“Sua Maestà l’Imperatore e Re con graziosa risoluzione del 14 giugno prossimo passato si è degnata d’innalzare il Comune di Varese al rango di Città, e di accordare al medesimo una Congregazione municipale. Il Governo si fa sollecito di portare a pubblica notizia la premessa Risoluzione Sovrana per comune intelligenza”. Così il decreto regio datato 14 giugno 1816, e notificato il 6 luglio dello stesso anno a Milano, eleva a livello di città Varese. Da allora sono passati 210 anni.
Varese all’epoca “aveva il non trascurabile rilievo di essere l’ultimo baluardo, prima del confine con un altro Stato”, spiega Gianni Spartà.
La nomina di Varese a città porta la firma di uomini che ebbero un ruolo importante nella Lombardia del XIX secolo sia da un punto di vista politico sia culturale, ma per Varese salire al rango di città pone fine alla sua autonomia amministrativa. “Finimmo sotto la signoria di un’altra provincia, quella di Como, politicamente più attrezzata evidentemente; il territorio perse la sua autonomia amministrativa che le era stata concessa, e questa situazione si protrasse per quasi cento anni fino al 1927. Su questo accadimento gli storici hanno indagato a lungo giungendo a elaborare tesi che qui sarebbe complicato approfondire”, scrive lo storico Giuseppe Armocida.
“Ma una ragione ce le siamo già fatta”, dice un altro storico, Robertino Ghiringhelli. “Varese non ha mai espresso un proprio vescovo, Como sì. Non l’ha espresso perché in qualche maniera non ha mai fatto nulla per assurgere al ruolo di diocesi. E anche sotto il fascismo, checché ne abbiano scritto tanti studiosi, la città ha mantenuto quel passo felpato, quella prudenza, quella pigrizia che le hanno negato un ruolo effettivo di traino”.
Varese in questi anni cresce: “entra in funzione l’Ippodromo delle Bettole, il centro urbano viene percorso da una rete tranviaria che lega le stazioni ferroviarie dello Stato e della Nord alla periferia e alle valli circostanti fino a Luino, Ponte Tresa, Angera, si costruiscono le due funicolari, una diretta al sacro Monte, ad uso dei pellegrini, una al Campo dei Fiori, a disposizione di villeggianti, soprattutto milanesi”, continua Spartà.

