Il piccolo credito si fa grande

Per il Censis l’industria non basta: ripensare i servizi è la chiave per ripartire dopo la crisi. Ma, mentre la locomotiva tedesca ha puntato sullo sviluppo del settore, l’Italia sta perdendo il treno. Positivo il modello proposto dalle Bcc

Archiviato il 2010, possiamo dirlo: l’Italia ha resistito meglio di altri Paesi alla crisi economica dell’ultimo biennio. Resistere, però, non basta. Altre sfide ci attendono e per superarle occorre, piuttosto, reagire. E il 2010 fotografato dal Diario Censis-BCC della ristrutturazione del terziario mette in luce una situazione paradossale, che rischia di tagliare le gambe alla ripartenza di cui abbiamo bisogno: il settore dei servizi è insieme un’opportunità e un handicap per la nostra economia. Terziario in Italia oggi vuol dire 71% del valore aggiunto prodotto, 55% delle imprese attive e 66% dell’occupazione; ma il settore è penalizzato da troppi problemi: crescita del lavoro meno qualificato, sacche di bassa produttività, scarso ricambio generazionale, specializzazione insufficiente. Abbiamo resistito alla crisi, dice il Censis, grazie alla propensione al risparmio delle famiglie e alla minima tendenza a speculare delle nostre banche. Abbiamo attinto al nostro serbatoio di risorse ma, ora che la manifattura si risveglia, rischia di mancare il propellente per far girare di nuovo l’economia. Come trovarlo? La risposta che ci si attendeva per il 2010 avrebbe dovuto arrivare proprio dai servizi. Dove cresce l’impresa, cresce il terziario, e viceversa. Funziona il terziario che fa sistema con l’impresa e funziona l’impresa che “si terziarizza”: aumentando l’efficienza, abbinando servizi al prodotto, trovando nelle aziende del terziario un nuovo mercato. Ma gli esempi virtuosi sono stati pochi, e non hanno innescato una vera tendenza. Che la ripresa debba reggersi sull’integrazione fra industria e servizi non è solo una teoria. Il Censis, nel suo Diario, ha analizzato il caso della Germania, che dopo aver limitato i danni della crisi è riuscita a rilanciare la propria economia, guadagnandosi l’appellativo di “locomotiva d’Europa”. I vicini tedeschi ci somigliano per tante cose: forte peso dell’industria, solidità dell’export, ruolo relativamente piccolo svolto da finanza e intermediazione. Ci sono numeri, però, che rimarcano una differenza: quando entrambi i Paesi, fra il 2007 e il 2009, perdevano complessivamente valore aggiunto (-6,6% l’Italia, -4,3% la Germania) a causa del forte calo del settore industriale (oltre il 18% in entrambi i casi), da noi calavano anche i servizi (-3%), mentre in Germania crescevano dell’1,5%. Tutto questo ha preparato il forte slancio dell’economia tedesca al quale assistiamo oggi: nel 2010 il Pil è cresciuto del 2,2%, ma il contributo del settore industriale è stato solo dello 0,1%. In Germania, dunque, l’impasto tra terziario e industria sta trainando tutto il sistema, soprattutto grazie a un export agevolato da una solida rete di infrastrutture. Sulle quali, anche in tempi di “magra”, si è investito. Altro punto importante per il terziario e la produttività. Nel 2007-09 calava del 3% da noi, in Germania diminuiva solo dello 0,8%. Nella produttività oraria il divario Italia-Germania è sempre più  consistente (fig. 1): vuol dire che i tedeschi hanno lavorato per modernizzare e razionalizzare i processi, ottimizzando le risorse. Da noi, invece, si persevera nei tagli indiscriminati, in un abbassamento dei costi che porta a un abbassamento proporzionale della qualità dei servizi. Per di più, il settore in Italia rimane confuso e poco specializzato. L’unico fenomeno di rilievo negli ultimi anni è stato l’emergere di formule low cost in diversi comparti (fig. 2), ma senza che si siano verificati meccanismi di distinzione qualificante. Per questo, e per la mancanza di criteri di standardizzazione oggettivi chi è disposto a spendere di più in cambio della qualità oggi non riesce a orientarsi nel mercato. Una maggiore specializzazione potrebbe essere un traino per l’economia, ma da noi manca ancora. A questo aggiungiamo un quadro occupazionale infelice -il nostro è un terziario fatto di lavoro poco qualificato e scarso ricambio generazionale- e si capisce perché in Italia i servizi non rendono quello che potrebbero, e dovrebbero. Il Censis cita però anche qualche modello positivo di giusta risposta alla crisi: uno di questi è il Credito Cooperativo. Le banche che oggi corrono a ri-territorrializzarsi, sono le stesse che, fino a poco tempo fa, vedevamo trasformarsi in “negozi finanziari”, senza rapporti con lo scenario locale. Le Bcc, invece, hanno sempre saputo tirare dritto, mantenendosi collegate al territorio, preservando la loro cultura di settore e facendola maturare. I risultati di oggi premiano questa scelta di lungo corso (fig. 3). A marzo 2010 il Censis rilevava che gli sportelli bancari erano diminuiti globalmente, in un anno, dello 0,8%; quelli delle Bcc segnavano +3,1%. Gli impieghi lordi erano aumentati del 5,8% nel sistema bancario in generale, del 7,2% nel sistema Bcc. Le sofferenze presso le banche tradizionali erano cresciute del 40,3%, nelle Bcc molto meno: del 33,5%. Stretto rapporto con gli imprenditori locali, vicinanza alle famiglie, sintonia con le loro scelte in fatto di investimenti: valori che le Banche di Credito Cooperativo sostengono da sempre, declinandoli in maniera moderna. Un esempio di reazione “giusta” alla crisi.  

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