«Le schede che ci arrivano a casa e ci invitano a compiere il nostro dovere, hanno un’autorità silenziosa e perentoria. Le rigiriamo tra le mani e ci sembrano più preziose della tessera del pane. Stringiamo le schede come biglietti d’amore». scriveva la giornalista Anna Garofalo. n quelle parole c’è il senso profondo di una conquista attesa per decenni, il battito di un Paese che esce dalla guerra e si scopre improvvisamente più grande, più adulto, più giusto.
Il primo voto politico delle donne italiane si colloca nel cuore di una stagione cruciale: il 2 giugno 1946, quando milioni di cittadine si recarono alle urne per il referendum istituzionale tra monarchia e repubblica e per eleggere l’Assemblea Costituente. Era la prima volta che le donne partecipavano a una consultazione politica nazionale. In realtà, un primo banco di prova si era già svolto pochi mesi prima, nelle elezioni amministrative della primavera del 1946, le prime del dopoguerra.
Il diritto di voto femminile era stato riconosciuto con il decreto legislativo luogotenenziale n. 23 del 1° febbraio 1945, durante il governo guidato da Alcide De Gasperi, nel pieno della transizione dal fascismo alla democrazia. Quel provvedimento sancì un principio destinato a cambiare la storia italiana: il suffragio universale, che consentiva alle donne di partecipare pienamente alla vita politica del Paese. Alle prime elezioni amministrative postbelliche poterono votare ed essere elette le donne che avessero compiuto 25 anni di età, in coerenza con i requisiti anagrafici allora previsti per l’elettorato politico attivo e passivo. Per la prima volta, dunque, le italiane non solo deposero la scheda nell’urna, ma ebbero anche la possibilità di candidarsi e assumere responsabilità istituzionali nei consigli comunali.
Fu un passaggio epocale, che affondava le radici in battaglie lontane. Già alla fine dell’Ottocento, figure come Anna Maria Mozzoni avevano rivendicato il suffragio universale; nei primi decenni del Novecento, il movimento femminile aveva continuato a organizzarsi, a scrivere, a chiedere ascolto. Il regime fascista aveva spento quelle istanze, relegando le donne a un ruolo domestico e subordinato. Ma la Resistenza cambiò tutto: migliaia di donne parteciparono alla lotta di liberazione come staffette, organizzatrici, combattenti. Il loro contributo rese impossibile, nel dopoguerra, ignorare la richiesta di piena cittadinanza.
Così, in quell’Italia ancora ferita dalle macerie, con le città distrutte e le famiglie segnate dal lutto, le donne si presentarono ai seggi con abiti semplici e un’emozione trattenuta. Molte non avevano mai preso parte a un atto politico. Alcune sapevano a malapena leggere e scrivere, ma nessuna ignorava il peso di quel gesto. Le cronache raccontano file ordinate, mariti che accompagnavano le mogli, madri con i figli per mano. E raccontano anche sguardi fieri, consapevoli di varcare una soglia storica.
Il 2 giugno 1946 votarono quasi 13 milioni di donne. La partecipazione fu altissima. Il risultato consegnò all’Italia la Repubblica, con una differenza di circa due milioni di voti sulla monarchia. Ma, al di là dell’esito istituzionale, ciò che cambiò per sempre fu la definizione stessa di popolo sovrano. Per la prima volta, la volontà collettiva si espresse senza escludere metà della nazione.
Da quelle urne uscirono anche 21 donne elette all’Assemblea Costituente. Furono chiamate “le madri costituenti”. Tra loro, figure come Nilde Iotti, Teresa Mattei e Lina Merlin contribuirono in modo decisivo alla stesura della Costituzione della Repubblica Italiana. L’articolo 3, che sancisce l’uguaglianza senza distinzione di sesso, porta anche la loro impronta. Non si trattò di una concessione simbolica, ma di un cambiamento strutturale: la democrazia italiana nacque, fin dal principio, con la promessa dell’uguaglianza formale e sostanziale tra uomini e donne.
Il primo voto femminile non fu soltanto un atto politico, ma un’esperienza intima e collettiva insieme. Anna Garofalo descrisse le schede come “biglietti d’amore”: un’immagine che restituisce la tenerezza e la solennità di quel momento. In un’Italia in cui il pane era ancora razionato, paragonare la scheda elettorale alla tessera annonaria significava attribuirle un valore vitale. Non era solo carta: era riconoscimento, dignità, voce.
Quella giornata segnò l’inizio di un percorso che avrebbe conosciuto nuove battaglie e nuove conquiste: dall’accesso alle cariche pubbliche alla riforma del diritto di famiglia, dal divorzio all’interruzione volontaria di gravidanza. Ma tutto cominciò lì, davanti a un’urna, con una matita copiativa tra le dita.
Oggi, a ottant’anni di distanza, il primo voto delle donne italiane resta una pietra miliare della nostra storia repubblicana. Non soltanto perché ampliò il corpo elettorale, ma perché trasformò la cultura politica del Paese. Le donne non furono più oggetto di decisioni prese altrove: divennero soggetti attivi, protagoniste del destino comune.
E forse, se torniamo alle parole di Anna Garofalo, comprendiamo meglio la portata di quel passaggio. Stringere una scheda come un biglietto d’amore significava stringere la promessa di un futuro diverso. Una promessa scritta a matita, ma destinata a restare nella memoria collettiva come uno degli atti fondativi della democrazia italiana.

