L’idea era semplice e, insieme, ambiziosa: creare un momento vero di confronto tra chi governa i grandi equilibri economici del Paese e chi, ogni giorno, li affronta e li trasforma in scelte concrete dentro le aziende. Venerdì 30 gennaio, a Villa Baroni di Bodio Lomnago, ci siamo riusciti. Come Bcc di Busto Garolfo e Buguggiate abbiamo voluto e costruito una serata che non fosse un convegno, non fosse una passerella e non fosse nemmeno l’ennesimo appuntamento “di rito”, ma un’occasione utile: per ascoltare, per capirci qualcosa in più, per far emergere domande che spesso restano senza interlocutore, per mettere in relazione, davvero, territorio e istituzioni.
È questo, in fondo, il senso politico-istituzionale della serata di Villa Baroni: una banca locale che non si limita al suo perimetro tradizionale, ma si propone come piattaforma stabile di dialogo e di rete, capace di far sedere allo stesso tavolo imprenditori, istituzioni regionali, soggetti finanziari e Governo. Non “un evento”, ma un metodo: creare contesti in cui le relazioni diventano un fattore economico, e la fiducia -parola che ricorrerà più volte nel corso della serata- torna a essere una leva di sviluppo.
In un periodo di transizione complessa, con regole che cambiano, catene di fornitura che si interrompono, mercati instabili e accelerazioni tecnologiche che mettono in discussione modelli consolidati, anche una serata può diventare un segnale: la volontà di “fare squadra” in modo adulto, senza scorciatoie, senza tifoserie. Non a caso, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha parlato come gli è più congeniale: a braccio, senza un testo preconfezionato, con un ragionamento ampio che ha tenuto insieme geopolitica, Europa, industria e cultura economica del Paese. E non a caso -dettaglio che racconta la densità del tempo in cui viviamo- nel corso della serata il ministro attendeva l’esito del nuovo rating dell’Italia: un giudizio che, nel bene o nel male, incide sulla credibilità del Paese e dunque sul costo del denaro, sul margine di manovra, sulla percezione internazionale della nostra capacità di stare in equilibrio.
Ad aprire la serata il nostro presidente, Roberto Scazzosi, che ha voluto impostare da subito il tono dell’incontro: una serata “particolarmente informale”, non un convegno, ma un momento di confronto tra persone che hanno responsabilità sul territorio, ringraziando in modo particolare il nostro vicepresidente Diego Trogher -che rappresenta il cuore varesino della banca- per essersi prodigato nell’organizzazione della serata. Un lavoro discreto ma determinante, non solo nella preparazione ma anche nella conduzione dell’evento, nel cucire i vari interventi e nel gestire le domande finali rivolte al ministro dai presenti. È un dettaglio operativo, ma dice molto del “modo” in cui una banca cooperativa lavora: con persone che mettono energia e competenza al servizio di un obiettivo comune, senza protagonismi.
Poi Scazzosi ha dato una cornice più ampia: chi siamo come credito cooperativo, qual è la dimensione del sistema, quale ruolo svolgiamo in Lombardia, in quanti comuni siamo l’unica presenza bancaria, quale responsabilità abbiamo in una fase di desertificazione bancaria. E soprattutto ha chiarito un punto che è diventato filo conduttore della serata: essere banca locale non significa essere “piccoli” nel senso riduttivo del termine, ma unire la solidità di un grande gruppo alla flessibilità e alla conoscenza diretta di una banca del territorio. «È un equilibrio delicato -ha detto- ma prezioso, perché se viene meno la relazione umana viene meno il DNA cooperativo. E, quando la relazione umana è il centro, la banca torna a fare banca nel suo significato più concreto: conoscere persone prima dei numeri, storie prima dei bilanci, e costruire relazioni di lungo periodo».
