Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia: «È tempo che gli europei si sveglino. Dobbiamo costruire il nostro futuro prima che siano le crisi a costringerci ad agire»

Fabio Panetta
Fabio Panetta
Pubblichiamo ’intervento odierno del Governatore Fabio Panetta al Workshop in memoria di Robert Mundell

Al Workshop della Banca d’Italia, del CEPR e della LUISS in onore di Robert Mundell – Macroeconomia internazionale in un mondo che cambia: vecchie domande, nuove realtà, il governatore della Banca d’Italia ha lanciato un monito: «È tempo che gli europei si sveglino. Dobbiamo costruire il nostro futuro prima che siano le crisi a costringerci ad agire»

Pubblichiamo il suo discorso integrale.

Siamo riuniti oggi per rendere omaggio a uno dei più grandi economisti del ventesimo secolo. Il professor Robert Mundell è stato insignito del Premio Nobel per l’Economia nel 1999 «per le sue analisi della politica monetaria e fiscale in diversi regimi di cambio e per la sua teoria delle aree valutarie ottimali».

Questa motivazione, tuttavia, coglie soltanto una parte dell’eredità intellettuale del professor Mundell. Il suo lavoro abbraccia un insieme straordinariamente ampio di temi: la macroeconomia delle unioni monetarie, l’architettura del sistema monetario internazionale e le forze geopolitiche che ne modellano l’evoluzione. È proprio questa ampiezza di interessi a rendere il suo pensiero così attuale.

Il professor Mundell apriva un suo saggio del 1969 con parole che oggi suonano sorprendentemente moderne: «L’Europa si trova oggi a un bivio. Nella politica. Nella tecnologia. Nell’economia. Nella cultura».

A oltre mezzo secolo di distanza, l’Europa si trova nuovamente a un bivio. La guerra, la competizione geopolitica e la frammentazione economica stanno ridisegnando il commercio internazionale, i mercati energetici e le dipendenze strategiche. L’intelligenza artificiale apre opportunità enormi, ma al tempo stesso pone interrogativi profondi sulla produttività, sulle disuguaglianze, sulla sicurezza e sulla sovranità.

In questo mondo in trasformazione, l’opera del professor Mundell non rappresenta soltanto un importante riferimento storico. Essa ci aiuta a comprendere quali siano gli elementi che conferiscono resilienza a una moneta in un contesto nel quale potere economico, tecnologia e influenza geopolitica sono sempre più strettamente intrecciati.

Nel mio ruolo di Governatore della Banca d’Italia e membro del Consiglio direttivo della Banca centrale europea, prenderò spunto dai contributi pionieristici del professor Mundell per svolgere alcune brevi riflessioni sull’euro: le sue origini politiche, così come egli le interpretava, le prove economiche che la moneta unica ha dovuto affrontare e ciò che resta ancora da fare per completarne la costruzione.

Nel celebre saggio del 1961 dedicato alle condizioni necessarie per un’area valutaria ottimale, il professor Mundell individuava nella limitata mobilità dei fattori produttivi, e soprattutto del lavoro, il principale ostacolo strutturale alla creazione di un’unione monetaria europea. Altri importanti economisti sottolinearono inoltre che l’assenza di un meccanismo comune di stabilizzazione fiscale avrebbe ulteriormente ridotto la capacità dell’area di assorbire shock asimmetrici.

Esiste però un altro Mundell, la cui visione fu forse ancora più lungimirante. Nel suo saggio del 1969 delineò un articolato piano per una moneta europea. L’aspetto più significativo è che, per il professor Mundell, le motivazioni economiche, pur convincenti, erano secondarie. Come scriveva lui stesso: «La causa di una moneta europea deve essere sostenuta innanzitutto su basi politiche, proprio perché la politica, nel senso più ampio del termine, deve prevalere sull’economia».

In questo, il professor Mundell colse un elemento che molti economisti non avevano compreso: l’unione monetaria europea non è mai stata soltanto un progetto economico. Fin dall’inizio è stata parte di un più ampio progetto politico, nato dalle ceneri di due guerre mondiali.

Fu infatti la determinazione a impedire un nuovo conflitto fratricida a condurre, nel 1951, alla nascita della Comunità europea del carbone e dell’acciaio. Come affermò Robert Schuman, mettere in comune la produzione di carbone e acciaio – le materie prime della guerra – avrebbe reso un nuovo conflitto tra le nazioni europee «non soltanto impensabile, ma materialmente impossibile».

Da quell’atto fondativo di riconciliazione, l’Europa ha costruito, passo dopo passo, un’unione sempre più profonda. Trent’anni dopo il piano politico elaborato da Mundell per una moneta europea, quella visione divenne realtà con l’introduzione dell’euro.

Nei decenni successivi, due ondate di gravi crisi misero a dura prova quella visione.

L’Europa reagì in modo profondamente diverso nei due casi.

La prima ondata coincise con la crisi finanziaria globale del 2007-2008 e con la successiva crisi del debito sovrano del 2010-2011. Gli shock furono di grande entità e colpirono i Paesi dell’area euro in maniera asimmetrica. I loro effetti furono aggravati da politiche fiscali procicliche e non coordinate tra gli Stati membri. Il risultato fu una frammentazione dannosa, con un’Europa divisa tra un «centro» e una «periferia», e, per la prima volta, il timore che l’area dell’euro potesse non sopravvivere a quella tensione.

