C’è un momento preciso, nella sala dell’Osteria Sociale La Tela, in cui si capisce che non si sta assistendo a una semplice conferenza stampa. È quando sullo schermo compare un nome, poi un’età -tre anni- e nella stanza scende un silenzio pieno, non imbarazzato ma attento. Qualcuno si sporge leggermente in avanti, altri smettono di prendere appunti. Non è solo ascolto: è partecipazione. È la sensazione che quella storia, pur lontana nel tempo o nello spazio, stia accadendo lì, in quel momento, tra le pareti di un luogo che è già di per sé un simbolo di restituzione.
La presentazione del libro La mafia porta via vite innocenti, nato dal progetto RicordaTela e sostenuto dalla nostra Bcc, si svolge proprio qui, nel cuore di un bene confiscato alla criminalità organizzata. Le volte in mattoni, le pareti animate da disegni e colori, i tavoli in legno: tutto contribuisce a creare un’atmosfera che non è solenne ma autentica, fatta di comunità più che di cerimonia. In platea siedono alcuni studenti che hanno scritto il libro e, tra i giornalisti, i loro insegnanti e rappresentanti del territorio. Qualcuno stringe tra le mani una copia del libro, altri osservano il tavolo dei relatori dove le copertine rosse allineate sembrano quasi scandire il ritmo della mattinata.
Accanto al presidente della Bcc, Roberto Scazzosi, ci sono Giovanni Arzuffi, presidente della cooperativa sociale La Tela, Clara Ferrario per l’editore (ITL / In dialogo), il sindaco di Rescaldina Gilles Ielo e il responsabile del Presidio Libera di Legnano, Gianpiero Colombo. Ma più che l’elenco dei nomi, colpisce la composizione: mondi diversi che trovano un punto di convergenza. È la fotografia concreta di ciò che il progetto rappresenta: un lavoro collettivo, in cui istituzioni, scuola, terzo settore e cooperazione si riconoscono parte della stessa storia.
Fin dall’inizio è chiaro che il ruolo della banca non è un semplice sostegno economico. Scazzosi lo dice con parole che hanno il tono della convinzione più che della dichiarazione: «Una banca di comunità non può limitarsi a fare operazioni e servizi: deve prendersi cura del territorio». Nella sala si percepisce che non è una formula, ma una posizione. Il presidente insiste su un concetto che torna più volte nel corso dell’incontro: sostenere la realizzazione di questo libro significa scegliere di stare dalla parte della comunità, della responsabilità e del futuro, quello dei giovani.
Quando spiega che «qui non stiamo finanziando una stampa: stiamo rendendo possibile una voce», il senso dell’impegno cooperativo si fa concreto. Non è solo un intervento, è un’idea di ruolo. E aggiunge, quasi a voler fissare il punto: «Il messaggio è semplice: la legalità non è teoria, è vita quotidiana». Una frase che riassume il cuore della presentazione e che trova eco nelle pagine del volume, dove la mafia non è un concetto astratto ma un insieme di storie, volti, età. E ancora: se non si danno ai ragazzi strumenti veri per capire, avverte, la memoria rischia di diventare soltanto una parola. Per questo un progetto come questo ha valore, perché trasforma il ricordo in educazione civile e restituisce ai giovani la possibilità di essere protagonisti.
Accanto a questa visione, il racconto di Giovanni Arzuffi dà profondità al contesto. La Tela non è solo il luogo che ospita l’incontro: è parte integrante del progetto. Arzuffi ricorda come il libro nasca dallo stesso principio che anima la cooperativa fin dall’inizio, quello di trasformare un bene strappato alla criminalità in un bene comune capace di generare cultura e partecipazione. «Un bene confiscato può tornare davvero alla collettività solo se produce coscienza civile», sottolinea, spiegando che proprio da questa idea è nato il concorso che ha coinvolto le scuole.
Il suo racconto ha il ritmo di chi ripercorre un percorso fatto di incontri, laboratori, ricerche. «Abbiamo chiesto ai ragazzi di fare una cosa difficile», dice, «non limitarsi a studiare, ma entrare nelle storie, farsi carico di un dolore che non li riguarda direttamente». Il risultato, aggiunge, è andato oltre ogni aspettativa: nelle pagine c’è rigore, empatia, rispetto, ma soprattutto la prova che la scuola può essere uno spazio di educazione profonda alla cittadinanza.
Mentre parla, qualcuno tra il pubblico annuisce. È come se quelle parole restituissero il senso di un lavoro lungo, fatto di ricerca, confronto, ascolto. Arzuffi insiste su un passaggio che resta impresso: la cultura della legalità non nasce dalle dichiarazioni, ma dalle esperienze concrete, dai luoghi vissuti, dalle storie condivise. Ed è esattamente ciò che questo progetto ha provato a fare.
Il ritmo dell’incontro è scandito dalle immagini proiettate sullo schermo. Nomi, età, luoghi. Ogni slide è una storia che si affaccia, breve ma potente. Non c’è bisogno di commenti lunghi: bastano quei pochi dati per restituire la dimensione del lavoro fatto dagli studenti, che hanno trasformato archivi e documenti in racconti capaci di parlare al presente. In platea si percepisce una concentrazione rara, quella che nasce quando un tema smette di essere distante e diventa personale.
