La cassazione condanna il bullismo: è un reato, si tratta di stalking

I giudici hanno inquadrato il caso di bullismo continuato ai danni di un allievo, come una colpa da includere tra gli "atti persecutori", con le aggravanti penali che ne conseguono

Gli studenti che vessano in modo continuo un compagno di classe, sino a creargli forti traumi psicologici, incorrono nel reato di stalking: lo ha stabilito la quinta sezione penale della Cassazione, con la sentenza 26595/18, attraverso la quale i giudici hanno inquadrato il caso di bullismo continuato ai danni di un allievo, accaduto in una scuola pubblica italiana, come una colpa da includere tra gli “atti persecutori”, con le aggravanti penali che ne conseguono, anche alla luce del comprovato stato d’ansia che si e’ innescato nella giovane vittima, a seguito della violenza gratuita realizzata dai compagni di classe, cosi’ esasperante da impedirgli di continuare la carriera scolastica. La notizia e’ chiara e giunge in un momento storico in cui il bullismo si alimenta di violenza e cresce in maniera incontrollata. Secondo Marcello Pacifico, presidente azionale Anief e segretario confederale Cisal, “il fenomeno del bullismo sta crescendo in modo esponenziale e diventa sempre piu’ necessario correre ai ripari. Non e’ possibile essere comprensivi, servono dei provvedimenti esemplari, che possano fare da monito. Non e’ davvero ammissibile cio’ che e’ successo: basta con il buonismo che non porta a nulla se non a ritrovarci con alunni irrispettosi delle leggi e dell’altro”.

“Noi, come sindacato, siamo per la tolleranza zero su certi comportamenti, soprattutto perche’ non si tratta di episodi, ma di aggressioni mirate, predeterminate e perduranti. Qualsiasi oggetto abbia, sia essa rivolta a un docente o a uno studente, dopo un esame scrupoloso del caso e avere appurato le responsabilita’, la violenza deve comportare l’espulsione immediata dello studente o degli studenti che si rendono artefici di tali azioni. Parallelamente, e’ ben che si avvii l’iter giudiziario in tutti quei casi in cui ve ne siano gli estremi”. “Il primo fine del nostro lavoro – continua Pacifico – e’ educare le generazioni del futuro: dobbiamo formare uomini e donne rispettosi e ricolmi di senso civico. Chi compie violenza, a meno che non sia a sua volta portatore di limiti mentali, ha sempre torto e, al di la’ dei profili penali, deve sapere che non ci puo’ essere alcuna discrezionalita’, nemmeno del Consiglio d’Istituto, che possa giustificare alcunche'”. “E in tutto questo le famiglie dove sono? La verita’ e’ che i genitori dovrebbero collaborare, altrimenti episodi di questo genere non faranno che moltiplicarsi. Noi siamo pienamente d’accordo con la sentenza della Cassazione: si chiamino gli atti di violenza coi loro nomi, cioe’ reati; solo in questo modo chi si macchia di tali illeciti potra’ rendersi conto della gravita’ della propria azione e ragionare sulla colpevolezza del suo comportamento. E, forse, diventare un buon cittadino”, termina il sindacalista.