Non si può licenziare chi rientra da una lunga malattia senza giusta causa

Lo ha stabilito una recente sentenza della Cassazione

La corte di Cassazione ha annullato il licenziamento di un lavoratore, lasciato a casa dall’azienda al suo rientro al lavoro dopo un lungo periodo di malattia. Il licenziamento è stato considerato dai giudici alla stregua di un atto di ritorsione nei suoi confronti. Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, sezione lavoro, nella sentenza n. 23583/2019  confermando la legittimità della sentenza che aveva ritenuto nullo il licenziamento intimato al lavoratore.

I fatti

La Corte di appello di Firenze, pronunciando sull’impugnativa del licenziamento intimato in data 1° febbraio 2016 a Salvatore Fazio dalla società Chiaramonti Incisioni S.r.l., in accoglimento del reclamo proposto dal lavoratore, dichiarava la nullità del licenziamento perché intimato per ritorsione e, in applicazione del primo comma dell’art. 18 stat. lav., come modificato dalla I.n. 92 del 2012, condannava la società reclamata a reintegrare il ricorrente nel posto di lavoro e a risarcirgli il danno in misura pari alle retribuzioni dal giorno di licenziamento sino a quella dell’effettiva reintegrazione, oltre rivalutazione monetaria ed interessi legali sulla somma mensilmente rivalutata dalle singole scadenze al saldo e al versamento dei contributi previdenziali e assistenziali.

Il reclamante, assunto alle dipendenze della società reclamata come operaio specializzato con mansioni di incisore pantografista (C.C.N.L. imprese artigiane orafe), aveva ricevuto, al momento del suo rientro in servizio dopo una lunga assenza del malattia (dal 18 giugno 2015 al 29 gennaio 2016), una lettera di licenziamento motivata dalla scelta organizzativa di chiudere il settore produttivo della bigiotteria, argenteria e ottone per il calo di commesse riguardante tale settore, con conseguente soppressione della posizione e della funzione ricoperta dal lavoratore in azienda e impossibilità di ricollocamento in altre mansioni uguali o equivalenti.

La Corte di appello osservava come la documentazione prodotta e la prova testimoniale avessero dimostrato l’inesistenza di un vero e proprio reparto di lavorazione dei materiali diversi dall’oro, la mancata adibizione esclusiva del reclamante a tali lavorazioni, il carattere marginale delle stesse rispetto al complesso della produzione aziendale, le maggiori esperienze e conoscenze del reclamante nel settore dell’incisione dell’oro rispetto a quelle dell’altro dipendente rimasto in servizio nonché l’assunzione, successiva al licenziamento, di una nuova dipendente che, nonostante il formale inquadramento come impiegata, di fatto era stata addetta anche alle lavorazioni dell’oro. A fronte di tale quadro probatorio, non si era in presenza di un’ipotesi di ristrutturazione aziendale, ma di un’ipotesi di mera riduzione delle mansioni del reclamante relative alla cessazione di alcune lavorazioni, situazione peraltro inseritasi nel contesto di un andamento positivo del complessivo fatturato aziendale negli anni precedenti al recesso. Neppure era giustificata la scelta di licenziare il reclamante in luogo del collega Cinatti, meno anziano in servizio e con minori capacità e competenze.

Per tutti questi motivi il licenziamento è stato revocato e l’azienda è stata condannata a pagare le spese processuali, oltre che a reintegrare il lavoratore, con tutto quello che ne consegue.