La presenza di una Banca di Credito Cooperativo in un territorio non rappresenta soltanto un servizio finanziario, ma un vero e proprio fattore di equilibrio sociale ed economico. Numerosi studi accademici, condotti da ricercatori universitari italiani e internazionali, mostrano come le comunità servite da una BCC tendano a essere più coese, meno diseguali e più dinamiche. In questi contesti, le differenze di reddito risultano attenuate, le micro e piccole imprese incontrano minori ostacoli nell’accesso al credito e la vita culturale appare più vivace, segno di un tessuto sociale che non si limita a sopravvivere, ma continua a produrre relazioni, iniziative e opportunità.
Un’ulteriore conferma arriva dal Rapporto ASviS, che mette in relazione diretta l’assenza di sportelli bancari con la fragilità dei territori. Il dato secondo cui il 41% dei comuni privi di filiali bancarie presenta un’elevata fragilità comunale non descrive soltanto un problema economico, ma fotografa una condizione più ampia di vulnerabilità: meno servizi, minore attrattività, maggior rischio di esclusione per famiglie, anziani e imprese. È particolarmente significativo che, nei comuni in cui operano esclusivamente filiali di Banche di Credito Cooperativo, tale fragilità risulti inferiore rispetto ai comuni serviti unicamente da banche Spa. Questo suggerisce che non tutte le presenze bancarie producono lo stesso impatto e che il modello cooperativo genera effetti sistemici differenti.
La desertificazione bancaria, infatti, non è un fenomeno neutro. Colpisce in modo sproporzionato i comuni di piccole dimensioni, le aree interne e periferiche, accelerando processi già in atto di impoverimento economico e sociale. La chiusura di una filiale non significa solo la perdita di uno sportello, ma l’erosione di un punto di riferimento, di ascolto e di mediazione, soprattutto per chi ha minore dimestichezza con i canali digitali o necessita di un rapporto fiduciario diretto.
In questo quadro, le Banche di Credito Cooperativo si distinguono per la loro natura originaria: sono nate per iniziativa delle comunità locali e mantengono un orientamento esplicito verso l’economia reale. Destinano almeno il 95% degli affidamenti al territorio di competenza, oltre il 50% dei crediti ai soci e reinvestono una quota significativa degli utili – pari al 6,3% – in iniziative di beneficenza e sostegno locale. Questa scelta strutturale fa sì che le risorse raccolte rimangano nel circuito territoriale, alimentando attività produttive, servizi e progetti sociali. È per questo motivo che le BCC vengono spesso definite “banche di comunità”: non semplici intermediari finanziari, ma attori integrati nel contesto in cui operano.
Il Rapporto Benvivere 2025, presentato nell’ultima edizione del Festival Nazionale dell’Economia Civile, rafforza ulteriormente questa lettura. Il documento riconosce alle BCC un ruolo resiliente e strategico nel contrasto alla desertificazione bancaria, in particolare nelle aree interne del Paese. La presenza stabile delle filiali contribuisce a mantenere servizi essenziali, a sostenere l’economia locale e a rallentare i processi di spopolamento, offrendo alle comunità la possibilità di continuare a vivere e progettare il proprio futuro senza essere costrette a spostarsi altrove.
In definitiva, le Banche di Credito Cooperativo emergono come presìdi territoriali che vanno oltre la funzione bancaria in senso stretto. La loro azione si colloca all’incrocio tra finanza, coesione sociale e sviluppo locale, dimostrando che il radicamento territoriale non è un residuo del passato, ma una leva attuale e concreta per affrontare le fragilità dei territori e contrastare gli effetti più critici della desertificazione bancaria.

