L’utile non è il fine dell’economia: «Il valore prodotto deve tornare al territorio»

Da sinistra: Sergio Gatti, fra Felice Autieri e Gabriele Ruggeri
Dal convegno di Busto Garolfo su San Francesco il modello che mette al centro mutualità e comunità. Sergio Gatti, direttore generale di Federcasse: «Almeno il 70% degli utili delle Bcc va a riserva indivisibile e almeno il 95% del credito resta nel territorio: è finanza geocircolare». Fra Felice Autieri: «Chi investe e rischia ha diritto al guadagno, ma deve guardare anche al bene comune». Scazzosi: «Senza sostenibilità economica non duriamo, senza quella sociale rischiamo di non sapere più perché esistiamo»

Il profitto non è il nemico. È necessario per far crescere un’impresa, creare lavoro, innovare e rendere solida una banca. La domanda viene dopo: che cosa accade al valore prodotto? Dove va? Quanto ne rimane nel territorio che ha contribuito a generarlo?

È su questa domanda, molto più contemporanea di quanto possa suggerire un confronto nato dal pensiero economico francescano, che si è concentrato il convegno “L’economia va a scuola. Quando è in comunione, non in competizione”, ospitato giovedì 10 settembre a Busto Garolfo nell’ambito della tre giorni dedicata all’Economia fraterna.

A confrontarsi, moderati dallo storico Gabriele Ruggeri, sono stati fra Felice Autieri, storico del francescanesimo e docente di Storia della Chiesa, e Sergio Gatti, direttore generale di Federcasse. A Roberto Scazzosi, presidente della Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate, sono state affidate le conclusioni. L’incontro è stato preceduto dai saluti del sindaco Giovanni Rigiroli, dell’assessore Stefano Carnevali e del parroco don Giovanni Patella.

A ribaltare per primo uno degli stereotipi più radicati è stato fra Felice Autieri. «Francesco non si è mai scagliato contro il denaro o contro l’imprenditoria –ha spiegato-. Il problema nasce quando il denaro diventa strumento di prevaricazione e le dinamiche economiche finiscono per schiacciare la dignità della persona. La scuola economica francescana sviluppò anzi una riflessione sorprendentemente moderna sul capitale, sul rischio e sul ruolo dell’imprenditore: chi investe ha diritto a godere dei risultati economici del proprio rischio, ma l’investimento deve produrre effetti positivi anche per la società».

«Non possiamo ridurre la visione economica francescana all’assistenzialismo -ha sottolineato Autieri-. L’aspetto meno conosciuto è l’educazione all’uso del denaro e all’investimento». Da qui nacquero esperienze come i Monti di Pietà e i Monti Frumentari: non denaro regalato, ma credito accessibile anche a piccoli imprenditori e famiglie che non potevano sostenere i tassi allora praticati, secondo principi di territorialità e sviluppo economico che nei secoli successivi sarebbero riemersi anche nelle banche cooperative.

Una genealogia culturale che Sergio Gatti ha portato direttamente nell’economia contemporanea. «Le radici culturali del Credito Cooperativo affondano nella mutualità e nella comunità», ha spiegato il direttore generale di Federcasse, ricordando che le Bcc non appartengono a investitori lontani dal territorio e che nella loro governance vale il principio cooperativo di una testa, un voto.

Ma sono soprattutto alcuni numeri a trasformare quei principi in meccanismi economici. «Almeno il 70% degli utili di una Bcc deve essere destinato a riserva indivisibile», ha ricordato Gatti. L’utile, quindi, non viene immediatamente distribuito, ma contribuisce a costruire il patrimonio della banca e la sua capacità futura di finanziare l’economia. «È una funzione intergenerazionale»: il valore creato oggi rafforza una banca che dovrà continuare a operare per i figli e i nipoti degli attuali soci.

Poi c’è il secondo numero: almeno il 95% del credito deve essere erogato a persone, famiglie e imprese che vivono o lavorano nel territorio di competenza della banca. Gatti l’ha definita «finanza geocircolare»: il risparmio raccolto in un territorio viene in larghissima parte trasformato in credito nello stesso territorio.

È qui che mutualità e comunità smettono di essere parole e diventano un modello economico. «L’utile per le banche cooperative è l’unica fonte di finanziamento, perché non siamo quotati in Borsa -ha spiegato Gatti-. Il profitto onestamente conseguito è indispensabile». A fare la differenza è la sua destinazione: un conto è il profitto che genera lavoro, investimenti e sviluppo; un altro quello speculativo che si disinteressa della comunità, degli altri e di quella che la tradizione dell’economia civile definisce «pubblica felicità». Un’espressione che Gatti ha ricondotto ad Antonio Genovesi, titolare a Napoli nel 1754 della prima cattedra di economia, da lui definita Economia civile o «scienza della pubblica felicità». Una società nella quale funzionano scuola, salute, mobilità, servizi e accesso al credito crea infatti le condizioni perché possa crescere anche il benessere individuale.

La riflessione si allarga così oltre la banca. Per Gatti mutualità e comunità sono strumenti per affrontare disuguaglianze, accesso alla salute e all’istruzione, cambiamento climatico, energia, mobilità e connessione digitale: «Senza soluzioni collettive certe esigenze individuali non si soddisfano». E hanno anche una dimensione democratica: partecipazione e riduzione delle disuguaglianze sono, secondo Gatti, due degli “anticorpi” necessari alle democrazie contemporanee.

Un ragionamento che Roberto Scazzosi ha riportato alla domanda dalla quale era partito il confronto: che cosa resta, alla fine, dell’attività economica? «I numeri contano -ha sottolineato il presidente della Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate-. Una banca deve essere solida e un’impresa deve essere sana, investire, crescere ed essere competitiva. Ma quando l’impresa ha prodotto, la banca ha finanziato, il reddito è stato generato e i conti sono stati chiusi, dobbiamo chiederci che cosa abbiamo lasciato: un territorio più forte? Un’impresa che cresce e crea lavoro? Una famiglia che può realizzare un progetto? Un giovane che trova un’opportunità? Una comunità capace di prendersi cura delle persone?». Per Scazzosi, quindi, non esiste una contrapposizione tra economia e solidarietà, efficienza e persone, impresa e comunità. «La questione non è essere meno competitivi, ma chiederci per che cosa vogliamo essere competitivi. Il profitto è necessario: serve a investire, innovare, creare occupazione e rendere solide le organizzazioni. Ma è uno strumento, non il fine. Il fine è produrre valore, e il valore si misura certamente nei bilanci, ma anche negli effetti che produce».

Ed è proprio la capacità di tenere insieme le due dimensioni, secondo Scazzosi, a decidere il futuro anche delle imprese e delle banche: «Dobbiamo tenere insieme sostenibilità economica e sostenibilità sociale. Senza la prima non duriamo. Ma senza la seconda rischiamo di non sapere più perché esistiamo».

Da qui anche il significato attribuito alle radici. «Le radici non servono a rimanere fermi. Un albero ha bisogno delle radici proprio per poter crescere. Per noi significa essere competitivi senza dimenticare la cooperazione, crescere senza perdere il rapporto con i territori e ricordare che la responsabilità sociale non può essere il “reparto buono” di un’organizzazione: deve stare dentro le decisioni, il credito, il modo di guardare alle imprese e alla crescita».

La domanda finale diventa allora una misura possibile dell’economia: «Non soltanto quanto valore abbiamo prodotto, ma quanto di quel valore siamo stati capaci di trasformare in bene comune».

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