C’è una sera dell’anno che, nelle terre della Lombardia e del Piemonte, non è mai una sera qualunque. È l’ultimo giovedì di gennaio, quando il buio dell’inverno viene squarciato dal bagliore del falò della Gioeübia, un rito antico che unisce fuoco, leggenda e speranza.
La Gioeübia non è soltanto una festa popolare: è un confine simbolico tra ciò che è stato e ciò che verrà. In un periodo dell’anno dominato dal freddo, dalla scarsità e dall’attesa, il rogo diventa un gesto collettivo di purificazione. Bruciare il fantoccio dalle sembianze di una vecchia significa consumare il vecchio anno, liberarsene, affidarlo alle fiamme perché possa lasciare spazio a un nuovo ciclo più favorevole.
Le origini della Giöbia affondano nel mondo agricolo, quando la vita era scandita dai ritmi della natura e dalle stagioni. Non è un caso che la festa cada in prossimità delle Ferie Sementine, antiche ricorrenze legate alla semina e alla fertilità della terra. Il fuoco, elemento centrale del rito, riscalda e purifica: protegge dai malanni dell’inverno e, allo stesso tempo, diventa auspicio di abbondanza per i raccolti futuri. Alcune interpretazioni riconducono il nome alla divinità romana Giunone, altre a Giove, dio del giovedì (Jovis dies), rafforzando il legame tra il calendario, il cielo e la vita degli uomini.
Col passare dei secoli, alla dimensione rituale si è intrecciata quella leggendaria. La Gioeübia ha preso il volto di una strega: magra, dalle gambe lunghissime, con calze rosse e un’aria inquietante. Vive nei boschi, si muove di albero in albero senza mai toccare terra e osserva dall’alto chiunque osi entrare nel suo territorio, spaventando soprattutto i bambini. Secondo la tradizione, proprio l’ultimo giovedì di gennaio scendeva in cerca di una preda.
La leggenda racconta però anche la sua sconfitta. Una madre, decisa a proteggere il proprio figlio, le tende un inganno semplice e geniale: una grande pentola di risotto giallo allo zafferano con la luganega, lasciata sul davanzale. Il profumo è irresistibile. La Gioeübia si ferma a mangiare, ingorda e distratta, finché l’alba non la coglie di sorpresa. Il primo raggio di sole la colpisce e la polverizza, liberando per sempre i bambini dalla sua minaccia. È una storia che parla di paura, ma anche di astuzia, di protezione e di vittoria della luce sulle tenebre.
La tradizione odierna mantiene vivo questo patrimonio simbolico. Le Gioeübie vengono costruite con stracci e paglia, vestite con mutandoni di pizzo, calze rosse, grembiuli e fazzoletti sul capo. I fantocci vengono portati nelle piazze o nei grandi cortili e affidati al fuoco, alimentato da fascine e steli secchi di granoturco. Intorno al falò si ritrova la comunità: si mangia insieme, si condividono storie, si arrostisce il luganaghen tra la brace e la cenere.
In questo gesto collettivo, apparentemente semplice, sopravvive un messaggio antico e potente: affrontare l’inverno insieme, bruciare le paure, salutare il passato e guardare all’anno nuovo con fiducia. La Gioeübia, tra rito e leggenda, continua così a ricordarci che anche nel cuore del freddo può nascere una luce capace di scaldare un’intera comunità.