Dentro questa cornice, è arrivato il primo intervento del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Lo ha detto subito, con una delle sue frasi che spostano il clima senza appesantirlo: per lui questi incontri sono utili perché lo aiutano a “toccare concretamente la realtà” fuori dai luoghi abituali del ministero. E poi ha citato, con ironia, il rating atteso in serata: una specie di esame che non finisce mai, la verifica continua della credibilità del Paese. «Voglio puntualizzare una cosa sul perché sono venuto -ha aggiunto Giorgetti-. Normalmente non sono solito partecipare alle cene organizzate da un’azienda o da un istituto. Se ho fatto un’eccezione -al di là della comodità logistica, visto che siamo a duecento metri da casa mia- è perché, quando si parla di istituti di credito, dobbiamo dircelo chiaramente: le banche non sono tutte uguali. È la logica del lungo termine che dovrebbe guidare l’erogazione del credito. Ma così spesso non è e il sistema sta diventando sempre più sbilanciato. E siccome, purtroppo, la regolamentazione europea tende a preservare questo modello, abbiamo sempre meno banche attente alla loro missione originaria: finanziare l’economia reale. il Credito Cooperativo rappresenta oggi l’ultima forma sopravvissuta del modo corretto di fare banca. Se potessimo riavvolgere il nastro di un secolo, troveremmo molte vere banche popolari e casse di risparmio; oggi di quel mondo è rimasto poco o nulla. L’unica realtà ancora profondamente radicata nel territorio è quella delle Bcc. Non lo dico per fare uno spot pubblicitario al presidente Scazzosi, ma perché questa è la realtà. E magari molti di voi l’hanno anche già sperimentato. E non serve nemmeno tornare indietro di cent’anni. Quando andavo a scuola io a Varese, si passava davanti al Credito Varesino, si girava l’angolo e c’era la Popolare di Varese, e di fronte la Banca di Desio e così via. Oggi non c’è più nulla di tutto questo. Per fortuna che ci siete voi».
A completare la visione della banca, più tardi -in un clima di festa, perché Standard & Poor’s ha migliorato il rating dell’Italia portando l’outlook da stabile a positivo- è intervenuto il nostro direttore generale, Roberto Solbiati, con un passaggio che ha colpito per chiarezza e misura: fare impresa oggi è più complicato rispetto al passato, ma anche fare banca -una banca che desidera assistere e stare al fianco delle aziende- è diventato altrettanto complicato. Solbiati ha elencato le ragioni: mercati instabili, catene di fornitura fragili, transizioni tecnologiche rapidissime, esigenze di sostenibilità, complessità normativa crescente. «In questo scenario -ha detto-, le imprese non cercano solo credito: cercano interlocutori competenti, presenti, capaci di comprendere le esigenze di business, valutare correttamente i rischi e accompagnare i percorsi di crescita. È un cambio di paradigma: la banca non come sportello, ma come partner». Qui Solbiati ha introdotto due parole chiave: ascolto e fiducia. Non “sentire”, ma ascoltare. E costruire relazioni continuative nel tempo: meno operazione di breve termine, più relazione duratura. «È un’impostazione coerente con la nostra natura cooperativa: non abbiamo azionisti che chiedono la massimizzazione del dividendo; il valore che creiamo lo riversiamo sul territorio. Per noi -ha concluso- la relazione umana non è nostalgia: è una competenza, un metodo, un lavoro quotidiano».
È a questo punto che la serata ha acceso un faro su un tema che raramente viene raccontato con numeri e franchezza: perché la provincia di Varese, nonostante il suo tessuto imprenditoriale e la sua storia, fatica a intercettare strumenti e risorse disponibili? Andrea Mascetti, presidente di Finlombarda, ha scelto un tono diretto, quasi confidenziale, raccontando perché è nata l’iniziativa. Ha parlato di numeri, di confronti tra province, di un’anomalia che conosce da tempo. E ha detto la frase che, in sostanza, ha dato una spinta in più al senso della serata: «com’è possibile che un mondo capace, con una storia d’impresa straordinaria, non riesca a fare quadrato?». Mascetti ha portato dati: sulla distribuzione dei crediti e dei contratti di finanziamento per provincia, Varese è indietro rispetto ad altre realtà lombarde, in alcuni indicatori sotto territori più piccoli. E ha fatto l’esempio di Brescia: «lì -ha detto- avvocati, commercialisti, associazioni, sindacati, imprenditori “fanno sistema”, arrivano compatti, mentre da noi spesso prevale una frammentazione che finisce per trasformarsi in “guerra tra poveri”. Se vogliamo tornare competitivi, dobbiamo imparare a essere più organizzati e più affratellati».
