Banca d’Italia, l’oro torna strategico: geopolitica e debito cambiano il mercato

(foto credits shutterstock)
Nicoletti Altimari: crescono gli acquisti delle banche centrali e il peso degli investitori retail. Per i risparmiatori resta uno strumento di diversificazione, ma aumenta la volatilità.

L’oro resta un pilastro delle riserve della Banca d’Italia, ma il mercato che lo circonda sta cambiando rapidamente. Aumentano gli acquisti delle banche centrali, soprattutto delle economie emergenti, crescono i rischi geopolitici e le preoccupazioni per gli elevati livelli di debito pubblico, mentre nuovi strumenti finanziari allargano la platea degli investitori. È il quadro tracciato dal Vice Direttore generale della Banca d’Italia Sergio Nicoletti Altimari nell’intervento di apertura “Gold between Continuity and Change”, tenuto oggi, 5 ottobre, a Sorrento in occasione della Global Precious Metals Conference, organizzata dalla London Bullion Market Association (LBMA) e dal London Platinum and Palladium Market (LPPM).

Il punto di partenza è il ruolo particolare che l’oro continua ad avere nel bilancio di Via Nazionale. L’Italia è il quarto maggiore detentore mondiale di riserve auree ufficiali e possiede circa 2.450 tonnellate del metallo prezioso. Un patrimonio che non nasce da una singola decisione, ma da un processo storico iniziato alla fine dell’Ottocento. Le riserve aumentarono progressivamente fino alla Seconda guerra mondiale, quando scesero ai minimi storici anche a causa delle requisizioni durante l’occupazione nazista. Nel dopoguerra, invece, la crescita delle esportazioni e l’accumulo di surplus verso l’estero permisero nuovi acquisti, portando lo stock fino ai livelli attuali.

La scelta più significativa arriva però all’inizio di questo secolo. In una fase in cui diverse banche centrali stavano riducendo le proprie riserve auree, il legame tra moneta e oro apparteneva ormai al passato, i prezzi ristagnavano e il metallo veniva considerato poco interessante perché non genera interessi o altri rendimenti periodici. La Banca d’Italia decise invece di conservarlo come “componente strategica” del proprio bilancio, una politica che, sottolinea Nicoletti Altimari, prosegue ancora oggi.

Le ragioni sono innanzitutto legate alla sicurezza. “Prima di tutto, l’oro è un bene rifugio”, afferma Nicoletti Altimari. La sua performance nel tempo e durante numerose crisi indica, secondo il Vice Direttore generale, che può contribuire a preservare il valore delle riserve nei periodi di forte incertezza, turbolenza dei mercati e stress sistemico. Una funzione particolarmente importante nell’attuale scenario caratterizzato da maggiori rischi geopolitici e timori di frammentazione economica.

L’oro svolge inoltre una funzione di diversificazione, aumentando la capacità di tenuta di un portafoglio di riserve in differenti condizioni economiche e finanziarie. Ma possiede soprattutto una caratteristica che lo distingue dalla maggior parte delle altre attività utilizzate dalle banche centrali: “non è la passività di nessuno”. Proprio l’assenza del rischio di credito e di default, osserva Nicoletti Altimari, rappresenta una peculiarità fondamentale del metallo prezioso.

Per capire cosa significhi concretamente, basta confrontarlo con le normali attività finanziarie. Un’obbligazione rappresenta il debito di un emittente e un deposito costituisce una passività della banca che lo raccoglie. L’oro fisico, invece, non incorpora la promessa di pagamento di un emittente. È anche per questa ragione che può assumere una funzione particolare durante le crisi. Si tratta di una spiegazione delle implicazioni del principio richiamato nel discorso, non dell’indicazione della Banca d’Italia che i risparmiatori debbano acquistare oro.

Ed è proprio qui che l’intervento cambia prospettiva. Le caratteristiche tradizionali spiegano perché le banche centrali continuino a detenere riserve auree, ma non sono sufficienti, sostiene Nicoletti Altimari, a interpretare alcuni dei fenomeni più rilevanti degli ultimi anni. “Gli ultimi anni stanno mettendo in discussione” l’immagine dell’oro come mercato relativamente prevedibile, guidato da un insieme stabile di determinanti.

La svolta viene collocata a partire dal 2022. Da allora è cambiata la composizione della domanda mondiale: il peso delle banche centrali è aumentato sensibilmente, soprattutto per effetto degli acquisti delle economie emergenti. La gioielleria rimane la principale fonte di domanda, ma la sua quota relativa è diminuita perché i prezzi più elevati hanno frenato i consumi. Per i consumatori questa è una delle conseguenze più immediate del nuovo scenario: quotazioni elevate dell’oro si riflettono sul costo del metallo utilizzato per gioielli e altri prodotti, mentre chi già possiede oro può beneficiare di un aumento del suo valore di mercato. Quest’ultima è però una conseguenza economica generale e non una previsione formulata dalla Banca d’Italia.

Parallelamente sta cambiando anche il modo in cui i piccoli investitori possono accedere al mercato. Nicoletti Altimari segnala che la crescente accessibilità degli ETF ha ampliato la partecipazione degli investitori retail e di quelli con orizzonti temporali più brevi, con afflussi molto consistenti dal 2025. Per il risparmiatore questo significa che l’esposizione all’andamento dell’oro non passa più necessariamente soltanto dall’acquisto di lingotti o monete. Il discorso, tuttavia, non indica gli ETF come preferibili all’oro fisico e non suggerisce quale quota del patrimonio dovrebbe eventualmente essere destinata al metallo.

