L’Economia Civile non è una variante etica dell’economia dominante, né una sua correzione morale a posteriori. È, piuttosto, un paradigma alternativo, che propone un modo diverso di intendere l’agire economico fin dalle sue fondamenta. Al centro non vi è l’individuo isolato che massimizza il proprio interesse, ma la persona inserita in una rete di relazioni, responsabilità e legami sociali. In questa visione, l’economia torna a essere ciò che originariamente era: una scienza della convivenza, orientata alla costruzione della felicità pubblica e del bene comune.
Le radici di questo modello affondano nel Settecento italiano e trovano una formulazione sistematica nell’opera di Antonio Genovesi, che per primo teorizzò un’economia fondata sulle virtù civili, sulla fiducia e sulla reciprocità. Genovesi rovescia l’assunto secondo cui l’interesse individuale, lasciato libero di agire, sarebbe sufficiente a produrre benessere collettivo. Al contrario, sostiene che senza legami sociali, senza cooperazione e senza un orizzonte condiviso di senso, il mercato si svuota e la crescita diventa fragile, diseguale, incapace di durare.
Secondo l’Economia Civile, l’essere umano è per natura portato alla relazione. La cooperazione non è un’eccezione da spiegare, ma la condizione normale dell’agire economico. Il benessere, di conseguenza, non può essere ridotto a una semplice somma di utilità individuali né misurato solo attraverso indicatori quantitativi. È un processo condiviso, che cresce solo se nessuno viene sistematicamente escluso. Dove qualcuno è sacrificato in nome dell’efficienza o del profitto, il sistema perde coesione e, nel lungo periodo, anche efficacia.
Questa impostazione introduce una differenza sostanziale rispetto alle visioni economiche più riduttive: il bene comune non coincide con l’interesse generale astratto, né con il risultato automatico delle scelte individuali, ma con una costruzione intenzionale, che richiede responsabilità, istituzioni adeguate e forme organizzative coerenti. È una logica che ha trovato nel tempo un riconoscimento anche sul piano giuridico e costituzionale. L’Costituzione della Repubblica Italiana afferma infatti la funzione sociale della cooperazione e ne promuove lo sviluppo senza fini di speculazione privata, riconoscendo esplicitamente che alcune forme economiche sono portatrici di un valore che va oltre il mercato.
In questo solco si inserisce l’esperienza della cooperazione di credito. Le Banche di Credito Cooperativo nascono e si sviluppano come applicazione concreta dei principi dell’Economia Civile: mutualità, radicamento territoriale, attenzione alle persone e alle comunità locali. Il loro statuto non si limita a definire obiettivi economici, ma richiama esplicitamente il bene comune come finalità dell’azione bancaria, riaffermando che il credito è uno strumento di sviluppo e inclusione, non un fine in sé.
In un contesto segnato dalla finanziarizzazione dell’economia, dall’aumento delle disuguaglianze e dall’indebolimento dei legami sociali, l’Economia Civile si presenta così non come un richiamo nostalgico al passato, ma come una chiave di lettura attuale e necessaria. Rimettere al centro la persona, riconoscere il valore delle relazioni e considerare il benessere come un processo condiviso significa restituire all’economia la sua dimensione umana e sociale. È questa visione, nata secoli fa ma ancora profondamente contemporanea, che continua a ispirare modelli capaci di coniugare sviluppo, coesione e responsabilità collettiva.

