Oggi sono le zucche illuminate, i costumi da fantasmi e le caramelle a caratterizzare la notte di Halloween. I bambini percorrono le strade dei quartieri, suonano i campanelli e pronunciano la celebre formula «dolcetto o scherzetto». Un’immagine ormai familiare anche nel Varesotto e nell’Altomilanese, dove la ricorrenza del 31 ottobre è entrata nelle abitudini di molte famiglie. Eppure, osservando il passato, emerge un particolare curioso: l’abitudine di bussare alle porte per ricevere qualcosa in dono non era del tutto estranea alla cultura popolare dell’Italia settentrionale.
In diverse aree del Nord Italia, infatti, il periodo compreso tra la fine di ottobre e i primi giorni di novembre era accompagnato da consuetudini che coinvolgevano anche i bambini. Tra queste figuravano forme di questua, ossia visite di casa in casa durante le quali venivano richiesti e ricevuti piccoli doni alimentari. Non si trattava di caramelle confezionate o cioccolatini, ma di prodotti semplici, legati alla stagione autunnale e all’economia domestica: castagne, noci, pane, frutta secca e altri alimenti disponibili nelle dispense.
Erano gesti che appartenevano a un mondo profondamente diverso da quello attuale. Nelle comunità rurali, dove il ritmo della vita era scandito dalle stagioni, dai raccolti e dalle ricorrenze religiose, il dono di un alimento poteva assumere un significato che andava oltre il suo valore materiale. La questua rappresentava un’occasione di incontro tra le famiglie, un momento di condivisione e, in alcuni contesti, un gesto inserito nelle credenze e nei rituali legati alla memoria dei defunti.
Il ruolo dei bambini rende particolarmente interessante il confronto con Halloween. Oggi sono soprattutto i più piccoli a trasformare la sera del 31 ottobre in un percorso festoso tra le abitazioni, accompagnati dai genitori e vestiti con maschere spaventose. In alcune tradizioni del passato, invece, la partecipazione infantile si inseriva in un contesto comunitario nel quale la commemorazione dei morti occupava una posizione centrale. Il passaggio di casa in casa non aveva necessariamente il carattere giocoso e scherzoso che contraddistingue la festa contemporanea.
Anche gli alimenti raccontano questa differenza. Le castagne, per esempio, erano una risorsa importante nell’alimentazione di numerose comunità montane e rurali. Le noci e la frutta secca, facilmente conservabili, rappresentavano prodotti tipici dell’autunno. Riceverli significava partecipare a una forma di scambio che rispecchiava le disponibilità e le consuetudini del territorio. Il dono, dunque, non era soltanto una piccola ricompensa, ma poteva esprimere legami di solidarietà e appartenenza.
Sarebbe però sbagliato immaginare che queste pratiche fossero identiche in ogni paese. La documentazione etnografica e le testimonianze sulle tradizioni popolari restituiscono un quadro variegato, nel quale usanze simili potevano assumere forme e significati differenti anche tra località relativamente vicine. Le attestazioni riguardano diverse zone dell’Italia settentrionale, ma non consentono di sostenere che la questua dei bambini per i defunti fosse praticata ovunque, né che costituisse una tradizione uniforme di tutti i comuni del Varesotto e dell’Altomilanese.
È una distinzione importante, soprattutto quando si cerca di ricostruire il passato locale. Il patrimonio delle tradizioni popolari non coincide necessariamente con i confini amministrativi attuali. Le consuetudini si trasmettevano attraverso le famiglie, le comunità e i rapporti tra territori, modificandosi nel tempo. Per questo motivo, l’esistenza di una pratica documentata in una parte del Nord Italia non basta, da sola, a dimostrarne la presenza in ogni paese della provincia di Varese o dell’area altomilanese.
Il paragone con il moderno «dolcetto o scherzetto» rimane comunque suggestivo. In entrambi i casi si ritrova un elemento comune: qualcuno, spesso un bambino, si presenta alla porta di un’abitazione e riceve un piccolo dono. Anche la collocazione nel calendario, tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre, contribuisce ad avvicinare simbolicamente le due usanze. Ma la somiglianza dei gesti non dimostra una discendenza diretta.
Halloween, nella sua forma contemporanea, è il risultato di una lunga evoluzione storica e culturale, nella quale si intrecciano tradizioni di origine europea, influenze religiose e trasformazioni avvenute soprattutto nel mondo anglosassone e nordamericano. Le questue popolari italiane legate al periodo dei defunti appartengono invece a contesti locali specifici, con proprie credenze e modalità di svolgimento. Parlare di un Halloween italiano esistito da sempre sarebbe quindi una semplificazione storica.
Ciò che accomuna queste esperienze è piuttosto il rapporto tra la comunità dei vivi e la memoria dei morti. Prima che la festa assumesse i colori e i simboli della cultura commerciale contemporanea, i giorni di Ognissanti e della Commemorazione dei defunti erano un momento particolarmente significativo dell’anno. Il ricordo di chi non c’era più trovava espressione nelle preghiere, nelle visite ai cimiteri, nelle pratiche domestiche e, in alcune realtà, anche attraverso piccoli rituali collettivi.
Il passare del tempo ha progressivamente trasformato molte di queste abitudini. L’urbanizzazione, i cambiamenti nelle condizioni economiche, il mutamento delle strutture familiari e l’affermarsi di nuovi modelli culturali hanno contribuito alla scomparsa o alla trasformazione di numerose tradizioni locali. Al loro posto, o accanto alle consuetudini ancora vive, si sono diffuse nuove forme di festa, spesso condivise attraverso la scuola, i mezzi di comunicazione e le iniziative commerciali.
Oggi un bambino che percorre le strade del proprio quartiere con un cestino a forma di zucca difficilmente pensa alle antiche questue autunnali. Eppure, dietro un gesto apparentemente moderno, si può riconoscere una somiglianza con pratiche che in passato facevano parte della vita di alcune comunità italiane. Non perché Halloween sia semplicemente la continuazione di quelle usanze, ma perché culture differenti possono sviluppare rituali che condividono elementi comuni.
Il confronto tra passato e presente, in fondo, racconta molto più di una curiosa somiglianza tra castagne e caramelle. Racconta il cambiamento del rapporto con la morte, della vita di comunità e del ruolo attribuito ai bambini nelle ricorrenze collettive. Un tempo, in alcune località del Nord Italia, bussare a una porta nei giorni dedicati ai defunti poteva significare partecipare a un rito condiviso e ricevere un piccolo dono della terra. Oggi quello stesso gesto, pur con origini e significati diversi, è diventato soprattutto un’occasione di divertimento.
E forse è proprio questa l’immagine più interessante: due epoche lontane, unite dal gesto semplice di una mano che bussa a una porta, mentre cambiano ciò che viene offerto, le parole pronunciate e il significato attribuito alla festa.