In questo ragionamento Mascetti ha collegato il tema della rete al ruolo della nostra banca: ha ringraziato il presidente Scazzosi e, ancora una volta, Diego Trogher per l’organizzazione, e ha detto esplicitamente che la Bcc potrà avere sempre più spazio come strumento di rinascita di una rete di relazioni. È un riconoscimento importante perché arriva da un soggetto istituzionale che opera con tutte le province lombarde: non un elogio di cortesia, ma una constatazione di funzione. E proprio da qui è nato il passaggio al direttore generale di Finlombarda, Sergio Rallo, che ha chiarito cosa lega Finlombarda alle Bcc: il territorio e il target. Finlombarda è un’istituzione “di territorio”, nel senso del territorio lombardo; e come le Bcc lavora prevalentemente con le PMI. Ha ricordato la dimensione più nota, quella della finanza agevolata (bandi e risorse pubbliche gestiti da oltre 50 anni), ma poi ha aperto la parte più interessante, quella meno conosciuta dell’anima banca sviluppata negli ultimi anni. «Ma anche se siamo l’unica finanziaria in Italia che svolge attività di credito con risorse autonome -ha detto- di norma preferiamo agire assieme a un partner bancario, in coppia, per enfatizzare una matrice pubblica che, insieme al privato, genera effetto leva».
Questo passaggio è stato fondamentale per il “messaggio banca” della serata: se il territorio è in difficoltà nell’intercettare strumenti, allora la risposta non può essere individuale; deve essere di rete. Da qui la prospettiva di una collaborazione più stretta tra la nostra Bcc e Finlombarda, per portare alle imprese canali, strumenti e opportunità che spesso restano “lontani”, complicati o poco conosciuti.
E sulla rete si è inserito l’intervento del consigliere regionale Emanuele Monti, presidente della Commissione Welfare, che di un evento come quello di Bodio ne aveva parlato mesi fa con Scazzosi e Trogher e, così, ne ha voluto richiamare l’obiettivo vero: “un inizio”, un inizio per incontrarsi come imprenditori, professionisti, istituzioni e cercare quella squadra che nel nostro territorio spesso fatica a formarsi. Aggiungendo e garantendo la disponibilità della Regione, del presidente Fontana e dell’assessore Guidesi, a venire sul territorio, a incontrare le aziende, a “toccare con mano” e costruire insieme.
Da lì, Giorgetti ha aperto un ragionamento a più livelli. Il quadro internazionale, innanzitutto. Ha parlato di discontinuità, di un periodo “burrascoso” e “di transizione” che porterà a una ricomposizione generale. Ha descritto gli Stati Uniti come un gigante che vive un “colpo di coda” nel tentativo di governare un cambio di scenario, con effetti che finiscono per colpire l’Europa in un gioco di riequilibri globali che ha sullo sfondo la Cina. L’Europa, in questo contesto, rischia di essere vaso di coccio: schiacciata dalle regole interne e dalla velocità del mondo esterno.
È qui che Giorgetti ha portato un esempio che ha fatto presa sulla platea perché è un tema quotidiano anche per le imprese: la differenza tra chi regola e chi sviluppa. Noi -ha detto in sostanza- ci affanniamo a produrre norme per governare l’intelligenza artificiale; altri la sviluppano e corrono più veloci. È una riflessione che ha un significato più profondo: se perdiamo la capacità di stare sul terreno dell’innovazione, le regole diventano una gabbia e non uno strumento.
Eppure, Giorgetti non ha costruito un discorso pessimista. Ha detto che è in atto da tempo un cambio di percezione dell’Italia: «un Paese che per anni si è sentito marginale, oggi ha uno standing diverso perché dimostra stabilità; e la premier viene ascoltata. È un passaggio politico, certo, ma ha una ricaduta economica: la stabilità, o la sua percezione, è parte integrante della fiducia dei mercati, e la fiducia si traduce in costi, spread, condizioni, investimenti». Poi Giorgetti ha spostato il fuoco sulla parte che ha interessato di più la sala: cosa ci salva davvero, in mezzo alle tempeste. La risposta è stata netta: la testa, la capacità di escogitare soluzioni, la forza della manifattura. Un’affermazione che, in provincia di Varese, non è retorica. È identità. E qui il ministro ha iniziato a parlare non solo di macroeconomia, ma di cultura del lavoro e di mentalità collettiva. Ha fatto una fotografia severa dell’Italia: un Paese in cui spesso esiste una cultura di chi “pensa solo ad andare in pensione” mescolata a una forma di “invidia sociale” che porta a credere che chi crea ricchezza lo faccia rubando. Ha citato persino Berlusconi, imprenditore prestato alla politica, dicendo che nemmeno lui è riuscito a cambiare quella mentalità.