Dietro l’aumento della domanda ci sono inoltre ragioni che vanno ben oltre l’andamento delle quotazioni. Secondo Nicoletti Altimari, l’incertezza geopolitica ha accresciuto l’attrattiva dell’oro nei portafogli delle riserve. In particolare, “il congelamento degli asset esteri russi” ha riportato l’attenzione sulla vulnerabilità delle riserve in valuta straniera detenute all’estero.

È un passaggio rilevante: per alcune banche centrali, soprattutto dei Paesi emergenti, possedere un’attività che non rappresenta la passività di un altro soggetto può assumere un valore strategico in un contesto di crescenti tensioni internazionali. Il discorso non afferma che le riserve in valuta straniera siano diventate insicure in generale, ma segnala come gli eventi geopolitici abbiano modificato la percezione di questo rischio.

A sostenere la domanda contribuisce poi quello che Nicoletti Altimari definisce “debasement trade”, legato alle crescenti preoccupazioni per debiti pubblici persistentemente elevati e per la continua espansione fiscale nelle principali economie. Queste forze, sottolinea, sono diventate particolarmente evidenti nel 2025 e nei primi mesi del 2026, quando si è significativamente indebolita anche la tradizionale relazione tra prezzo dell’oro e rendimenti reali.

Per gli investitori comuni è un cambiamento da non sottovalutare. Storicamente i tassi reali costituiscono una delle variabili utilizzate per interpretare l’andamento dell’oro: poiché il metallo non paga interessi, rendimenti reali più elevati sulle attività finanziarie possono aumentarne il costo opportunità. L’indebolimento di questa relazione suggerisce che altri fattori – dagli acquisti delle banche centrali alla geopolitica fino ai timori fiscali – hanno acquistato maggiore importanza. Anche in questo caso si tratta di una chiave di lettura economica del fenomeno descritto nell’intervento, non di una previsione della Banca d’Italia sull’andamento futuro delle quotazioni.

E proprio qui emerge l’avvertimento più importante per il piccolo investitore. Essere considerato un bene rifugio non significa che l’oro abbia un prezzo stabile o che non possa generare perdite. “Negli ultimi anni, la volatilità del prezzo dell’oro è aumentata considerevolmente”, osserva Nicoletti Altimari, definendolo uno sviluppo che richiede un attento monitoraggio. Ulteriori cambiamenti potrebbero inoltre arrivare dalla trasformazione digitale e dall’innovazione finanziaria, compresa la tokenizzazione.

Per un risparmiatore la distinzione è essenziale. L’oro può avere una funzione di diversificazione all’interno di un portafoglio e contemporaneamente subire oscillazioni anche rilevanti del prezzo. Comprare oro confidando semplicemente nel fatto che continuerà a salire è quindi qualcosa di molto diverso dal ruolo strategico attribuito al metallo all’interno delle riserve di una banca centrale.

La stessa distinzione vale per il concetto di diversificazione. Nicoletti Altimari richiama le evidenze secondo cui un portafoglio ottimizzato di riserve dovrebbe includere oro perché può migliorare il rapporto tra rischio e rendimento. Trasferito sul piano generale dell’investimento, il principio aiuta a comprendere perché l’oro venga utilizzato insieme ad altre attività e non necessariamente come alternativa a tutte le altre. Il discorso della Banca d’Italia, tuttavia, riguarda la gestione delle riserve delle banche centrali e non costituisce una raccomandazione d’investimento rivolta alle famiglie.

Nell’intervento c’è infine un altro elemento destinato a diventare sempre più importante man mano che aumenta il numero di operatori presenti sul mercato: la fiducia. Nicoletti Altimari ricorda la tradizione del distretto degli orafi di Napoli, dove tra Cinquecento e Seicento, secondo il racconto citato nel discorso, l’oro veniva fuso pubblicamente davanti ai rappresentanti delle corporazioni, alle autorità, ai clienti e ai cittadini, affinché tutti potessero verificarne purezza e qualità.

I metodi sono cambiati, ma la domanda di fondo, osserva il Vice Direttore generale, è rimasta sorprendentemente simile: “come possiamo essere sicuri che l’oro sia davvero ciò che dichiara di essere?”. È in questo contesto che viene richiamato il ruolo della London Bullion Market Association nell’assicurare la qualità, definire gli standard e sostenere la fiducia in un mercato antico ma in continua evoluzione. In una fase di rapido cambiamento e forte incertezza, sottolinea Nicoletti Altimari, questa funzione acquista ancora maggiore valore.

Il messaggio che emerge da “Gold between Continuity and Change” è dunque quello di una continuità accompagnata da una trasformazione profonda. Le ragioni che hanno reso l’oro una riserva di valore per secoli – funzione di bene rifugio, diversificazione e assenza di rischio di credito – continuano a spiegare perché la Banca d’Italia mantenga le proprie 2.450 tonnellate. Ma il mondo intorno al metallo sta cambiando: gli acquisti delle banche centrali delle economie emergenti, le tensioni geopolitiche, i timori legati agli elevati debiti pubblici, l’ingresso degli investitori attraverso gli ETF e le innovazioni come la tokenizzazione stanno modificando domanda e comportamento del mercato.

Per consumatori e piccoli investitori, dunque, il discorso non contiene un invito a comprare oro. Offre piuttosto una chiave per comprendere perché il metallo sia tornato così importante nel dibattito finanziario internazionale. L’oro può essere uno strumento di protezione e diversificazione, ma il suo prezzo è diventato più volatile; può beneficiare dell’incertezza, ma proprio l’ingresso di nuovi compratori e nuovi strumenti rende il mercato più complesso. La distinzione è fondamentale: ciò che rende l’oro strategico per una banca centrale non lo trasforma automaticamente in un investimento privo di rischi per una famiglia.

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