Bcc, Federcasse al Senato: «L’Europa tuteli la biodiversità bancaria. Più flessibilità per proteggere depositanti e territori»

Sergio Gatti
Federcasse in audizione al Senato sulla legge di delegazione europea 2026. Il direttore generale Sergio Gatti valorizza il modello cooperativo: 215 banche, 4.100 sportelli e una presenza capillare nelle aree interne. «La biodiversità bancaria è componente della stabilità, ma è componente di sviluppo». Centrale il ruolo della fiducia, della mutualità e della tutela dei risparmiatori.

La riforma europea della gestione delle crisi bancarie non deve mettere a rischio il modello italiano di tutela dei depositanti né compromettere le specificità delle Banche di credito cooperativo, che rappresentano un presidio economico e sociale fondamentale soprattutto nei piccoli centri e nelle aree interne del Paese. È il messaggio lanciato da Federcasse nel corso dell’audizione al Senato nell’ambito dell’esame della legge di delegazione europea 2026, il provvedimento che affida al Governo il recepimento delle direttive e l’attuazione di altri atti dell’Unione europea.

Le Banche di credito cooperativo rappresentano un presidio fondamentale per lo sviluppo economico, la coesione sociale e la vitalità delle comunità locali, soprattutto nei piccoli Comuni e nelle aree interne del Paese. Un modello bancario fondato sulla mutualità, sulla partecipazione dei soci e su un rapporto diretto con famiglie e imprese, che trova nella fiducia e nella prossimità i propri elementi distintivi. È il quadro delineato da Federcasse nel corso dell’audizione al Senato nell’ambito dell’esame della legge di delegazione europea 2026, con particolare riferimento alle direttive comunitarie sulla protezione dei depositanti e sulla gestione delle crisi bancarie.

A rappresentare la Federazione italiana delle Banche di credito cooperativo e Casse rurali e artigiane sono intervenuti il direttore generale Sergio Gatti, il direttore del Fondo di garanzia dei depositanti Roberto Di Salvo e Giovanni Betti, vice responsabile degli Affari normativi e dei rapporti con l’Europa.

L’attenzione di Federcasse si è concentrata soprattutto sulla direttiva europea 2026/804, relativa alla protezione dei depositanti, e sulle sue connessioni con la direttiva 2026/806, riguardante il risanamento e la risoluzione delle banche.

A introdurre l’intervento è stato Sergio Gatti, che ha richiamato innanzitutto il peso del sistema cooperativo nel panorama bancario nazionale. «Federcasse rappresenta 215 banche di credito cooperativo presenti in tutta Italia con 4.100 sportelli e la rete bancaria più diffusa e più capillare in Italia», ha ricordato il direttore generale, sottolineando che il 31% degli sportelli è collocato nelle aree interne e che «in 807 comuni l’unica presenza bancaria è garantita da una nostra banca».

Numeri che assumono particolare rilievo in un contesto caratterizzato dalla progressiva riduzione degli sportelli bancari e dalle difficoltà di accesso ai servizi finanziari in molti territori. Per le Bcc, ha spiegato Gatti, la prossimità non rappresenta soltanto una scelta commerciale, ma una caratteristica strutturale del modello cooperativo.

«Le nostre sono banche cooperative a mutualità prevalente», ha evidenziato, ricordando che la proprietà appartiene ai soci che vivono, lavorano e svolgono attività economiche nei territori, mentre gli organi di amministrazione e controllo vengono eletti dagli stessi soci.

È proprio questa particolare configurazione a rendere centrale il rapporto fiduciario con le comunità locali. «Questo modello di prossimità bancaria si basa ancora più degli altri modelli di banche sulla fiducia», ha osservato Gatti, indicando nella protezione dei depositi uno degli elementi essenziali per garantire la stabilità del credito cooperativo. Da qui la necessità, secondo Federcasse, di salvaguardare gli strumenti che hanno consentito al sistema delle Bcc di affrontare le crisi bancarie senza compromettere la continuità operativa degli istituti e senza ricorrere a risorse pubbliche.

Il riferimento è al Fondo di garanzia dei depositanti del credito cooperativo, costituito nel 1997 e caratterizzato dalla possibilità di realizzare interventi preventivi e alternativi al rimborso dei depositi. Uno strumento che, secondo la Federazione, ha dimostrato negli anni la propria efficacia proprio grazie alla capacità di intervenire tempestivamente e con soluzioni calibrate sulle caratteristiche delle singole banche. «Non un euro di denaro pubblico è stato mai richiesto per risolvere una momentanea crisi di una nostra banca, e questo è un dato di cui noi siamo sommessamente orgogliosi», ha affermato Gatti. Il direttore generale ha inoltre sottolineato che, negli interventi realizzati dal sistema, «non è stato perso nessun posto di lavoro e nessun danno c’è stato per i soci delle nostre banche».

Il risultato, nella ricostruzione di Federcasse, è stato possibile grazie a una gestione delle difficoltà bancarie basata sulla prevenzione, sulla flessibilità e sulla capacità di costruire interventi su misura, evitando che le crisi si trasformassero in fattori di instabilità per le economie locali.

La preoccupazione riguarda ora il recepimento delle nuove disposizioni europee. Nel corso dell’audizione è stato ricordato che la normativa comunitaria garantisce la protezione dei depositi fino a 100mila euro, ma che il ruolo dei fondi di garanzia non si esaurisce necessariamente nel rimborso dei risparmiatori in caso di liquidazione di una banca. Gli interventi preventivi e alternativi possono infatti consentire di affrontare le difficoltà prima che si arrivi alla chiusura dell’istituto, salvaguardando il rapporto con la clientela e la continuità dei servizi.