Questo è il punto che, nel racconto della serata, vale più di un titolo. Perché qui non si parla di una misura o di una riforma o di una norma: si parla di una postura collettiva. Di come un Paese -e un territorio dentro quel Paese- reagisce quando la storia accelera e i punti di riferimento si spostano. È una questione culturale prima ancora che economica: la capacità di riconoscere valore, di non demonizzare chi investe e crea lavoro, di smettere di cercare sempre un colpevole e tornare a “rimboccarsi le maniche”, come ha detto il ministro, con una franchezza che ha trovato ascolto nella sala.
Giorgetti, in quel passaggio, non stava chiedendo ottimismo; stava chiedendo realismo. E soprattutto stava mettendo in fila due concetti che, per chi fa impresa, suonano familiari: la transizione non è un’idea astratta, è una fatica quotidiana; e la competitività non è una bandiera, è la somma di scelte, competenze, tempi, regole, accesso al credito, infrastrutture, capitale umano. In un momento in cui l’Europa appare spesso più lenta del resto del mondo, e in cui la geopolitica ridisegna le catene del valore, la differenza -secondo il ministro- la farà la capacità di tenere insieme le cose: non solo “fare”, ma capire dove sta andando il mondo.
E nel finale della serata è rimasta sospesa -volutamente- un’idea che vale più di una conclusione: la fiducia come ingrediente essenziale. L’ha detto il nostro presidente, l’ha ripetuto il nostro direttore generale, l’ha evocata Giorgetti quando ha parlato di credibilità internazionale e rating. Fiducia non come parola gentile, ma come architettura: è ciò che permette a un territorio di costruire futuro anche quando il futuro è incerto.
E forse è qui che si incastra il passaggio più “politico” del ministro -quello sul cambio di mentalità- con la dimensione più “territoriale” della nostra banca. Perché cambiare mentalità significa anche questo: smettere di pensare che ognuno si salvi da solo, e iniziare a costruire contesti in cui la collaborazione non è un’eccezione ma una regola. La serata di Bodio Lomnago ha dimostrato che, quando si crea il contesto giusto, il confronto è possibile, le energie si riconoscono, e il territorio può tornare a guardarsi come una comunità economica, non come una somma di singoli.
HANNO DETTO:
Mauro Colombo
vice presidente vicario
«Momenti come questo dimostrano quanto sia importante creare spazi di confronto reale tra chi opera sul territorio e chi ha responsabilità di governo. Come banca cooperativa crediamo che il dialogo sia uno strumento concreto di sviluppo: mettere in relazione esperienze, visioni e competenze aiuta le imprese a orientarsi in una fase complessa e rafforza il senso di comunità economica che è alla base della nostra identità».
Giuseppe Barni
presidente del comitato esecutivo
«Il confronto diretto con le istituzioni è sempre un’opportunità preziosa per chi vive quotidianamente le sfide dell’economia reale. Come banca cooperativa sentiamo la responsabilità di favorire questi momenti perché rafforzano la consapevolezza del ruolo che ciascun attore può svolgere nello sviluppo del territorio. Solo attraverso relazioni solide e una visione condivisa possiamo trasformare le difficoltà in prospettive di crescita».
Diego Trogher
vice presidente
«Questa serata nasce dalla volontà di offrire al territorio un’occasione di incontro semplice ma autentica. Ho ritenuto importante farmi promotore di un momento in cui imprenditori e istituzioni potessero confrontarsi senza formalismi, ponendo domande e condividendo riflessioni. Il valore più grande è proprio questo: creare connessioni e far emergere un clima di collaborazione che può diventare un punto di partenza per iniziative future».
Il messaggio di Attilio Fontana, presidente di Regione Lombardia
Un cordiale saluto in occasione dell’evento promosso a Varese dalla Banca di Credito Cooperativo, realtà da sempre profondamente legata al territorio e attenta alle esigenze del tessuto economico locale.
L’imprenditoria varesina rappresenta uno dei motori più dinamici e qualificati della Lombardia: un sistema fatto di competenze, visione, capacità di innovare e di affrontare con determinazione le sfide di un contesto economico in continua evoluzione. Il vostro lavoro quotidiano contribuisce in modo concreto alla crescita, all’occupazione e alla competitività dell’intera regione.
In questo percorso, il ruolo delle Banche di Credito Cooperativo è fondamentale: istituzioni che affiancano le imprese non solo con strumenti finanziari, ma anche con un forte senso di responsabilità verso la comunità e lo sviluppo sostenibile del territorio.
Vi auguro una serata proficua, ricca di confronto e nuove opportunità, con l’auspicio che momenti come questo possano rafforzare ulteriormente il dialogo tra imprese, sistema creditizio e istituzioni.











