status quo che le banche debbano scaricare il rischio credito, pena la condizione, paradossale, di non essere più nella condizione di fare veramente le banche, quindi di erogare credito. Per concludere, il problema non è la liquidità; sono le regole del gioco. Mi auguro sinceramente che le soluzioni proposte funzionino, ma è una dato di fatto che, dopo questa crisi, nulla sarà più come prima. Il mondo è cambiato e le banche dovranno adeguarsi di conseguenza. Le banche potranno finanziare soltanto le imprese che hanno realmente la capacità di stare sul mercato, quelle con un futuro davanti. Altrimenti il rischio o, meglio, la certezza sarà di far pagare un prezzo ancora più caro a tutto il sistema.

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