Secondo Federcasse, il nuovo quadro europeo rappresenta un tentativo di superare alcune rigidità emerse dopo la grande crisi finanziaria, ma potrebbe produrre un effetto paradossale: aumentare formalmente gli spazi di flessibilità, rendendone però più difficile l’utilizzo a causa della crescente complessità delle regole. «Si aumenta la flessibilità, ma si aumenta anche la complessità», è stato osservato durante l’audizione. Una situazione che potrebbe generare difficoltà applicative a livello nazionale e alimentare il contenzioso europeo.

Il punto politico e regolamentare più delicato è emerso nel confronto con i senatori sul rapporto tra armonizzazione delle norme bancarie, disciplina degli aiuti di Stato e salvaguardia delle specificità nazionali. Su questo aspetto Gatti ha richiamato con forza il concetto di biodiversità bancaria. «Sicuramente occorre un’armonizzazione ulteriore», ha affermato, precisando tuttavia che questo processo «non può travolgere la cosiddetta biodiversità bancaria, che è componente della stabilità, ma è componente di sviluppo».

Una distinzione che, secondo Federcasse, deve guidare le scelte del legislatore nazionale ed europeo. Armonizzare le regole non significa necessariamente uniformare i modelli imprenditoriali, soprattutto quando questi rispondono a esigenze economiche e sociali differenti.

Le Bcc, proprio per la loro natura cooperativa, presentano caratteristiche patrimoniali e organizzative diverse da quelle delle banche costituite in forma di società per azioni. Nel corso dell’audizione è stato richiamato anche il ruolo delle due capogruppo, Iccrea e Cassa Centrale, come possibili riferimenti per eventuali esigenze di rafforzamento patrimoniale del sistema.

Particolare attenzione è stata riservata alla natura delle risorse impiegate dai fondi di garanzia italiani e al loro rapporto con la disciplina europea sugli aiuti di Stato. «Le risorse dei due fondi di tutela italiani sono tutte private e gestite da soggetti privati», ha puntualizzato Gatti, ricordando che l’adesione e la contribuzione delle banche sono obbligatorie, ma che gli interventi vengono realizzati attraverso risorse del settore bancario, in coordinamento con le autorità competenti. È un passaggio rilevante perché riguarda la possibilità di mantenere operativi meccanismi di sostegno che, secondo la Federazione, hanno consentito di gestire ordinatamente le difficoltà degli istituti senza gravare sulla finanza pubblica.

Lo sguardo di Federcasse si estende anche al futuro dell’Unione bancaria europea e alla prospettiva di un sistema comune di protezione dei depositi, il cosiddetto terzo pilastro, ancora da completare. La Federazione non contesta l’obiettivo di una maggiore integrazione, ma chiede che il percorso europeo valorizzi le esperienze nazionali che hanno già dimostrato di funzionare. «Ciò che ha funzionato deve essere ricondotto ad unità, ma non può essere deprivato di quella flessibilità nella complessità che è indispensabile per evitare danni», ha sottolineato Gatti, sintetizzando il principio con una formula netta: «La complessità deve portare flessibilità e non rigidità».

Il rischio, secondo il credito cooperativo, è che un progressivo allontanamento dei centri decisionali dai territori renda più difficile individuare soluzioni adeguate alle crisi delle banche di minori dimensioni. Un problema che non riguarda esclusivamente le Bcc, ma l’intero sistema degli istituti radicati nelle economie locali. «Allontanandosi dai territori, anche dal territorio nazionale, le decisioni possono mettere in discussione la possibilità di intervenire su piccole banche di territorio, non soltanto le nostre», ha avvertito Gatti.

Il confronto parlamentare sulla legge di delegazione europea assume così un significato che va oltre gli aspetti tecnici del recepimento delle direttive. Per Federcasse, le scelte che saranno compiute potranno incidere direttamente sulla capacità delle banche cooperative di continuare a sostenere famiglie, professionisti e piccole e medie imprese, soprattutto nelle comunità dove rappresentano l’unico punto di riferimento bancario.

Nel corso della stessa sessione di audizioni sono intervenuti anche il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Giuseppe Busia, rappresentanti delle associazioni di categoria, esperti di immigrazione e tutela delle vittime, nonché esponenti di Ispra e dell’Istituto superiore di sanità. I contributi hanno affrontato diversi aspetti della legge di delegazione europea, dalla prevenzione della corruzione alla protezione ambientale, fino alla sicurezza dei lavoratori.

Ma per il mondo del credito cooperativo il nodo centrale resta la possibilità di conciliare l’integrazione europea con la tutela di un modello bancario che fonda la propria identità sulla mutualità e sul legame con le comunità.

La richiesta rivolta al Parlamento è quindi quella di utilizzare gli spazi di discrezionalità nazionale previsti dalle direttive per preservare l’efficacia degli interventi preventivi e alternativi dei fondi di garanzia, evitando che il rafforzamento delle regole europee si traduca in nuovi vincoli per le banche territoriali.

Una sfida che riguarda la stabilità finanziaria, ma anche la tenuta economica e sociale di centinaia di piccoli Comuni italiani. Perché, come emerge dall’audizione di Federcasse, la tutela dei depositanti non è soltanto una questione di garanzie finanziarie: significa anche difendere la fiducia che lega le Bcc ai territori e la possibilità, per le comunità locali, di continuare ad avere una banca di riferimento.

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