Nel corso della presentazione vengono richiamate anche le tre voci che accompagnano il volume: la prefazione della procuratrice antimafia Alessandra Dolci, la presentazione firmata dallo stesso Scazzosi e la postfazione di don Luigi Ciotti. Non si entra nei dettagli, ma il loro richiamo basta a delineare un orizzonte: istituzionale, civile, educativo. Tre prospettive che convergono nell’idea che la memoria non sia un esercizio retorico, ma una responsabilità condivisa, un impegno che riguarda l’intera comunità.
Intanto, nella sala, il clima resta quello di un racconto corale. Gli studenti e gli insegnanti presenti prima ascoltano con attenzione e poi raccontano come hanno affrontato la sfida lanciata dal concorso RicordaTela e il senso del percorso fatto insieme. Non c’è enfasi, ma partecipazione. Ed è forse proprio questa misura a rendere l’incontro particolarmente efficace: la consapevolezza che il valore del libro non sta solo nelle storie che contiene, ma nel processo che le ha generate.
Si percepisce chiaramente come il progetto abbia creato legami: tra scuole diverse, tra generazioni, tra istituzioni e territorio. È un tessuto che si costruisce lentamente, ma che proprio in occasioni come questa diventa visibile. La presenza degli studenti, in particolare, restituisce la dimensione più concreta del lavoro: non destinatari di un messaggio, ma autori, interpreti, custodi di una memoria che diventa patrimonio condiviso.
Quando la mattinata si avvia alla conclusione, non c’è la sensazione di un evento che finisce, ma di un discorso che continua. Si formano piccoli gruppi, qualcuno si avvicina al tavolo per sfogliare le copie, altri si fermano a parlare con i relatori. È il segno più evidente che l’iniziativa ha centrato l’obiettivo: creare relazione, stimolare riflessione, aprire uno spazio di confronto.
In questo contesto, il contributo della nostra Bcc appare nella sua dimensione più autentica. Non come un intervento esterno, ma come parte di un percorso che mette al centro la crescita della comunità. Sostenere un libro come questo significa investire nella coscienza civile, riconoscendo che il futuro di un territorio passa anche dalla capacità di trasmettere memoria e responsabilità alle nuove generazioni.
E mentre le luci del proiettore si spengono e la sala torna al brusio delle conversazioni, resta una sensazione precisa: quella di aver assistito a qualcosa che va oltre la presentazione di un volume. È la percezione che, per qualche ora, un pezzo di comunità si sia ritrovato attorno a una storia condivisa.
Una storia che non chiede commozione momentanea, ma attenzione, consapevolezza, capacità di scegliere. In fondo, è questo il lascito più forte della mattinata: la prova che la memoria, quando incontra l’impegno, diventa futuro.
Sfatiamo il mito: non è vero che la mafia non uccide i bambini
Per troppo tempo si è ripetuto che la mafia non uccide i bambini, quasi esistesse un codice d’onore capace di porre un limite alla violenza. Le storie raccolte in questo libro dimostrano con chiarezza quanto questo mito sia infondato. Dietro ogni nome c’è una vita spezzata per vendetta, per intimidazione, per errore o per la sola colpa di appartenere a una famiglia coinvolta, suo malgrado, in dinamiche criminali.
Il valore di queste pagine sta nello sguardo con cui sono state scritte: quello dei ragazzi. Uno sguardo diretto, privo di retorica, che restituisce umanità alle vittime e ci ricorda che non esiste una mafia “accettabile” o meno pericolosa. Raccontare queste storie significa assumersi una responsabilità collettiva: custodire la memoria per trasformarla in consapevolezza.
Perché la memoria non è solo un esercizio del passato, ma uno strumento di educazione civile che aiuta a costruire una società più attenta, più informata, più capace di riconoscere e contrastare la violenza mafiosa.
Dalla prefazione di Alessandra Dolci, Procuratrice generale aggiunta e coordinatrice della Direzione distrettuale antimafia di Milano
Dalla memoria all’azione: abbiamo messo in rete le storie
Come Bcc non ci siamo fermati alla presentazione del libro e con l’obiettivo che il progetto continui a generare reazioni, il nostro presidente, Roberto Scazzosi, ha scritto, inviandone una copia, a Federcasse e ai presidenti delle Bcc dei territori in cui si sono verificati gli omicidi raccontati nel volume. Un gesto semplice, ma carico di significato: condividere un’esperienza e invitare, senza formalità, a far vivere la memoria anche nelle comunità direttamente coinvolte.
Il cuore simbolico di questa iniziativa è la storia di Vincenzo Mulè, quindicenne ucciso dalla mafia nel 1981. Durante le ricerche, gli studenti hanno scoperto che nel suo paese non esisteva più un ricordo pubblico della sua vicenda. Da lì è nato un percorso inatteso: il contatto con la famiglia, l’ascolto del padre, il ritorno della sua storia nella coscienza collettiva. Quel lavoro ha prodotto un risultato concreto: l’intitolazione dell’aula magna della scuola di Cattolica Eraclea a Vincenzo Mulè, un gesto che restituisce un luogo alla memoria.
Il progetto ha attirato anche l’attenzione del Quirinale, che ha espresso apprezzamento per il lavoro dei ragazzi, riconoscendone il valore civile. È la dimostrazione più chiara del senso dell’operazione: non finanziare semplicemente un libro, ma attivare un processo capace di riaccendere storie, creare legami e trasformare la memoria in azione condivisa.