L’intero onere della stabilizzazione macroeconomica ricadde sulla politica monetaria. In quel contesto, il celebre «whatever it takes» pronunciato da Mario Draghi contribuì in modo decisivo a invertire la rotta e a ristabilire la fiducia nella moneta unica.

La seconda ondata di crisi racconta invece una storia diversa. La pandemia e la crisi energetica seguita all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia furono ancora più gravi e pervasive. Questa volta, però, la risposta dell’Europa fu rapida e coordinata.

Il programma Next Generation EU affiancò la politica monetaria invece di contrastarla, mentre gli interventi nazionali contribuirono a proteggere famiglie e imprese dagli effetti più pesanti della crisi. L’insegnamento fu chiaro: quando l’Europa agisce con un obiettivo comune, riesce a far avanzare il proprio processo di integrazione in modi che fino a poco prima sembravano impossibili.

Oggi, tuttavia, le sfide che abbiamo davanti sono ancora più ampie.

L’Europa non deve soltanto rendere l’area dell’euro più resiliente agli shock economici. Deve anche prepararsi ad affrontare un mondo nel quale sicurezza, tecnologia, finanza e sovranità monetaria sono sempre più strettamente connesse. Per riuscirci è necessaria la determinazione politica di completare l’architettura istituzionale dell’euro.

Occorre compiere progressi lungo tre direttrici fondamentali.

La prima consiste nel rilanciare la crescita economica attraverso riforme e investimenti comuni.

L’Europa deve rafforzare la capacità di innovazione, approfondire il mercato unico e raggiungere la massa critica necessaria per competere nei settori tecnologicamente più avanzati.

Ma le sole riforme non saranno sufficienti. Come aveva già intuito il professor Mundell, l’integrazione è indispensabile per cogliere gli effetti positivi che derivano da ambiti quali le comunicazioni, l’istruzione, la tecnologia e la difesa.

Oggi ciò significa promuovere progetti comuni nella ricerca, nell’energia, nella decarbonizzazione, nelle infrastrutture digitali e nell’intelligenza artificiale.

La seconda direttrice consiste nel trasformare i mercati dei capitali europei in una vera unione del risparmio e degli investimenti.

Si tratta di un obiettivo strategico. L’Europa non può finanziare l’innovazione, la transizione ecologica e il rafforzamento delle proprie capacità di difesa attraverso mercati nazionali frammentati.

Servono regole più semplici e maggiormente armonizzate, insieme a un’attività finanziaria europea sicura (European safe asset), garantita congiuntamente dagli Stati membri, capace di offrire maggiore profondità ai mercati e di indirizzare il risparmio europeo verso le priorità strategiche dell’Unione.

Un modo naturale per assicurare un’emissione stabile di tali attività finanziarie sarebbe quello di utilizzarle per finanziare i grandi progetti europei comuni appena richiamati.

La terza direttrice consiste nel rafforzare l’ossatura dell’euro completando la digitalizzazione del sistema europeo dei pagamenti.

Questa preoccupazione non è nuova. Già nel suo saggio del 1969, il professor Mundell osservava come la sovranità monetaria europea fosse progressivamente erosa dal predominio del dollaro e dal mercato degli eurodollari. Nelle sue parole:

«Perché un’impresa internazionale operante in Italia dovrebbe mantenere depositi in lire quando può utilizzare depositi in eurodollari praticamente alle stesse condizioni?»

Oggi quella stessa preoccupazione si presenta sotto una forma diversa.

Le infrastrutture critiche sono diventate strumenti di pressione geopolitica e i sistemi di pagamento non fanno eccezione.

Garantire che la moneta della banca centrale rimanga disponibile anche in formato digitale, ovunque vengano effettuati i pagamenti – sia nei mercati al dettaglio sia in quelli all’ingrosso, all’interno dei confini nazionali e nelle transazioni transfrontaliere – rappresenta quindi un elemento essenziale della sovranità monetaria e politica dell’Europa.

Per quanto riguarda i pagamenti al dettaglio, l’euro digitale consentirebbe ai cittadini di continuare ad avere accesso alla moneta della banca centrale nelle transazioni quotidiane, rafforzando al tempo stesso l’autonomia dell’Europa in un mondo sempre più frammentato e digitalizzato.

Conclusioni

Permettetemi di concludere.

Jean Monnet affermò che «l’Europe se fera dans les crises», cioè che l’Europa si costruirà attraverso le crisi, e i progressi compiuti dall’inizio del processo di integrazione sembrano confermare questa visione.

Ma in un mondo che cambia con la rapidità del nostro, segnato dalle guerre, dalla frammentazione geopolitica e dalle trasformazioni tecnologiche, un progresso lento e guidato esclusivamente dalle crisi non è più sufficiente.

Dobbiamo costruire il nostro futuro prima che siano le crisi a costringerci ad agire.

L’euro, come aveva perfettamente compreso il professor Mundell, non è semplicemente una moneta.

È il simbolo di ciò che l’Europa rappresenta: unità, sovranità, prosperità economica e capacità di difendere i valori politici della libertà e dell’apertura.

Per questo motivo preferisco ricordare l’esortazione, ancora più incisiva, che il professor Mundell rivolse all’Europa nel 1969 e che oggi conserva tutta la sua attualità:

«È tempo che gli europei si sveglino.»

Con questo invito in mente, sono particolarmente lieto di dare il benvenuto a un gruppo così autorevole di relatori e partecipanti.

Sono certo che le discussioni di oggi offriranno preziosi spunti di riflessione su come l’Europa – e l’euro – possano continuare ad avanzare nel loro percorso.

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